mercoledì 6 febbraio 2019

Peter Sellers al Palazzo delle Esposizioni

9 febbraio, ore 18:00
Da quando il mio libro In arte Peter Sellers è uscito nelle librerie, lo scorso 31 ottobre 2018, ha avuto un notevole successo e come spesso accade si organizzano incontri, dibattiti. Il primo memorabile è stato il 20 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, per il quale il libro è stato battezzato come "ufficiale" della kermesse, assieme al grande Alberto Crespi, autore della prefazione, e Saverio Raimondo, comico che non ha bisogno di presentazioni e una delle persone più colte che conosca, sopratutto in ambito di comicità; poi durante la Fiera della media e piccola editoria a Roma, l'8 dicembre, con Alberto Crespi accompagnati da David Riondino in un altro evento davvero esilarante, poi alla libreria "Il gabbiano" di Vimercate, patria di Sagoma e di Carlo Amatetti, l'editore, e al Salone della Cultura, a Milano, il 19 gennaio, con l'amis e autore Sandro Paté. Per non parlare della radio, dove mi diverto notevolmente: puntuale sono passato a Hollywood Party (con Crespi e Roberto Silvestri) il 29 ottobre, a Radio Lombardia il 29 novembre, ed a Quelli che a Radio2 con  Tamara Donà e Gianluca Gazzoli. Ultimo, ma non ultimo, con Gianni Fantoni siamo stati una oretta durante una sgangherata ma divertente diretta del suo programma Dottor Divano.
E non finisce qui. Sono in preparazione altri eventi, ma il prossimo sarà diverso da tutti gli altri (ed è già rivelato dalla locandina): il 9 febbraio, alle ore 18:00, al Palazzo delle Esposizioni di Roma io, Francesco Alò (giornalista di Badtaste, ma anche autore della prima biografia italiana dei Monty Python) e il comico Max Tortora (anche lui, nessuna presentazione, sapete benissimo chi è) parleremo di Sellers a ruota libera. Vi aspetto numerosi, perché ci sarà da ridere davvero!

a Hollywood Party uno sconosciuto Belushi

Ieri sera, durante la trasmissione radiofonica di Hollywood Party, il conduttore Dario Zonta (raggiunto telefonicamente da Alberto Crespi, rinchiuso in Germania per il Festival di Berlino) ha avuto il sottoscritto come ospite in studio per parlare di John Belushi e dei film che non riuscì a fare, sopratutto a causa della sua morte prematura avvenuta nel 1982, per una overdose. E' la prima volta che un articolo del mio blog ha destato così tanta curiosità e quindi...vi invito ad ascoltare la puntata di ieri a questo link
E siccome il tempo e la scaletta sono tiranni, tutto quello che non siamo riusciti a dire lo trovate ovviamente in questo blog, per rileggere John Belushi sconosciuto.

venerdì 25 gennaio 2019

Il finale di Zio Paperone

Molti della mia generazione ricorderanno il film della serie tv Ducktales come uno dei più bei ricordi d’infanzia, anche se rivisto recentemente l’ho trovato fiacco e con una animazione spesso mediocre (era il primo lungometraggio prodotto dalla Disney MovieToons, ora defunta, e animato dai colleghi francesi della Walt Disney Animation France), ma a Zio Paperone alla ricerca della lampada perduta (titolo originale: DuckTales the Movie: Treasure of the Lost Lamp) siamo rimasti affezionati perché da bambini questi difetti non interessavano molto. Personalmente, come tifoso numero uno di Paperone sin dai fumetti (e anche della nuova serie Ducktales) sapevo che l’unico vero difetto era legato al finale del film, e mi è bastata una veloce ricerca su google per scoprire che sto parlando di acqua calda, essendo già argomento trattato nei forum etc. pochi, però con una risposta precisa.
Andiamo con ordine. Il film, del 1990, uscì come film pasquale in Italia nel 1991, ed era stato doppiato dal Gruppo Trenta alla Fono Roma con le classiche voci del cartone animato (Gigi Angelillo era Zio Paperone, Carlo Reali Jet McQuack, Laura Lenghi doppiava Qui, Quo e Qua, Gaia era Antonella Rinaldi, Isa Bellini la Tata, fino al Genio, nuovo personaggio, doppiato da Giorgio Lopez), e nonostante un lancio considerevole (ricordo una versione a fumetti uscita su Topolino, e uno special televisivo su Raiuno) non ebbe un grande successo. Certo, il motivo non era nel finale, perché quando uscì nelle sale non aveva il problema che possiamo vedere qui, in questa clip:


