sabato 5 maggio 2018

L'ultima puntata del Saturday Night Live

Il 25 maggio 1979 il programma comico più famoso in America concludeva la sua quarta stagione con un cast di talenti irripetibile: il Saturday Night Live andò in onda per l’ultima volta con i Not Ready for Prime Time Players al completo.
Si erano auto definiti così, Gli attori non pronti per la prima serata, come provocazione nei confronti degli show classici americani, e per rispettare il format che lo stesso SNL si era deciso da solo: in diretta, e solo nella seconda serata del sabato. 
Nel 1975 il produttore e “papà” dello show, Lorne Michaels (ancora oggi al timone), aveva raggruppato i maggiori giovani talenti comici di quegli anni, sopratutto quelli che si erano formati al “Second City” di Chicago, e  avevano continuato a lavorare insieme con le produzioni radiofoniche e teatrali del “National Lampoon”. Dan Aykroyd e John Belushi, ad esempio, si erano formati al Second City separatamente (Dan nella succursale canadese, John in quella principale di Chicago), per poi iniziare a lavorare assieme nello show; Bill Murray, che arriverà al SNL alla seconda stagione nel 1977, anche lui era stato a Chicago ma è con il “National Lampoon” radiofonico che iniziò a lavorare con Belushi, Gilda Radner, Harold Ramis etc. Michaels, in poche parole, scelse il meglio.
 
Un team da brividi: Jane Newman, John Belushi, Jane Curtin, Gilda Radner, Dan Aykroyd, Garrett Morris, e Chevy Chase, poi sostituito da Bill Murray. Importante da ricordare che erano tutti comici impegnati anche nella scrittura, per quanto esistesse uno staff autori che a loro volta finivano davanti la telecamera: Al Franken, Tom Davis, Michael O’Donoghue.
Invariato il format: il presentatore cambia ad ogni puntata ha un suo monologo iniziale, e partecipa agli sketch con il cast originale, per poi concludere con un ospite musicale.
Il successo del programma era subito esplosofin dalle prime puntate, anche se il programma nella prima stagione era diverso da come lo conosciamo oggi (chissà quanti voi ricorderanno che persino i Muppet erano parte del cast!), e alcuni personaggi, se avevano avuto successo, tornavano spesso nelle puntate successive. E quasi sempre colpivano il segno: Belushi ad esempio sfruttò parecchio il personaggio del Samurai armato di spada e grugando una lingua incomprensibile alle prese con i mestieri più improbabili; Aykroyd diventò famoso per l’imitazione di Richard Nixon, oltre ad altri personaggi memorabili che ha interpretato (da ricordare in coppia con Steve Martin nei panni dei fratelli Festrunk, due immigrati polacchi che si muovono esageratamente cercando di rimorchiare); Gilda Radner, talento incredibile oggi dimenticato, era esilarante nei panni della eccessiva Roseanne Roseannadanna; Bill Murray segnò le antologie del SNL con il crooner cafone Nick, ma si fece notare in tutte le sue caratterizzazioni. Il massimo impegno che il cast diede era richiesto per quasi tutta la settimana lavorativa, fra scrittura, prove di lettura e di costume e quella generale, il venerdì pomeriggio, forse l’unico momento di sole che godevano, visto che erano abituati a lavorare di notte, fra prove e il live del sabato.
Diventò velocemente il fenomeno culturale del momento. Non esagero e cito una frase storica dell'epoca, il primo cast del SNL venne definito "I Beatles della comicità".
Fra stress e adrenalina, molti di loro cercarono valvole di sfogo e di ricarica, e siccome la Redbull non esisteva ancora, la cocaina veniva portata negli uffici della NBC assieme al giornale e i cornetti. Quando la puntata era conclusa, nelle loro vene scorreva ancora l’eccitazione e per trovare lo sfogo decisero – sembra leggenda, ma fu così – di aprirsi un locale battezzato Blues Bar. Un posto incredibile – non proprio il massimo della pulizia, sembra – ma assolutamente privato, fra amici e colleghi, dove era possibile rilassarsi, bere e sentire e suonare musica blues. Se vi state chiedendo se questo centri qualcosa con i Blues Brothers avete fatto bingo. Dan e John avevano stretto subito amicizia condividendo la loro passione in comune della musica jazz e blues, e il passo di salire sul palco per cantare fu spontaneo. Iniziò per gioco, poi chiesero di partecipare al SNL vestiti da cantanti blues – abito nero, occhiali neri – come ospiti musicali, presentandosi come i fratelli Blues, e ottenuto successo arrivarono i concerti, i dischi e poi il film che tutti conoscono.
Blues Bar. Non c’erano soldi, ma tanto da bere e solo amici: immaginate di entrare e trovarvi Robin Williams servire al banco, e Dan Aykroyd servire ai tavoli. Questo succedeva.
Tutta questa evoluzione portò profondi cambiamenti nelle abitudini di questi comici in erba – gioco di parole, scusate – e quando la posta in gioco cominciò ad essere molto grossa, soprattutto con il profumo del cinema che aleggiava nelle stanze dei loro manager, il SNL diventò ingombrante. Attorno al 1978, quando i Blues Brothers debuttarono in televisione, le cose stavano prendendo una piega fastidiosa per Lorne Michaels: il suo cast spariva per fare dei film. Quando John Landis scritturò Belushi per Animal House, Lorne si incazzò parecchio, tanto da litigare con Aykroyd e vietargli di parteciparvi. Successe di nuovo con Steven Spielberg per il film 1941-Allarme a Hollywood – dove nel cast c’erano sia John che Dan – e per evitare questa pressione alla fine i due amici decisero di lasciare il programma nel maggio del 1979. In quel periodo, Dan e John Landis aveva già iniziato il copione dei Blues Brothers, ed agosto avrebbero iniziato le riprese.
Lorne in parte la prese con filosofia. Fece spallucce. Murray sembra che rimase male, rimasto praticamente da solo fra la cricca del Blues Bar. Ma ormai John Belushi aveva preso con sé l’amico fraterno Dan per la loro missione per conto di Dio, e prima o poi anche Murray avrebbe spiccato il volo (e anche qui, per una serie di eventi e personaggi che si incastrano nella loro storia: i primi film li girò con Ivan Reitman, che aveva diretto lo spettacolo teatrale del National Lampoon, e assieme a Harold Ramis, che aveva conosciuto al Second City). È curioso, ma la successiva stagione che si sarebbe conclusa nel 1980 spazzò via ogni ricordo storico: Lorne Michaels lasciò il programma, e cambiò praticamente tutto. Anche se le successive gestioni si faranno notare per aver sfornato talenti come Eddie Murphy, il SNL più volte rischierà di chiudere i battenti, per le critiche ricevute e i bassi ascolti. Saranno necessari cinque anni, e il ritorno di Michaels, per resuscitare quello che i giornali avevano già battezzato il Saturday Night Dead.
Ancora oggi, giunto alla 43esima Stagione, va fortissimo e ha i maggiori comici del paese. 
Oggi mi sono rivisto l’ultima puntata dove c’è tutto il cast originale, andata in onda il 25 maggio 1979. Conduceva Buck Henry, attore e regista, noto per aver diretto Il paradiso può attendere, con Warren Beatty. Nell’insieme è una puntata senza infamia e senza lode, in una stagione che aveva vantato momenti migliori e ospiti incredibili come i Rolling Stones, Steve Martin, i due Monty Python Eric Idle e Michael Palin, Carrie Fisher, Walter Matthau, Kate Jackson, Frank Zappa, Milton Berle. Se avessero saputo che era l’ultima con Belushi e Aykroyd, gli scrittori avrebbero messo più impegno.
Eppure alcune cose sono ripetitive, seppur lontane a non far ridere. Belushi interpretava per l’ultima volta il Samurai, stavolta assurdo pasticcere, come sempre spalleggiato da Buck Henry. Aykroyd riportava Nixon disturbato dalla visione di un tv-movie sullo scandalo che lo vide coinvolto. “Lo Zio Roy” vedeva nuovamente Buck nei panni dello zio sporcaccione e pedofilo alle prese con le loro ingenue nipoti. E infine l’ultimo sketch del ristorante Olympia Cafe – quello dove tutti gridano Cheeseburger! – dove Pete, il proprietario greco interpretato da John Belushi, cerca di imbrogliare l’agente di assicurazioni venuta in loco per valutare i danni causati da un incendio che ha distrutto il locale, interpretata da Jane Curtin.
La donna legge la lista dei danni, compilata da Pete:

Jane: Cinquecento dollari di tovaglioli di carta distrutti nell'incendio?
Belushi: Era una fornitura di due anni, sai, li abbiamo persi tutti.
Jane: Duecento dollari per una foto di Spiro Agnew?
Belushi: Era autografata!
Jane: Oh, ok. Uh ... Non vedo nessun oggetto personale qui. Hai perso qualcosa come, uh, oh, ombrelli o mazze da golf o qualcosa del genere?
Belushi: Sì!
Jane: cosa?
Belushi: Uh ... mazze da golf.
Jane: mazze da golf?
Belushi: Sì.
Jane: E, ehm, come valuteresti il valore delle mazze da golf?
Belushi: Uhhhh, è difficile da dire, uh ...
Jane: Duecento?
Belushi: quattro.
Jane: Quattrocento dollari? Devono essere state ottime mazze!
Belushi: Ah, sì.
Jane: Qualcuno dei suoi impiegati ha perso oggetti personali?
Belushi: Sì! Tutti! Tutti!
Jane: Tutti hanno perso qualcosa nel fuoco?
Belushi: Mm, si.
Jane: Cosa?
Belushi: Mazze da golf.
Jane: Avete tutti perso le mazze da golf nell'incendio?
Belushi: [tutti fanno un cenno col capo senza capire] Sì! Sì. Tutti. Vedi, giochiamo tutti a golf insieme, sai, è per questo che dobbiamo tenerle qui.

Quando Jane viene a conoscenza che i dipendenti di Belushi vivono nel retro del locale, l’assicuratrice si dice rammaricata di non poterlo aiutare con il risarcimento: se i locali vengono usati come residenza, si perde la copertura.
Affranto, e dopo aver sopportato l’ennesima visita di due poliziotti scrocconi (perché la tradizione greca, dice Pete, vuole che la polizia non paghi, pena terribili sfortune), invita tutti a ballare una danza greca.
Ricorda Dan Aykroyd: “Lo stress era enorme, perché ci si preoccupava della qualità, volevi che tutto fosse perfetto, ed era una fatica pazzesca. Aggiungi poi la pompa di adrenalina. Com’è andare in combattimento, o fare lo sbirro o roba del genere. Non si può sopportare di vivere così una settimana dopo l’altra. È un gioco che poi condurre solo da giovane, non ci sono dubbi. Quando qualcosa ti riesce è una soddisfazione enorme, ma quando non riesce è tremendamente debilitante e ansiogeno”.

Quando John e Dan chiusero con la televisione, Bill Murray si ritrovò con un sacco di sketch da interpretare. Il circo avrebbe levato le tende l’anno successivo, nel maggio del 1980, portandosi con sé tutto quanto, autori cast e persino le tende delle finestre. Nessuno di loro voleva continuare con la tv, perché erano consapevoli di aver fatto il programma migliore, e desiderosi di nuove esperienze e del vero successo, uscirono dagli uffici della NBC per vedere cosa c’era là fuori, e tentarono col cinema.
Ma il loro curriculum intanto brillava delle migliori puntate del SNL mai andate in onda.


(Per chi si vuole documentare c'è un libro fondamentale: Live From New York: The Complete, Uncensored History of Saturday Night Live as Told by Its Stars, Writers, and Guests, di James Andrew Miller e Tom Shales: l'edizione italiana è a cura di Kowalski, 2004)


lunedì 23 aprile 2018

1941: quando la paranoia incontrò il pandemonio

Il film 1941- Allarme a Hollywood è ad oggi l'unico film comico diretto da Steven Spielberg, sul quale persiste una convinzione errata che si trattò di un film sbagliato e ancor peggio un flop al botteghino.
È vero, quando uscì nelle sale americane nel 1979 non venne preso bene dalla critica, e gli americani lo trovarono un po' assurdo per apprezzarlo davvero, ma a distanza di quarant’anni è ancora godibilissimo, e conserva alcune scene comiche memorabili. Ma all'epoca divise il pubblico. Ancora oggi gli stessi fan di Spielberg lo liquidano velocemente, altri ne ignorano l’esistenza, ma i disinteressati lo conservano affettuosamente. Io per primo considero 1941 un grande film comico. Conservo il pressbook originale e diverso materiale pubblicitario, e ho studiato per un periodo la storia della produzione perché nel cast c’era uno dei miei attori preferiti, John Belushi, e sapevo che n’erano successe di tutti i colori.


Ma voi, avete visto mai questo film? Siamo nel dicembre del 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale subito dopo l'attacco della flotta giapponese a Pearl Harbor, la psicosi bellica è alle stelle, ed è la storia di un gruppo di cretini totali con una preoccupante dedizione al dovere e, ancor peggio, con le armi in mano. Il cast è numeroso e ben assortito, ma è la storia stessa ad essere demenziale: convinti di un nuovo attacco delle truppe giapponesi stavolta nella città di Los Angeles, diversi membri dell’esercito sfruttano la situazione a loro piacimento. Il folle pilota “Toro” Wild Kelso (John Belushi) si aggira sperduto fra le montagne di Hollywood setacciando ogni possibile soldato giallo; il sergente Tree (Dan Aykroyd) con la sua scombinata squadra parcheggia nel giardino di Mr. Douglas (Ned Beatty) un bombardiere, scatenando le ire di sua moglie Joan (perché aveva da poco piantato il basilico), interpretata da Lorraine Gary; nella squadra di Tree, c’è un soldato mascalzone (Treat Williams) che vuole rubare la ragazza a Wally (Bobby DiCicco), promettente ballerino ma che non può partecipare al ballo dei militari perché civile, così la sua ragazza Betty (Dianne Kay) cercherà disperatamente di sfuggire alle grinfie del militare; il generale Stilwell (Robert Stack) pensa che siano tutti impazziti e preferisce godersi l’anteprima del film Dumbo; il Tenente cialtrone Birkhead vorrebbe impalmarsi la segreteria del generale, Donna, perché è bella ma raggiunge l’orgasmo solo in volo, e a lui mancano un aereo e il brevetto di volo; in mare, intanto, un sommergibile giapponese si avvicina senza bussola, capitanata dal comandante Mitamura (Toshiro Mifune) che deve sopportare il suo alleato tedesco (Christopher Lee) e un ostaggio che non c’entra nulla, ma che si chiama come il loro obbiettivo, Hollis Wood (Slim Pickens). A metà film, tutti questi personaggi si scontrano nel più folle attacco aereo mai registrato a Los Angeles, e che infatti non c’è, sono solo Kelso che insegue il suo aereo nemico, in verità solo Birkhead che sta cercando di scopare (e di volare) a bordo di uno scassato aeroplano donatogli dal folle capitano Maddox (Warren Oates). Alla fine, i giapponesi saranno attaccati da Mr. Douglas, che ci rimetterà la casa, e dalla ruota panoramica del Luna Park, dove sono appostati due volontari civili. Ok, viene un po' di mal di testa a seguire tutto, ma la guerra mica è stata fatta da un paio di personaggi e basta no?