Notato niente di strano? Sì, quando Paperone si accorge del ladro Dijon, i dialoghi vanno per conto loro, e oltre al fuori sincrono si nota un buco audio che in questa edizione (la prima in VHS) hanno risolto anticipando la musica. Speravamo nel DVD o nella copia HD di Itunes, ma è stato fatto di peggio, hanno raddoppiato (per dieci secondi) le ultime frasi fino ai titoli di coda. Ora, nel pasticcio creato in fase di mixaggio quando fecero la copia per l’home video, la faccenda si è fatta seria, e per recuperare quel brano l’unico modo è….avere la copia in 35mm, o, leggo in qualche forum, di una VHS “pirata” proveniente proprio dalla pellicola che aveva il dialogo completo, tant’è che qualcuno cita correttamente. Per recuperare il pezzo audio, almeno per la memoria, ho chiesto a Italiataglia, l’ufficio censura della Direzione Generale cinema che conserva tutti copioni della lista dialoghi di ogni film uscito da noi, una copia dell’ultima pagina dei dialoghi (datata 13 marzo 1991), la 66esima. Non avendo autorizzazione di riprodurre l’originale, ecco la trascrizione fedele di quella pagina (i termini che leggerete sono quelli per il doppiaggio: FC sta per Fuori Campo, IC per In Campo):

PAPERONE: Tu vai con loro, Gaia, cara... Noi quadrimiliardari ci divertiamo diversamente. /
(CANTICCHIA) / (URLA)/ Tu!
DIJON: Paperone, signore! Oh, perdiana, (CON RISATINA) che momenti che abbiamo passato, eh? Stavo proprio per andarmene, sa? Addio / (FC) Ma è solo qualche spicciolo! (FIN. IC).
PAPERONE: Ti cambierò i connotati, ladro!
DJON: (FC) (URLA)
PAPERONE: (SUSSULTA)
DJON: (FC IC) (SOVR.) (VERSI e URLA)
PAPERONE: Qualcuno fermi quei pantaloni!

Fine film


Difficile sperare in un recupero da parte della Disney, quindi tanto vale rivederci il finale originale con tutti i dialoghi, senza gli assurdi tagli della edizione italiana.


lunedì 7 gennaio 2019

Le tre vite di "Giorno di festa"


Non ho mai avuto dubbi di avere Jacques Tati nel mio cuore di appassionato di cinema, non smetto mai di guardare i suoi film e di ritenerlo uno dei più grandi autori, attori (e teorici) della commedia francese. Non ne ho mai parlato molto in questo blog, e forse l’occasione oggi è quella di condividere una curiosità riguardo il suo primo lungometraggio, Jour de fête (Giorno di festa, 1949), e esattamente sulla domanda che molti appassionati si sono fatti: quante versioni esistono di questo film? La risposta l’ho trovata recentemente, grazie al restauro del 2012 che L’immagine ritrovata della Cineteca di Bologna ha svolto su due negativi originali della prima versione del ’49. Prima di allora, infatti, il film circolava in una nuova edizione che lo stesso Tati aveva curato nel 1964 che molto timidamente cercava di inserire qualche elemento colorato in un film girato in bianco e nero, modificando in parte alcune scene, aggiungendone altre, e soprattutto rinforzò la parte sonora con un nuovo doppiaggio e sincronizzando nuovi effetti e musiche. Come mai questi cambiamenti? Tati era un perfezionista, e dopo il successo internazionale con i suoi film successivi, Le vacanze di Monsieur Hulot (1953) e Mio zio (1958), rivide il suo primo film con occhio critico e decise di modificarlo per dargli maggior ritmo e enfasi all’elemento comico che era fondamentale per alcune sequenze: il sonoro. Tuttavia il cruccio maggiore del regista francese fu il colore.