La paranoia incontra il pandemonio, era una frase di lancio molto azzeccata. Il copione voleva infatti descrivere quello che accadde realmente alla fine del ’41, nella vita quotidiana degli americani. E poi si ispirava lontanamente ad un fatto reale avvenuto nella notte fra il 24 e il 25 febbraio 1942, definita la Grande Battaglia di Los Angeles, durante la quale qualcuno fece scattare l’allarme aereo, la città venne oscurata per sei ore e tutti cominciarono a sparare in aria. Chiamatela psicosi e guerra di nervi, ma questo falso allarme rimase negli annali anche come un possibile avvistamento UFO. Idiozie? Eppure ha ispirato 1941. E la scena dove tutti sparano dai tetti dei grattacieli è tipica di quel periodo. “Ma dove sparate?” chiede un ufficiale, “Non lo so, sparo dove sparano gli altri”, gli grida un soldato.


E poi tutto questo in sole due ore, fra esplosioni incredibili e un frastuono perenne. John Williams compose una colonna sonora memorabile, mentre Robert Zemeckis e Bob Gale – prima di ritornare al futuro – sono gli sceneggiatori di questo costoso giocattolo, che la Universal e la Columbia Pictures hanno pagato di tasca loro con 26,5 milioni di dollari.
Una breve genesi è d’obbligo: nel 1975, i due Bob approcciarono il produttore John Milius per proporgli un copione intitolato Tank, e di tutta risposta John apprezzò più il loro stile che il soggetto stesso. Proposero così un altro copione, intitolato The Night the Japs Attacked, e per un anno e mezzo ci lavorarono per proporlo alla MGM. La Metro rifiutò sdegnata il copione, e così Milius lo propose al suo amico di tiro al piattello Steven Spielberg. A lui piacque molto, e promise di dirigerlo subito dopo Incontri ravvicinati. Infatti, cominceranno a lavorarci insieme proprio durante la fase di montaggio, mentre Michael Kahn era alla moviola, i due Bob scrivevano con Steven.
La produzione fu molta caotica e caratterizzata dalla paura di non riuscire a fare un buon film. All’epoca, Spielberg era già il numero uno del cinema americano. Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo avevano avuto un enorme successo, e tutti volevano lavorare con lui, a costo di fare un film comico sulla seconda guerra mondiale. Oddio, non proprio tutti presero bene la notizia: John Wayne e Charlton Heston furono presi in considerazione per interpretare il generale Stilwell che si commuove con Dumbo (storia vera, fra l’altro), ma entrambi declinarono sdegnati. Wayne, soprattutto, definì il copione antiamericano, ammonendo Spielberg che non avrebbe dovuto fare una commedia sulla Seconda Guerra Mondiale. La vera idea originale, tuttavia, era quella di un film drammatico, finché Stanley Kubrick, amico di Spielberg, gli disse che secondo lui un soggetto del genere lo potevi vedere in entrambi i modi. E Kubrick aveva ragione, al di là della sua personale esperienza con Il dottor Stranamore, capolavoro assoluto che tratta su scala differente la psicosi bellica e sul rischio di una guerra nucleare. Lì erano i comunisti, qui i giapponesi che attaccano di sorpresa.

E così Steven decise per la commedia. Il cast fu deciso su più fronti: prese fra i giovani il comico più famoso, John Belushi, che si trascinò il suo partner Dan Aykroyd, e qualche allievo del Second City, come John Candy; per rendere credibile l’atmosfera di guerra, con intelligenza infilò volti drammatici come Robert Stack, Toshiro Mifune (al suo primo film in lingua inglese), lo stesso Lee che come ufficiale nazista (credibilissimo); di kubrickiana memoria, chiama Pickens come lo strambo e rozzo Hollis Wood, scambiato dai giapponesi come informatore; si autocita ricreando il set della pompa di benzina del suo debutto alla regia Duel, e rispedisce in acqua Susan Backlinie, stavolta senza squalo. Fra tutti, il personaggio di Belushi fu memorabile: con la dedizione che pochi fan conoscono, curò il suo personaggio nei più piccoli dettagli, anche se Spielberg – che aveva conosciuto John dietro le quinte del Saturday Night Live – tagliò alcune sue idee e aggiunse qualche gag volgare mentre guida l’aereo. Belushi però si fidava di Steven, e nonostante si presentasse sul set in condizioni non ottimali, più volte rischiò di farsi male a costo di portare a casa la scena (guardate la gag di lui che cade dall’ala dell’aereo mentre due soldati lo aiutano a salire: Belushi cadde davvero, ma Steven mantenne il ciak). Kelso era un personaggio che nello script era minore: la presenza di John cambiò tutto. 


 
Nonostante un cast superbo ed un copione che demolisce tutto e tutti, Spielberg si aggirava sul set preoccupato e indeciso. Più volte gira la sequenza dell’aereo di Kelso che cade rovinosamente sulla strada, troppe volte e senza un vero motivo. Aykroyd disse agli altri sul set, “Questi qui giocano all’autoscontro con le Ferrari”. Nel dubbio, tutti urlano, e le lunghe riprese durate 247 giorni finiscono nel maggio del 1979 con molta pellicola girata (trecento chilometri di pellicola). Al montaggio, Spielberg abbozza una versione di due ore e mezza. I produttori però si spaventano del risultato e lo obbligano a scendere a due ore di film, contro la sua volontà. Spielberg organizza una anteprima nello stesso cinema dove aveva proiettato con successo tutti i suoi precedenti film, il Medallion Theater, a Dallas, come buon auspicio: ma dopo le prime risate e sghignazzi, quando il film si faceva più chiassoso, in sala subentrò stupore e sbigottimento finché Spielberg si accorse che molti spettatori si tappavano le orecchie con le mani. I dirigenti della Columbia e della Universal, fuggirono come cani bastonati. La “prima” del film che si tenne il 13 dicembre 1979 a Los Angeles, con la presenza di John Belushi e Dan Aykroyd, impegnati in quel periodo con le riprese di Blues Brothers, non andò meglio. Dai ricordi della vedova Judith Belushi, la sala si gelò subito dopo la prima gag della ragazza in sella al periscopio. Con il film prossimo alla sua uscita il giorno dopo, non fu una reazione incoraggiante.
(La produzione di Blues Brothers in un certo senso ne rimase coinvolta: il film di John Landis stava lievitando nei costi, e il rischio di fare un altro floppone era dietro l’angolo. A metà gennaio del 1980, ci fu una festa di compleanno organizzata per Belushi, dove tutti indossavano delle spille con sopra scritto: “John Belushi: nato 1949 - morto 1941”)
Tuttavia, non fu un flop, semplicemente incassò meno del previsto: se in patria il guadagno fu di 31 milioni, andò molto meglio all’Estero, con oltre 60 milioni incassati, per un totale di 92 racimolati in tutto il mondo.