Facciamo un passo indietro: il film venne girato fra maggio e novembre del 1947 con l’intenzione di renderlo a colori con il nuovo sistema Thomsoncolor, e furono usate due cineprese, una per la pellicola a colori e un’altra di riserva in bianco e nero. Alla fine l’espediente salvò il film, perché le difficoltà tecniche sopraggiunte resero impossibile la stampa a colori, e si usò la versione di riserva per montarlo. Uscì in Francia nel maggio del 1949 ed ebbe un successo clamoroso, con ben 6,8 milioni di spettatori e la esclusiva proiezione alla Mostra Cinematografica Di Venezia il 25 agosto. Dopo la riedizione del ’64 furono necessari diversi decenni prima che la figlia di Tati, Sophie, recuperasse i negativi girati a colori e cominciasse una lunga e faticosa ricostruzione del film per poterlo proiettare esattamente come voleva suo padre. Questo è accaduto nel 1995, anno del centenario del cinema, ottenendo un discreto successo e una nuova vita per il lavoro di Jacques Tati.
Quante sono insomma queste versioni? Ufficialmente sono tre versioni e mezzo, vale a dire tre lungometraggi e un cortometraggio. L’idea di un Giorno di festa veniva infatti come desiderio di gonfiare il corto L’École des facteurs, girato nel 1946 da Tati e che anticipava il personaggio di François il postino e che alcune scene furono usate o rigirate dallo stesso Tati per il lungometraggio successivo.
A sinistra L'ecole des facteurs, e a destra Un giorno di festa.
Poi c’è la prima versione del 1949, che dura 1 ora e 23 minuti, praticamente dimenticata da decenni fino al restauro del 2012. Questa edizione è stata pubblicata in Blu-Ray dalla Criterion Collection in America nel 2014 – uno splendido restauro in 4k – in un cofanetto intitolato The Complete Jacques Tati, poi uscito in Gran Bretagna (con meno extra ma con i medesimi restauri) per Studio Canal nello stesso anno con il titolo Tati Collection. Nel 2016 la Viggo ha distribuito questi restauri anche in Italia prima al cinema con i sottotitoli, e poi recentemente – nel dicembre 2018 – anche in home video. Il cofanetto è però in Dvd e gli extra sono ridotti, seppur validissimi. Come extra, è presente la prima edizione italiana del 1950 che in un certo senso si differenziava dalla edizione originale francese perché qui e là c’erano dei tagli che hanno compromesso la sincronizzazione del doppiaggio: la RHV ha così distribuito questa copia eseguendo gli stessi tagli. Ma addio alla edizione italiana con i cartelli nostrani.
Il primo doppiaggio François portava la voce del grande caratterista Carlo Romano, e uscì nell’aprile del 1950 dopo il successo a Venezia. La recensione de La stampa del 30 aprile salutava il film con un plauso al ritorno alla comicità “corposa” del passato, ma lo scambia per una farsa paesana, tuttavia, “Tati è divertente: «Giorno di festa» non è perfetto, ma è gradevole e sano, come il pane fatto in casa, nella madia della nonna”.
Questa edizione dura esattamente 1h e 17 minuti.
L’edizione del 1964 dura 1h e 16 minuti, e oltre alle caratteristiche citate, Tati inserì anche un nuovo personaggio le cui scene furono girate proprio nello stesso paese di Sainte-Sévère-sur-Indre quasi venti anni dopo Un giorno di festa: ma questo pittore che si aggira nella piazza festosa ha un paio di jeans anacronistici, e solo il fatto di colorare alcuni suoi disegni giustifica la sua presenza. Non solo, alcuni oggetti furono colorati apposta, come si può vedere qui.




Purtroppo, questa edizione uscirà in Italia solo nel 1977 e completamente decolorizzata, e anzi virata in seppia, depotenziando tutte le modifiche di Tati al “bianco e nero”. Stavolta, viene fatto un nuovo doppiaggio e si riconoscono alcune voci come quella di Franco Latini, nome noto nei cartoni animati, mentre Tati è doppiato da un giovanissimo Leo Gullotta (quasi confondibile con Oreste Lionello).
La nuova uscita in Italia non ha molta diffusione, ma Maurizio Porro sul Corriere della Sera lo recensisce volentieri il 30 novembre 1977: “Profeta del non-sense («il riso nasce sempre da una verità che si prolunga nell'assurdo» dice Tati) sa di vincere spalancando il suo sorriso sulla terrazza della vita è con questa semplicità, o forse con questi limiti, se volete, che dovete oggi salire sulla bicicletta del postino di Giorno di festa e farvi spruzzare dalla sua gran doccia d'entusiasmo”.
Si arriva così all’ultima versione, quella a colori del 1995, che dura 1h e 15 minuti. Chi scrive lo vide al cinema e rimasi deluso dalla colorizzazione un po' primitiva, ma adorai il film. Come versione, aveva maggior ritmo e il sonoro più potente, ma quello che stupì fu la differenza di inquadrature e l’assenza di diverse scene – del resto dura otto minuti in meno rispetto alla prima edizione del ’49 – come è qui dimostrato nella famosa gag del campanaro che schizza via in alto con la corda della campana. Nella versione del ’49 l’inquadratura è praticamente un’altra, mentre in questa del ’95 (che riprende quello della edizione del ’64) si nota chiaramente che fu rigirata con un altro attore.

1949

1964-1995.
Altra sequenza dove sono visibili le differenze fra un ciak e l'altro è in questa scena dove il postino osserva i monelli che gli hanno messo una lettera falsa nella buca delle lettere, dove è evidente il taglio alla sinistra del quadro nella copia a colori.



Fra le altre differenze, ci sono i titoli di testa, completamente rifatti. Questi sotto riportati sono rispettivamente quelli del 1964 e la prima edizione del '49.


Anche se la copia a colori ha riportato alla luce il film nelle intenzioni originali del maestro, non ho mai nascosto il mio disappunto del taglio di alcuni dettagli e lo scarso risultato (dovuto per la scarsità all'epoca delle tecniche giuste per questo tipo di operazione), come ad esempio si nota in questa scena notturna: la colorizzazione sembra più una semplice virata al blu notturno.



flano del 1995
Nota positiva a questo cofanetto, il documentario A’ l’américaine di Stéphane Goudet, ricco di materiali d’archivio e incentrato sulla storia del film e il restauro. Molto interessante soprattutto quando la figlia Sophia racconta che durante le riprese di Playtime (1967) lei era stagista sul set, e il padre le fece vedere che conservava le bobine dei suoi film in una cantina di una delle loro case, e che aveva intenzione di distruggere quelle più preziose: i negativi a colori di Giorno di festa. Nel 1987, con l’aiuto del regista e operatore François Ede, iniziò il processo di colorizzazione di questo piccolo gioiello della comicità che Tati ci ha regalato.

martedì 6 novembre 2018

Buster Keaton parla italiano

Nel 1930, il comico e regista Buster Keaton era in attesa di girare il suo terzo film per la MGM, la potente major che non era esattamente il posto giusto per trovare le condizioni di lavoro che sperava di trovare quando, due anni prima, era finito suo malgrado sotto contratto. Un anno dopo aver girato Spite Marriage (Io e l’amore, 1929), finalmente una decina di sceneggiatori sfornarono una storia che intitolarono Free and Easy, e decisero che sarebbe stato il primo film parlato di Buster Keaton - o meglio, il primo dove avrebbe finalmente pronunciato parola, perché il primo sonoro che girò, Hollywood Revue of 1929, era un film “All Stars” della Metro dove Keaton contribuiva con un numero “muto”, una comica danza del ventre. 
 
Quando Keaton entrò nel mondo dei talkies, come gli altri attori di Hollywood dovette affrontare le difficoltà dovute alla realizzazione delle versioni straniere: non essendo ancora stato inventato il doppiaggio, infatti, nel 1929-30 alcune case di produzione produssero più versioni girate direttamente nella fonetica interessata, che fosse spagnolo, tedesco o francese; aiutarono queste versioni assumendo dei traduttori e sostituendo alcuni attori secondari con dei colleghi madrelingua, e lasciando le Star a ripetere a pappagallo le scene girate in lingua inglese nella versione desiderata. In questo modo, si garantiva la distribuzione oltreoceano per i film parlati, anche se spesso il risultato film risultava essere pasticciato e involontariamente comico.

Per esempio, secondo alcune recensioni dell’epoca la versione italiana del film drammatico Big House (1930), con Wallace Beery, intitolata Carcere, aveva scatenato l’ilarità del pubblico perché gli attori italo-americani scritturati parlavano con i loro marcati dialetti, dal toscano al romanesco al siciliano.
La reazione era totalmente diversa quando si trattava di un film comico: la stessa parodia di Carcere, interpretata da Stan Laurel e Oliver Hardy, intitolata Muraglie (Pardon Us, 1931), aveva ottenuto un clamoroso successo di pubblico grazie alla comica fonetica di tutto il cast.