In Europa, oltre a piacere al pubblico, furono deliziati soprattutto i critici. In Italia, dove uscì nell’aprile del 1980, furono pubblicate recensioni entusiaste. Il Messaggero scrisse: “Riuscitissima farsa corale, elegantemente spregiudicata, oltre che animatamente e bizzarramente condotta da un regista che non spreca davvero i molti mezzi posti a sua disposizione”; La Stampa: “Lo consigliamo volentieri, anche una sola risata liberatrice contro i riti isterici della guerra e le trappole della retorica vale tutta la spesa della produzione…non mancano le contaminazioni di gusto europeo”; L’Unità: “A noi questo mirabolante senso dello spreco piace moltissimo, ci ricorda Orson Welles e tutti i geni dissoluti che mandarono sul lastrico le majors con gusto perverso. Questa farsa forsennata apparentemente sempliciotta, può essere una franca alternativa a certe satire tutte di testa e in punta di piedi che spesso gratificano lo spettatore, paradossalmente, di un eccesso di riflessione”; ovviamente, qualche voce contro ci fu, come quella di Tullio Kezich su La Repubblica, che lo definì di comicità sporcacciona e di grana grossa, e di Giovanni Grazzini sul Corriere della Sera, ammonendo che il troppo stroppia, e che “1941 è un colosso con i piedi di gomma talmente eccessivo da essere insignificante”. E sentenziò: “Avendo perduto l’innocenza dei bambini, 1941 Allarme a Hollywood ci è infatti sembrata la baracconata d’un Paperon del Paperoni del cinema che accumula tanti motivi comici, tanti spunti grotteschi, da non poterli più ordinare, e da smarrire l’intenzione satirica nei confronti della California, stato demenziale, in una farsa frenetica e fracassona. In una carnevalata priva di stimoli surreali.  Lasciamo perdere Hellzapoppin, gli innumeri echi delle vecchie comiche, lo sforzo compiuto da tanti attori di buon nome. Un film nel quale un regista bravissimo, che dispone di mezzi straordinari e di specialissimi trucchi, fa, peccato, cilecca. O forse no: sembra che i bimbi si divertano”.

L’edizione italiana godeva di un doppiaggio ben fatto dalla C.V.D. che, per motivi a me oscuri, ha subito un peggioramento di qualità nelle edizioni home video. La prima VHS della C.I.C. (1988) rifaceva i titoli e sottotitoli al computer con la qualità che potete immaginare, e sono stati necessari molti anni prima di avere il primo DVD, per giunta bootleg e neanche ben fatto, edito dalla Pulp Video nel 2011. La Universal farà ammenda con il Bluray nel 2015, assolutamente da avere anche per il Making of di quasi due ore (con i sottotitoli), e l’incredibile qualità video e audio (tuttavia, per pulire qualcosa, qualche battuta del doppiaggio è sparita). Ancor più interessanti sono le scene tagliate, alcune incluse nel documentario (assieme a diversi film amatoriali girati da Spielberg sul set), una su tutte quella dove Belushi e Aykroyd si incontrano nel finale, per la prima ed unica volta nel film, mentre Kelso nuota verso il sommergibile: ed è molto carino che si salutano sospettando di conoscersi già.


martedì 16 gennaio 2018

Il carabiniere a cavallo..censurato

L’anno scorso tenni un seminario di sei incontri sul cinema comico e il rapporto con la censura, dai tempi del Codice Hays in America ai fratelli Marx, dal salace Totò alle imitazioni coraggiose di Chaplin dei grandi dittatori, fino agli apparentemente innocui Don Camillo e Peppone. Ottenendo l’interesse del pubblico accorso, è stato anche per me un continuo riscoprire e in molti casi conoscere lo zoccolo duro dei censori nei confronti della satira e delle battute che oggi potremmo definire innocue, ma che all’epoca scatenavano continue polemiche. E siccome avevano il potere del timbro del Ministero dello Spettacolo, erano dolori: nel mirino non c'era solo il nudo, le parolacce o l’eccessiva violenza. Bastavano un Totò che interpretava un funzionario pubblico ignorante obbligato ad ottenere la licenza elementare, o un giudice troppo buono con le prostitute, come Peppino De Filippo in un “Giorno in pretura”, che questi alfieri saltavano sulle loro sedie. Esagero? Quando si diffuse la notizia che Mario Monicelli avrebbe iniziato un film sulla Grande Guerra con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, si scatenarono le polemiche più assurde, per un accostamento di “commedianti” ad un tema storico così importante per il nostro paese. Sono tante le commedie censurate che avrei voluto approfondire a più riprese, e oggi ho analizzato la disavventura censoria di un film diretto da Carlo Lizzani, Il carabiniere a cavallo, prodotto da De Laurentiis e interpretato da Nino Manfredi.
 
E’ un film del 1961, molto godibile grazie soprattutto alla inedita coppia Manfredi – Peppino De Filippo, e spalleggiati dall’attrice svedese Annette Strøyberg e da Maurizio Arena, che nonostante la pubblicità lo riportasse come spalla di Nino, sullo schermo appariva ben poco. La esile storia raccontava le disavventure di un giovane carabiniere, in servizio a cavallo, che si sposa di nascosto per evitare il trasferimento di sede in caso di matrimonio, come previsto dal regolamento dell’Arma. Il giorno prima delle nozze, però, le cose si complicano perché alcuni zingari gli rubano il cavallo durante il servizio e assieme al suo amico ex brigadiere Tarquinio (De Filippo) girerà tutta Roma per ritrovarlo.
 