L’operazione di girare più versioni verrà accantonata per diversi motivi, fra tutti i costi alti che richiedeva girare più volte lo stesso film, tecnica abbandonata quando venne inventato il doppiaggio alla fine del 1932. Curiosamente, di versioni italiane ne furono girate poche rispetto a quelle in spagnolo, anche perché la legge di importazione del cinema italiano - imposta dal fascismo - obbligava la totale rimozione dell’audio in inglese: di conseguenza, se un film straniero non era stato girato in versione italiana, veniva completamente reso muto dai dialoghi e sonorizzato con musica e con l’aggiunta delle didascalie; invece di far aumentare la produzione di versioni italiane in America, gli Studios si limitarono quindi a girarne poche anche perché il mercato italiano non era ancora fra i più ambiti e redditizi. La MGM, ad esempio, preferì far recitare le sue star in spagnolo, in francese e nel difficile tedesco, mentre la Paramount fu una delle poche a girarne in italiano, come The Letter (1929), distribuito come La donna bianca nel 1931, o The Devil’s Holiday (1930), arrivato come La vacanza del diavolo l’anno successivo.
Come primo film parlato, anche di Free and Easy venne prodotta una versione in lingua spagnola, iniziata a girare nel marzo del 1930 e intitolata Estrellados; quello che è meno noto, è che fu girata anche una versione italiana, intitolata Chi non cerca trova. Questa notizia non è stata riportata in nessuna biografia su Keaton pubblicata finora anche perché, è doveroso dirlo, non sono state trovate tracce nelle riviste specializzate dell’epoca.
Invece, la rivista Variety riportò il 5 febbraio 1930: “Buster Keaton parlerà italiano nel prologo di Spite Marriage. Questo film è stato mostrato come muto”. Ma oltre ad un flano di aprile de La Stampa sull’effettiva proiezione del film in questa edizione, la questione è avvolta nel mistero totale, anche perché il film, conosciuto come Io…e l’amore, era passato alla censura italiana mesi prima, nel dicembre del 1929, come film “sonoro”. Il corriere della sera il 19 marzo 1930 lo definì “Il migliore film comico dell'annata”.
Eppure nel primo saggio storico sulle prime esperienze del doppiato in Italia, redatto da Mario Quargnolo per Bianco e Nero (n. 5, maggio 1967), così riportava: “Il prologo di Free and Easy era recitato in italiano da Buster Keaton”.
Emilio Cecchi, che visitò Hollywood nel febbraio del 1931 scriveva: “Il film è sincronizzato in italiano; ma Keaton recita il prologo e si aiuta con così graziose invenzioni cinematografiche da far perdonare, credo, se l’italiano sarà come sarà” (Corriere della Sera, 12 marzo 1931). Filippo Sacchi, recensendo poco dopo il film, si mostrava molto severo: “E stata un’idea infelice di far parlare Buster Keaton: quella poi di farlo parlare italiano, con frasi posticce, o trucchi sincronici più posticci ancora, è stato due volte infelice. Pare per fortuna che in America ormai abbiano capito che non è il caso di  insistere con questi saggi di buona volontà linguistica perché, per quanto possiamo essere intimamente lusingati della diligenza dimostrata da questi  attori americani nell'imparare a dire “buona sera” in italiano, o nel caso di attori italo-americani, intimamente commossi dell’impegno dimostrato da questi bravi connazionali nel non  dimenticare del tutto la lingua materna, l’effetto, ai fini dell’azione  rappresentata, è piuttosto deprimente. Dunque, mai più di queste cose, per carità”. (Corriere della sera, 29 marzo 1931).
Non ci sono dubbi che i flani sui quotidiani d’epoca riportassero “parlato in italiano”, ma non ci sono certezze che sia stato recitato totalmente nella nostra lingua, semplicemente perché nessuna copia è oggi reperibile. Ottenuto il visto censura il 31 marzo del 1931, Chi non cerca trova uscì tra la fine di marzo e giugno nelle maggiori sale italiane. Le opinioni che si leggono dalle recensioni discordarono sulla qualità dell’italiano di Buster Keaton.

Kines (n. 15, 12 aprile 1931) riporta:
“Il film è parlato, cioè doppiato in italiano con molta diligenza. E se il vedere l'impassibile maschera di Buster Keaton e l'udirla emettere parole e barzellette crea, in un primo momento, un senso di imbarazzo, si tratta di una sensazione di breve durata. Sarebbe stata certo desiderabile una maggiore efficacia nella recitazione e una maggiore purezza nella dizione”.
Cinema Illustrazione gli fa eco con un articolo che parla delle difficoltà del sonoro nel mondo della celluloide scritto da Enrico Roma (“Esperienze del sonoro e del parlato”, n.15, 15 aprile 1931):
 “Si è tentato di varare un espediente che a sentirne parlare poteva sembrare anche ingegnoso, ma che all’atto pratico si è rivelato il più insulso, il più puerile di quanti se ne siano ideati fin qui. Gli attori sono stati costretti a recitare anche nell'edizione originale inglese, con una lentezza esasperante, scandendo le sillabe, compitando, come scolari dell'asilo infantile, in modo che i movimenti delle labbra fossero della maggiore evidenza possibile; quindi, con pazienza da certosini, si è ottenuto dagli stessi attori che ripetessero pappagallescamente, sempre con la medesima lentezza, le stesse frasi tradotte in italiano (e così, forse, in francese e in tedesco), composte di parole corrispondenti, per numero di sillabe e per accenti, alle inglesi. Così abbiamo udito il povero Keaton e i suoi compagni esprimersi ridicolmente in un idioma a loro sconosciuto, in una specie di linguaggio senza vita, senza spontaneità, nel quale ogni speranza di comicità era andata a farsi benedire. Questa recitazione indiretta, era poi integrata da un'altra recitazione, che chiameremo “per procura”, fatta da attori italiani invisibili, da controvoci, utilizzata nei momenti, preparati ad arte, che gli attori in scena volgevano le spalle all'obbiettivo o, comunque, nascondevano la faccia. Chi ha visto il film, ripeto, non ha bisogno gli si dica che il risultato di questo pasticcio è apparso dei più disastrosi e che il comicissimo attore era ridotto a un automatismo addirittura pietoso. E un film che nell’originale era forse divertente, in questa edizione è disceso al disotto della mediocrità”.

Anche i successivi film parlati di Keaton furono girati in versione fonetica, una operazione che a suo dire lo divertiva fare ma allo stesso tempo il suo entusiasmo era frenato dai dirigenti della Metro: come avevano sperimentato Laurel e Hardy con le loro versioni straniere, anche Keaton avrebbe voluto aggiungere o modificare alcune gag, ma c’era il veto assoluto e l’ordine di rigirare il film senza alcuna differenza.

Doughboys (1930), il secondo film parlato di Keaton, viene distribuito in Italia stavolta sonorizzato, senza dialoghi, ma con didascalie e effetti sincronizzati. Varato alla censura il 30 settembre 1931 con il titolo Il guerriero, le recensioni sono piuttosto discordanti – c’è chi parla di offesa alla divisa militare come Cinema Illustrazione – ma è quella di Kines (n.47, 22 novembre 1931) più utile per la conferma della versione “muta” adottata:

“Il film era originariamente tutto parlato ed ora è, come sempre, solo più sonoro con due o tre indovinati passaggi cantati. (...) La riduzione italiana, molto spigliata e arguta ha fatto rinascere in noi la simpatia verso i titoleggiatori (sic!), che s’era da qualche tempo non di poco affievolita”. Secondo alcune fonti, il film è stato girato in versione tedesca, intitolata De Fronte, Marchen, e spagnola, De Frante Marchen!.

Corriere della sera, 20 novembre 1931 ne scrive un interessante elogio: “Per l’arte di questo attore incomparabile, anche quei vecchi e triti temi paiono per un momento rispolverarsi e brillare, e dar la scintilla di una risata. Gli importatori del Guerriero essendo rinsaviti, e avendo rinunciato, dopo il tragico esperimento di Chi non rercu trova, a quell'abbominio del doublage, l'attenzione dello spettatore si può di nuovo concentrare sulla sua pantomima perfetta. Il cinematografo non ha, dopo Chaplin, un attore capace di dosarsi a questo modo; un attore di una mimica così geometrica, di un “tempo” così infallibile. Basterebbe solo un punto a mandare in sollucchero il buongustaio: quell'occhiata che Buster Keaton lancia, dal ponte, tra desioso e noncurante, alla bella che lo guarda, e con la quale è corrucciato. È un secondo, un nulla, ma che formidabile padronanza dei propri muscoli facciali è necessaria per quel semplice giro di pupille. Basta a far capire tutto. È il ‘O’ di Giotto”.

Parlor, Bedroom and Bath (1931), terzo parlato, esce come Io... e le donne (visto censura del 29 febbraio 1932). Ci sono note discordanti se effettivamente arrivò in Italia doppiato o reso muto con le didascalie. Il corrispondente londinese de La Stampa pubblica il 26 maggio 1931 alcune note sul successo del film a Londra facendogli riferimento con il titolo “Romeo in pigiama”. E annota:

“È stata girata anche senza il parlato e il pubblico italiano non potrà non trattenere il riso quando Buster Keaton attacca i francobolli ai suoi annunzi di fidanzamento e li fa leccare da un cane pechinese che gli sta a fianco sopra la scrivania (...)”.

 Circa un anno dopo, quando arriva nelle sale italiane, leggiamo sempre su La Stampa, il 17 marzo 1932:

 “Se in Guerriero e in Chi non cerca trova i vari tentativi di dialogo erano timidi e incerti, in Io le donne vediamo un Keaton che tutto si abbandona alle battute, in una vicenda che sovente ricorda quelle delle più tradizioni pochades: dal compromesso e dal tentativo si è così giunti alla accettazione totale della nuova tecnica che, com’era facile prevedere, è tutta a scapito delle più autentiche virtù dell'attore. Non mancano trovate felici, rapidi scorci, ironie sottili (...): in parecchie scene si vedono labbra e labbra agitarsi, d’impegno; e rendono qua e là stagnante il film, in complesso piacevole”.
Il film è stato girato in due versioni, Buster Se Marie, in francese, e Casanova Wider Willen (1931) in lingua tedesca.

The Passionate Plumber (visto censura del 31 luglio 1932) esce come Chi la dura la vince, e non dovrebbero esserci dubbi che sia stato doppiato. Ma anche se fosse stato fischiettato, non avrebbe impressionato maggiormente i critici italiani.
La Stampa, recensendo il film il 13 dicembre 1932, non si diverte.