Scritto da Antonio Pietrangeli con la coppia di sceneggiatori Ettore Scola (inizialmente previsto come regista) e Ruggero Maccari, il film, intitolato semplicemente “Il carabiniere”, viene girato fra gennaio e febbraio del 1961 a Roma, con esterni a Mentana, e pronto per uscire per Pasqua. Viene richiesto il visto censura dichiarando 2600 metri di pellicola, ma il 18 marzo viene respinto per la proiezione in pubblico. Firma il decreto il Ministero dello Spettacolo Renzo Helfer, che alla fine del 1961 si scaglierà pesantemente contro Pasolini con il suo Accattone. Il 3 aprile il Corriere della Sera titola: Sequestrato a Viareggio il film "Il carabiniere", e si limita a scrivere, “Secondo voci che  circolano, il sequestro sarebbe  avvenuto su richiesta del comando dell'Arma”. Storicamente, era il primo film dove un carabiniere era protagonista, e l’argomento era troppo delicato per passar inosservato: le divise e le fiamme sul berretto non dovevano essere derise, e la storia raccontava di un giovane carabiniere che fa una figuraccia che si porta appresso un ex brigadiere, radiato dall’Arma perché colpevole di essersi rubato delle coperte previste per gli alloggi in caserma.. La produzione cerca una soluzione e chiede una nuova revisione. 



Il 15 giugno 1961, sono presenti ad una proiezione Helfer, la commissione al completo, e, come rappresentante del Ministero dell'Interno, il Dottor Vincenzo Agnesina, Vice Capo della Polizia. La commissione si prude le mani con alcune scene, come quella della confessione e quella del villico che sequestra la sua fidanzata nel fienile. La sequenza rispecchiava fedelmente le faide familiari tra la gente semplice di campagna, ma la censura impose la modifica di alcune battute:

Rita: "No, Lazzaro, no, così non voglio, io, no, no, lasciami, Lazzaro lasciami"
Lazzaro: "Tu m'hai detto che nun so bono a gnente eh! e mo te lo faccio vedè io"
Rita: "Lazzaro! Ti prego! ah così roviniamo tutto, non l capisci?"
Lazzaro: "Ci ho pensato! E' l'unica maniera Ritarè!".


Nel film, la minaccia di compromettere la ragazza è decisamente più velata anche se rimane chiara. E inoltre: "la scena che si svolge nell'interno del casale assediato, tra Rita e Lazzaro, deve iniziare con l'ingresso di Manfredi nella stalla o con la battuta di Lazzaro: “M’hanno voluto fa incattivì peggio pe loro” e deve terminare con l'uscita di Lazzaro arrestato dal brigadiere (Peppino De Filippo). Detta scena deve essere di complessivi mt. 72".
Al doppiaggio viene richiesto di modificare altre battute:

Letizia: “Non ha combinato niente lui e non vuole far combinare niente agli altri”.

“Buongiorno Signora!”
Letizia: “Prego, Signorina, e lei lo dovrebbe sapere!”


Maniscalco: “Io ai cavalli gli guardo il culo e non la faccia!” (e il “culo” viene coperto da un nitrito del cavallo).
 
Tuttavia, il Vice Capo della Polizia non è d’accordo. Non è questione di qualche parolaccia o di due villici sporcaccioni, ma di altro. Si legge: “…nel suo complesso, permane lesivo del prestigio di una Istituzione dello Stato e fa presente quanto segue: 1) - la lieve modifica del titolo originario "Il carabiniere" accentua e non sminuisce la ridicolarizzazione del personaggio principale, militare dell'Arma Benemerita, in quanto i carabinieri dei reparti a cavallo fanno parte di una "specialità", i cui componenti sono sottoposti a selezione ed addestramento ancor più rigorosi; 2) – l’eliminazione della scena della confessione e le modifiche di altre due scene, che si propongono in questa sede, non valgono ad impedire che le figure e le azioni dei protagonisti – l’uno, carabiniere scelto, in servizio attivo, e l'altro, sottoufficiale dell’Arma, collocato in pensione a seguito di furto di oggetti di casermaggio - si riflettano, nel loro complesso negativamente, sul prestigio e sulla dignità dell’Arma dei Carabinieri”. E imperterrito chiedeva la conferma del primo giudizio della Commissione, vietando la proiezione in pubblico.
la brochure col titolo originale
La proiezione si scalda, e si decide di togliere tutte le sequenze dove viene (apparentemente) offesa la divisa, e il film viene accorciato di 200 metri di pellicola, circa 8 minuti di film buttati sul pavimento della moviola, per un totale di ben 19 tagli. Saltano così alcuni bambini che deridono Franco, carabiniere a cavallo, o lui che viene ripreso dalla cinepresa con la testa che ritmicamente va su e giù, con effetto comico, tutta una sequenza dove Franco viene convocato a rapporto per una spiata che un commilitone ha fatto i superiori, dove il capitano interroga Franco e un suo commilitone a proposito della fidanzata di quest’ultimo che in realtà afferma Franco è “fidanzata dell’intero squadrone”, o sempre lui che si lamenta perché gli è sparita la roba in camerata, esclamando, “Meno male che siamo in caserma di carabinieri, figuriamoci se stavamo a Regina Coeli!”. Viene pesantemente accorciata la scena della confessione con Don Roberto (interpretato da Luciano Salce), specie quando il parroco prende in giro Franco che in dieci anni di fidanzamento non ha mai tradito la sua ragazza e gli consiglia di non sposarsi, che tanto ci sono molte ragazze in giro. Oppure il collega Renato (interpretato da Arena) che si congratula scherzosamente con Franco dicendogli, “Da domani c’è un cornuto in più”; l’ex brigadiere Tarquinio che da del cretino a Franco per essersi fatto rubare il cavallo; qualche “culo” di troppo, le già citate battute delle scene nel casale, fino a Letizia in “baby doll” nella scena finale, circa 14 metri che saltano così, rinchiusi in una scatoletta finita chissà dove.
 
Lizzani, per cercare un ulteriore compromesso, cambia il titolo specificando che il Carabiniere è “A cavallo”, cambiando goffamente manifesti e trailer (ma la brochure è rimasta col titolo originale), e viene così approvato per il nulla osta il 15 giugno.
Il 29 luglio, partecipa al Festival Internazionale del Film Comico e Umoristico di Bordighera , e ottiene come premio speciale la “Targa d’oro”. Il 31 agosto finalmente esce nelle sale.
La critica lo tratta con sufficienza. Il Corriere della sera, si è divertito: “Una indovinata  sceneggiatura di Scola e Maccari, fertile di trovate e di invenzioni e abbondantemente innaffiata di battute imbroccate. Qualche volta la pellicola va fuori tema, come nell’episodio dell’energumeno nella fattoria, ma  anche questi capitoli si salvano grazie alla rapidità e scioltezza dell’esecuzione. Nino Manfredi ha in quest’occasione  incontrato il personaggio che gli si addice e Peppino De Filippo gli dà la replica con la sua nota bravura”. Invece buio per La notte: “Il film certamente diverte in più di un punto: ma non oseremmo proprio darne il merito alla regia e meno ancora agli sceneggiatori. È un film su misura per permettere a Nino Manfredi di sfruttare ancora una volta la nota macchietta del ciociaro: e Manfredi lo fa con ineccepibile mestiere, coadiuvato del resto da un ottimo Peppino de Filippo. Ma basta la bravura di due attori e qualche battuta divertente per mettere insieme un film comico?”. 
Lo stesso Manfredi, imprigionato in un contratto con De Laurentiis che stava cominciando ad andargli stretto, non ricordava l’operazione con affetto: “Era un film di cui non mi importava niente, un film minore, fatto con un Lizzani che con un film comico come questo aveva ben poco a che fare. Eppure aveva dei collaboratori incredibili: Di Venanzo, Scola, Maccari, Gherardi, tutti per fare un filmetto; mi sembrava una presa in giro; tutti infatti lo fecero non con la mano sinistra ma con il piede sinistro”.
Tutto sommato, anche se non graffia come gli sceneggiatori avrebbero voluto, e l’arma dei carabinieri ha sopportato film ben peggiori di questo, le ambizioni satiriche in parte stravolte dalla censura sono comunque godibili ancora oggi, e se vi dovesse capitare di vederlo, mi ringrazierete.

domenica 14 gennaio 2018

Ritrovato Stanlio detenuto

Una piacevole notizia che farà gioire molti fan di Laurel e Hardy, e del cinema muto in particolare: dopo che per molti anni era circolata una copia incompleta, sono state ritrovate le scene mancanti di un film girato da Stan Laurel nel 1924, Detained. La scoperta è stata fatta dal Frisian Film Archive di Leeuwarden, Capitale europea della cultura per il 2018, e l’archivio olandese lo ha reso disponibile per intero sul loro canale YouTube.  

Questa comica faceva parte di un grosso progetto di digitalizzazione di pellicole al nitrato dove l’archivio Frisian Film è coinvolto, e dopo aver individuato di quale film si trattasse, hanno inviato la “pizza” alla Lobster Films di Parigi per il restauro dalla pellicola in 35MM, con didascalie in olandese. In verità, questo cortometraggio era finito nell’archivio già da molti anni, dal 2007 per essere precisi, quando un collezionista locale di Leeuwarden di nome Dirk Swierstra aveva donato una parte della sua raccolta, come egli stesso ha raccontato proveniente da un laboratorio fotografico della città: questo negozio, appartenente alla famiglia Van Kampen, aveva acquistato decine di film in 35mm con lo scopo di proiettarli al pubblico, ma quando l’attività venne chiusa negli anni Settanta, queste pellicole erano rimaste nel magazzino del negozio. Il caso ha poi voluto che Dirk Swierstra, amico della famiglia Van Kampen, ha donato la collezione di film alla Frisian Film, senza immaginare di trovare un film muto di Stan Laurel, fino ad allora incompleto. 

Il film venne girato nel febbraio del 1924, quando Stan Laurel, ancora senza Oliver Hardy, si era messo in affari con un produttore di nome Joe Rock: assieme girarono un ciclo di dodici comiche fra il ’24 e il 1925 intitolato semplicemente “Stan Laurel Comedies” e che ebbe un notevole successo, il massimo raggiunto da Stan solista. Detained, il primo girato di questa serie, è oggi di pubblico dominio, anche perché quando uscì nelle sale non fu registrato al copyright,  probabilmente perché si trattava di un film pilota. Le scene che erano andate perdute erano quelle centrali, dove Stanley era alle prese con il tecnico della sedia elettrica,e finisce poi sulla forca, con il collo che con una gag surreale si allunga a dismisura – una tipica gag dello Stan Laurel prima maniera, ma che verrà riutilizzata molti anni dopo nel film di Stanlio e Ollio Way Out West (I fanciulli del west, 1937).  

Curiosamente, altre gag ritrovate in questa copia saranno usate da Stan quando farà coppia con Oliver, come nella comica sempre a tema carcerario The Second Hundred Years (I due galeotti, 1927), inclusa la fuga dei due prigionieri che finisce malauguratamente nell’ufficio del direttore del carcere; i più esperti noteranno che erano tematiche che Stan aveva già affrontato, sempre in coppia ma stavolta con Larry Semon (il quasi dimenticato Ridolini), nel film Frauds and Frenzies (Ridolini e Stanlio al bagno penale, 1918), l’unico fra i pochi girati insieme che erano quasi alla pari di una vera coppia comica.
Detained, nella sua interezza, rimane un film bizzarro, con qualche movimento divertente (le guardie che per natale infilano nella calza dei prigionieri un piccone per spaccare le pietre), e a tratti davvero surreale (il tecnico che muore sulla sedia elettrica, e va in cielo strimpellando un’arpa), ma personalmente non ho mai digerito molto lo “Stanlio” prima maniera – rideva eccessivamente, e la sua personalità assomigliava troppo a quella di Chaplin – anche se Detained contiene uno dei primi pianti isterici di Stan, un manierismo che diventerà parte integrante dello “Stanlio” che conosciamo.
Ed ecco il film, nella copia più integrale oggi disponibile.


sabato 30 dicembre 2017

Quando Peter Sellers non fece Baciami, stupido

Wilder e Sellers, set di Baciami stupido
Questa è la storia di uno sfortunato incontro fra due grandi artisti: quando la star del cinema inglese Peter Sellers incontrò il regista Billy Wilder.
Nel 1964, Sellers coronò il suo sogno personale: girare un film con l’indiscusso re delle commedie di Hollywood. All’epoca, aveva da poco girato Uno sparo nel buio, di Blake Edwards, secondo capitolo della saga della Pantera Rosa, ed era in lizza per il premio Oscar come Miglior Attore per il film di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore, mentre Wilder era già collezionista di statuette ed aveva firmato capolavori come Viale del tramonto, A qualcuno piace caldo, L’appartamento. Quindi accettò la proposta di Wilder immediatamente.