“Buster Keaton non ha troppa fortuna col parlato. Quella sua grinta di bronzo, impassibile sempre in ogni evenienza; quello sguardo fisso, come di chi persegua sempre un suo pensiero irriducibile, quella malinconia d'automa (...), erano elementi più che sufficienti a scatenare le risate delle platee non appena sullo schermo apparisse in figuretta agile e nervosa del nuovo attor comico. Ora il dialogo distrugge quegli effetti, ne infirma la più vera origine: quel volto non è più impassibile (...). L'attore deve aver sentito tutto il pericolo del dialogo, di questo, per lui, autentico intruso; e cerca perciò di dare alla battuta come il valore di uno strappo, tentando di mantenersi fedele alla maschera che gli dette fama”.
Il corriere della sera, il 29 novembre 1932, è perplessa della presenza di una “spalla”: “Buster Keaton questa volta ha un socio, che è Jimmy Durante. Durante che (non sappiamo fino a qual punto) deve aver origini italiane, e viene dal varietà, gode in America una grande fama di comico, ed è specialmente popolare a causa del suo naso. Il naso è davvero eminente, ma, forse perché spogliata di quell'indefinibile che gli dà l’accento e la voce, la sua comicità lo pare meno”.
Il film venne girato in lingua francese, con il titolo Le Plombier Amoureux.

Speak Easily (visto censura del 31 ottobre 1933) esce doppiato con il titolo Il professore: finalmente La Stampa trova qualche pregio e l’11 novembre 1933 scrive:

“Commedia quasi tutta piacevole: e la prima vera interpretazione che Buster Keaton affronti dinanzi al microfono. I suoi precedenti film parlati erano sempre stati dei compromessi fra quella sua grinta implacabile, che tanta giustamente gli procacciò ai tempi del film muto, e l'intrusione di alcune o di molte battute che restavano quasi estranee al gioco scenico, e finivano per l'impacciare l'ottimo attore. Con Il professore Keaton, a differenza di Chaplin, alza non una ma dieci bandiere bianche dinanzi al microfono: la sua è però una resa a discrezione che si risolve in una vittoria”.

Il 20 dicembre ’33, Il corriere spenge ogni entusiasmo: “Buster Keaton, nelle dottorali vesti e nei severi occhiali del professore, sarebbe buffo, però il film non ha la rapidità di ritmo che occorreva per far pienamente risaltare un simile carattere. Forse questo dipende dalla necessità di dare una parte adeguata a Jimmy Durante. Non ho mai capito l'idea di appaiare Buster Keaton a un attore di classe cosi inferiore e di tecnica così diversa, teatrale e diluito quanto l'altro è conciso e cinematografico. I momenti più comici del film sono la scena della sbornia con Thelma Todd, e l’episodio della recita, benché ripetano, in parte, elementi già usali in Io e le donne”.

Sidewalks of New York (medesimo visto censura del film precedente, datato 31 ottobre 1933), altro titolo doppiato e uscito come Il milionario, viene anche questo ben salutato dalla critica, francamente un po’ cieca dei difetti del film.
La Stampa pubblica il 1 gennaio 1934 la recensione:
“Dopo l’avvento del parlato le prove del Keaton non erano certo state degne della fama del grande comico. Ora finalmente ha superato questa ardua difficoltà, da lui affrontata sempre con molta circospezione; non mutando sulla alla sua grinta impassibile, esigendo da soggettisti e da sceneggiatori tessiture di dialogo che quel suo stile non debbano tradire, è riuscito a ricomporci, anche dinanzi al microfono, quella sua inimitabile figura che tanti successi gli ha valso dinanzi ai pubblici d'ogni Paese”.
Più riflessiva la recensione che scrive Il corriere della sera – sempre tramite la penna di Filippo Sacchi e pubblica il 10 dicembre 1933: “Tra i grandi artisti dello schermo, Buster Keaton è stato uno di quelli che hanno più sofferto del parlato. E si capisce. La parola violava l'impassibilità di quel marmoreo viso, sul quale i sentimenti e le reazioni erano sempre stampati dal di fuori, come una proiezione e quasi un riverbero della peripezia. Non c'è dubbio tuttavia che negli ultimi parlati egli era andato gradatamente risollevandosi. Neil' ultimo, Chi la dura la vince, si aveva già il senso di una crescente padronanza del nuovo mezzo. Forse anche per merito di una più accorta economia del dialogo, e di una esecuzione migliore del doppiato, abbiamo l'impressione che nel Milionario (anteriore a quello benché presentato dopo) quella padronanza dovesse essere completa. Chi lo sa? Dall'anno scorso, cioè da quando lasciò la Metro Goldwyn, la carriera cinematografica di Buster Keaton è diventata molto incerta. Quest’anno girò un solo film nella Florida, con una Compagnia di indipendenti, e adesso annunciano che verrà in Europa quest’inverno a prodursi nei Varietà. Ma forse è una crisi passeggera.  Auguriamoci che, dopo aver sgambettato per qualche tempo, a suo modo, sulle ribalte dei Music-Halls internazionali, si stufi e torni sullo schermo a fare il suo vero mestiere, ch'è di polarizzare nella sua lugubre faccia la buffoneria della vita, per scaricarla nella risata”.