Il film da girare era Kiss Me, Stupid (Baciami, stupido), la storia di Orville J. Spooner, pianista di professione, che attende da anni una opportunità per diventare famoso con le sue canzoni, finché nella sua sperduta città arriva per puro caso il famoso cantante italo americano Dino; complice un suo amico meccanico, gli manomette la macchina e riesce a convincerlo ad accettare la sua ospitalità, con la scusa di fargli conoscere le sue canzoni e mettendogli fra le braccia una famosa entraineuse spacciandola per sua moglie. Sellers viene scritturato per la parte di Orville, mentre Dean Martin ovviamente per quella di Dino, una parte scritta su misura, mentre Kim Novak è la “bionda esplosiva” che finisce fra le braccia dell’italiano. Wilder e il suo sceneggiatore di fiducia I. A. L. Diamond adattano una storia italiana, L’ora della fantasia di Anna Bonacci, già portato sullo schermo da Mario Camerini nel film Moglie per una notte (1952), e per questo desiderava in realtà un cast italiano: per un momento, si pensò seriamente a Monica Vitti nella parte che andrà poi alla Novak. 
Peter godette giorni da vera star hollywoodiana: l’attrice francese Capucine organizzò una festa in suo onore il 25 febbraio, in presenza di Blake Edwards, i coniugi Wilder, Jack Lemmon; il 6 marzo lasciò le sue impronte delle mani e dei piedi nel pavimento dello storico Grauman’s Chinese Theatre di Hollywood; il 20 marzo registrò la sua partecipazione al famoso Steve Allen Show (la puntata andrà in onda il 3 aprile), durante il quale deliziò il pubblico una lunga telefonata a Scotland Yard completamente improvvisata. Kiss Me Stupid, per il quale Peter doveva essere pagato 250,000 dollari più una percentuale sui profitti, era solo il primo film progettato da Wilder con Sellers attore; il secondo era una versione di Sherlock Holmes, con Peter O’Toole nei panni dell’investigatore inglese e Peter in quelli del Dottor Watson.
Ovviamente la stampa seguì la produzione visitando il set svariate volte. Il 20 marzo, Sellers dichiara: “Si sta dimostrando una meravigliosa opportunità, davvero molto piacevole”. Un altro pezzo viene scritto da Murray Schumach per il New York Times e si intitola “Peter Sellers e Dean Martin si divertono in 'Baciami stupido' di Wilder”: vengono riportate le continue interruzioni di riprese perché Martin non riusciva a trattenersi dalle risate per via delle espressioni di Sellers. “Come uno scolaretto con la ridarella”, Martin si scusava con la troupe cercando di riprendersi ma Peter lo faceva ridere solo con un ghigno. Un dirigente ospite di Sellers si rivolge al reporter per dirgli di star attenti, fa battute, ma è un perfezionista incredibile, continuamente preoccupato della sua performance, tant’è che una volta svegliò nel cuore della notte un regista inglese alla vigilia del primo ciak, tormentato dal “debutto”. Questo articolo è stato di un pessimo tempismo: parla di risate generali, professionalità e cameratismo fra gli attori, ma esce il 5 aprile 1964, proprio quando il set si ferma improvvisamente all’apice dei problemi.
Comunque, Wilder è entusiasta e non si preoccupa se la Novak è nota per essere capricciosa sul set, confida in Dean Martin, Mr. Rilassatezza, per avere una piacevole lavorazione.
Tuttavia, Sellers era sconvolto dalla disinvoltura che dominava il set di Billy. Regista autocratico sugli attori e sulla troupe, sembrava non esercitare alcun controllo sulla porta degli Studi. Alcuni registi tenevano il set blindato, ma all’inizio degli anni ‘60 Billy era così rilassato nel ruolo di comandante supremo del cinema che trasformò i suoi set nell’equivalente operativo del Romanisches Café, il famoso bar per artisti di Berlino: ed era una festa perenne con il continuo via vai di attori, scrittori, amici di sua moglie Audrey, compagni di poker. Il solitario Sellers non era d’accordo.
Quando si lamentava con Wilder di non riuscire a lavorare con così tanta gente attorno, il regista rispondeva: “Peter, fai come Jack Lemmon. Ogni volta che inizia una scena lui chiude gli occhi e dice tra sé e sé “E' tempo di magia!” e si dimentica di tutto il resto”. Questo portò molta tensione quando cominciarono a lavorare insieme, ma niente di più rispetto al normale stress che corre tra un tenace regista che richiede totale controllo e un’ipersensibile e stravagante star con problemi di egocentrismo. Famoso per le sue abili improvvisazioni, Sellers si ritrovò costretto a confinare le sue invenzioni alla sfera mimica e gestuale; le parole non andavano assolutamente alterate. Il fatto che Sellers non fosse felice non era una novità. Poteva essere geniale e affascinante se voleva, ma anche arrivare in studio nel tardo pomeriggio e far sprecare un'intera giornata di riprese. Era il prezzo da pagare per la sua performance.
"Fai come Jack Lemmon!"
Stando a  Jack Lemmon quella stessa settimana Sellers era stato afflitto da un massiccio orzaiolo sull’occhio destro. Sheilah Graham aveva dichiarato che Peter “sembrava avvicinarsi sempre di più all’esaurimento nervoso”. Era stanco, ansioso, irritato. Poteva inventarsi pezzi di scene fisiche che piacessero al suo regista-sceneggiatore, ma non poteva cambiare neanche una parola all’interno del dialogo. L’orzaiolo era, dal punto di vista clinico, una reazione isterica - una manifestazione corporea di ciò che Peter sentiva dentro di sé.
Sellers in quel periodo faceva la “bella” vita. Erba e anfetamine erano le sue preferite e ne consumava senza freni. Già estremamente nervoso per il suo bene, le automedicazioni di Sellers lo portarono a spingersi ancora più vicino alla catastrofe, nonostante né lui né i suoi amici e famiglia sembrassero rendersene conto. Sellers passava i giorni a monitorare la moglie, a seguire le esigenti istruzioni di Wilder e a odiare profondamente la sua esposizione sul set ad occhi sconosciuti; di notte fumava erba, sniffava popper e desiderava di non doversi presentare sul set di Kiss Me, Stupid il mattino successivo.

Dopo sei settimane di riprese, colse l’occasione di un giorno di riposo e chiese a Wilder 300 dollari in prestito, col desiderio di portare la famiglia e qualche amico a Disneyland. La carovana parte la mattina di domenica 5 aprile, lo stesso giorno della pubblicazione dell'allegro articolo del New York Times. Ma Wilder non rivedrà più la sua star insoddisfatta. Quella sera, tornati a casa, Sellers e Britt si sfogano a letto, quando all’improvviso Peter si sente molto male. Viene portato in ospedale e i medici lo mettono in osservazione: due giorni dopo, l’infermiera lo trova per terra fuori dal suo letto. Va in crisi cardiaca. Alle 4,32 del mattino dell’8 aprile 1964 il suo cuore si ferma per un minuto e mezzo. La stampa è già pronta a titolare “Peter Sellers è morto alle ore..”, ma fortunatamente questo non avviene. Il cuore riparte, e Peter è definitivamente salvo.
Il 9 aprile, Il corriere della sera riporta: “Un portavoce della casa  produttrice del film ha dichiarato di non avere alcuna idea di chi potrebbe rimpiazzare Peter  Sellers. «La sua parte — ha detto — è congegnata in modo tale che solo Sellers può  interpretarla»”. Infatti il 13 aprile l’attore Ray Walston, già attore nel film L’appartamento, viene chiamato per interpretare Orville. Sellers viene così sostituito dopo sei settimane di riprese, una scelta che non scuote tanto Wilder. Anzi, gli è attribuita questa dichiarazione: “Attacco di cuore? Devi avere un cuore, per avere un attacco”. Freddo e distaccato, Wilder decide di rigirare tutte le sequenze fatte con Sellers, ma non rimarrà comunque soddisfatto del risultato. “Non ho mai amato quel film, né credo mi sarebbe piaciuto di più con Peter Sellers, che era troppo inglese. Ma lo avevo scelto io, perché mi aspettavo chissà cosa da lui. Rimpiazzai Sellers, che era troppo inglese, ma non servì. Fu tutto sbagliato, dall’inizio alla fine. Era una commedia italiana e avrebbe funzionato in italiano. Non in inglese. Sellers parlava con un accento talmente marcato che non poteva mai aver vissuto dove la storia diceva di essere vissuto. Ma l’attore che lo sostituì era perfino peggio”. Alla domanda – inevitabile – che fine avesse fatto quel materiale, rispose, “Non ne ho la minima idea”.
(Ed i problemi non finirono neanche dopo aver messo fuori Sellers: Kim Novak l'8 maggio venne ricoverata al “Memorial Hospital” di Hollywood per problemi dorsali dovuti in seguito ad una caduta sul set).

Jack Lemmon in visita sul set
Intanto, Sellers se n’era andato ma la sua ombra era rimasta. E trovò voce propria in giugno. A quel punto completamente guarito e pronto per rimettersi in gioco, Sellers disse ad Alexander Walker dell’Evening Standard che a Hollywood, gli Studios “Ti forniscono ogni comodità possibile e immaginabile ad eccezione della soddisfazione di tirare fuori il meglio di te”. Si lamentò di tutti quei parassiti sul set di Kiss Me, Stupid e di quanto lo avessero distratto dal suo lavoro. Sellers inoltre non si fece scrupoli a parlare del suo malcontento riguardo all’esigente e rigoroso controllo cui lo sottoponeva Wilder. Pochi giorni dopo la pubblicazione di questa intervista, Sellers ricevette un telegramma. “PARLA DEI CHIACCHIERONI POCO PROFESSIONALI”, firmato da Wilder. I suoi contenuti erano stati misteriosamente rilasciati alla stampa prima ancora che Sellers lo ricevesse.
La cosa lo amareggiò parecchio, e da come si legge nel Corriere della sera del 21 giugno 1964, “Peter Sellers sta forse  pensando di rinunciare  definitivamente all'attività  cinematografica. L'attore, che ha trentotto anni, e che sta riprendendosi nella sua casa del Surrey dalla malattia che lo portò in fin di vita, ha confidato a un  giornalista: “Sto pensando  seriamente di ritirarmi. Per il momento non ho proprio nessuna voglia di rimettermi a lavorare. Vorrei solamente andarmene in  giro per il mondo e non far  null’altro per il resto dei miei giorni”.
Sellers riceve la visita di Britt, la moglie, in ospedale
Il telegramma del chiacchierone cominciò a scottare. Sellers accusò profondamente l’ingiustizia di quell'attacco e, il 1° luglio, comprò un annuncio a tutta pagina su Variety per sfatare definitivamente quell'idea che lo dipingeva come “un inglesuccio ingrato e chiacchierone che non aveva fatto altro che abusare di Hollywood alle sue spalle”. Chiarificando “Io non sono andato a Hollywood per stare male. Ci sono andato per lavorare  e ho scoperto, con mio rammarico, che il mio lato creativo non poteva accettare le condizioni sotto le quali andava fatto il lavoro. E' una questione personale. Non ho critiche riguardo a Hollywood in sé, ne ho per quanto riguarda il lavorarci. L'atmosfera era sbagliata, per me. Allo stesso tempo chiunque è libero di dire che quello sbagliato sono io”.
L’ammenda arrivò ormai a frittata fatta: al “chiacchierone” Hollywood velatamente gliela fece pagare. Ad un anno esatto dal suo ricovero, il 5 aprile 1965, i premi Oscar vennero consegnati lasciando Sellers a bocca asciutta nonostante meritasse la statuetta per il triplice ruolo del Dottor Stranamore.
Niente più Sherlock Holmes – anche se Wilder riuscirà a realizzare la “sua versione” nel 1970 – mentre Sellers si butta nelle braccia dell’altro regista che più ammirava: Vittorio De Sica. Nel marzo del 1965 sbarca a Roma per parlare col regista di Ladri di biciclette, e si decide una storia di due imbroglioni, in coppia con Paolo Stoppa. A maggio, il soggetto cambia ma il film si realizza, e si intitolerà Caccia alla volpe, purtroppo non quello che si dice un film memorabile. Ma Peter trovò l’energia e le atmosfere giuste per lavorare ancora e regalarci nuovi capolavori, spesso diretti da Blake Edwards.
Col senno di poi, il film Baciami stupido era molto riuscito e piuttosto ardito per l’epoca, ma fu un fiasco di pubblico e di critica, che lo definì a torto volgare, ed ebbe molti problemi con la censura, persino in Italia dove venne vietato ai minori di 14 anni (divieto revocato solamente nel 1997).

(le dichiarazioni di Wilder provengono dal libro di Cameron Crowe Conversazioni con Billy Wilder, 1998; altre fonti utilizzate: On Sunset Boulevard: The Life and Times of Billy Wilder, di Ed Sikov, dello stesso autore anche Mr Strangelove; A Biography of Peter Sellers; ringrazio Chiara Mauli per l’aiuto insostituibile per le traduzioni dall’inglese).

mercoledì 13 dicembre 2017

"Storie di cinema" dedicata a Stanlio e Ollio

Succedono cose strane nella vita a volte difficili da raccontare, ma stavolta quello che è successo lo scorso 5 dicembre rimarrà negli archivi, e mi rimarrà sempre nel cuore. Succede che Tatti Sanguineti, proprio lui, il critico e storico del cinema che seguivo sin da quando ero un dilettante appassionato di primo pelo, chiede all’editore Carlo Amatetti di Sagoma di essere affiancato da uno dei curatori della prima edizione italiana della biografia di Stanlio e Ollio scritta da John McCabe 56 anni fa, e che si intitola Mr. Laurel e Mr. Hardy, per una puntata del suo programma “Storie di cinema” (Iris, canale 22, ore 23). Carlo suggerisce il mio nome, poi aggiungo Gabriele Gimmelli, per contrapporre la mia informalità con la sua presenza accademica, ed ecco che ci ritroviamo a Cologno Monzese a parlare di Stan e Babe e del loro genio comico. 

Io e Gabriele siamo solo due del gruppo che ha lavorato a questa edizione critica del libro di McCabe, e in rappresentanza abbiamo portato il nostro sapere, i baffi e il tradizionale Fez rosso del club I figli del deserto. Non sapevamo se era una trappola oppure veramente Iris aveva deciso di promuovere il nostro virus comune, Laurel e Hardy, e le calorose telefonate con Tatti ce lo avevano confermato. Bisognerebbe aprire una parentesi lunga un chilometro solo per raccontare il rapporto con Tatti (permettendomi di dargli del tu, visto che a lui salamelecchi tipo dottore, professore, li odia), le gentili parole che ha speso per noi due, e soprattutto per il libro, ma la puntata che è venuta fuori – per la quale ringrazio di cuore il produttore, Daniele Boschetto, infaticabile e disponibilissimo – è il risultato di tutta una preparazione che, curiosamente, è andata su un’altra direzione. Senza prepararci molto, avevamo portato però delle clip piuttosto rare a disposizione del programma, poi non usate – sembra per motivi di diritti – ma poco male, è stato divertente e sembra gradito dagli spettatori. 
Lo meritavano Laurel e Hardy e questo fantastico libro. E mai avrei immaginato di finire in televisione a parlare di un testo che avrei voluto leggere in italiano sin da quando scoprii l’esistenza. C’erano ancora le Guerre Puniche.

Non finirò mai di ringraziare Sanguineti, che ci ha permesso di entrare in un meccanismo televisivo che non conoscevamo, soprattutto nelle sue mani trasformato in qualcosa più vicino allo spettatore che al critico di cinema. “Niente scuole di cinema. Io sono cresciuto a pane e salame”, ci ha detto. E noi ne sentiamo ancora l’odore. Quindi, grazie Tatti.
A proposito: cliccate qui per rivedere la puntata.