What! No Beer? (visto censura del 31 ottobre 1933 con il titolo Evviva la birra), esce doppiato con il titolo Viva la birra. Dopo la “prima” a Torino” del 16 marzo 1934, La Stampa pubblica il giorno dopo una tiepida recensione, per poi concludere:

“L'interpretazione del Keaton non è mai diversa da quella dei suoi ultimi film che sono apparsi da noi: i suoi tonti e infiniti stupori hanno ormai trovato il loro contrappunto con le battute del dialogo, senza troppo tradire quella maschera che per qualche tempo fu quasi leggendaria nel regno degli schermi. Accanto al Keaton, il [Jimmy] Durante, un attore che probabilmente deve la sua fortuna soltanto al suo naso fenomenale: ché non sapremmo altrimenti spiegarcela.”.
Anche Il corriere della sera non si entusiasma e il 12 gennaio 1934 scrive: “Il film questa volta è stato fatto più per Jimmy Durante che per Buster Keaton. È alla rumorosa, sguaiata, invadente comicità di quello ch’è lasciata quasi sempre l’iniziativa dell’azione; com'è alla sua nasuta grinta ch'è lasciato il quadro finale. Buster Keaton rimane relativamente in margine, o quando è introdotto come solista è per ripetere sonatine già note: per esempio nella scena della seduzione, dove lo ritroviamo nella solita situazione di dover sbrogliarsela con una donna che non sta ritta, situazione che nemmeno il carnicino traforato di Phyllis Barry (che è tutto dire!)  riesce più a ravvivare. A ogni modo, più o meno, c'è la dose di risate convenute nel prezzo”.

Subito dopo Viva la birra, il 1934 presentò poche novità per gli appassionati italiani di Buster, in coincidenza con il licenziamento dell’attore dalla MGM, ma proprio in quel periodo un articolo di Cinema illustrazione (n.13, 28 marzo 1934) sul mistero del doppiato rivelò che la voce italiana di Buster Keaton era dell’attore Paolo Stoppa, ma non sappiamo per quanto tempo prestò la voce al comico e in quali esatti film.
A settembre del ’34 avviene la prima visita in Italia del Nostro, esattamente il 17 settembre, come riporta un trafiletto riportato in molti quotidiani d’epoca: “Venezia, 17 settembre, notte. Oggi, nel pomeriggio, e giunto a Venezia in aeroplano, da Monaco, il popolarissimo attore cinematografico Buster Keaton. Egli si tratterrà a Venezia qualche giorno”. Giusto in tempo per essere raggiunto dal giornalista di Cinema Illustrazione Gastone Toschi, che scriverà del suo incontro con Keaton un articolo pubblicato sul n.41 (10 ottobre 1934).

Nell’agosto del 1934, la rivista Eco del cinema riportò a tutta pagina l’accordo fra la Fox Film e la Educational Pictures per la distribuzione delle comiche che Keaton girò in quella stagione: l’annuncio titolava che sarebbero state 6 le commedie prossime alla distribuzione, con le prime due già pronte per essere distribuite. I titoli, Apollo sconfitto e Lo sceriffo sono io, sono riconducibili ai cortometraggi Allez Oop e The Gold Ghost, entrambi del 1934. Più complicato da individuare gli altri, e sono riuscito nell’impresa solo con altri due corti: Palooka from Paducah (1935) è uscito come Vi sfido io, mentre Tars and Stripes (1935) come Marinai d’acqua dolce, sempre usciti nel ‘35. Se il pacchetto venduto alla Fox era in ordine cronologico, allora mancherebbero all’appello One Run Elmer e Hayseed Romance per il totale di sei comiche.
Qualcuna di queste è stata anche notata dai recensori. Apollo sconfitto, per il Corriere della sera, è “un piccolo film con Buster Keaton. Che la «comica» ritorni alle origini, riducendosi a spettacolino di contorno, come alle prime pellicole di Charlot e di Ridolini?  Questo d’ora, Apollo sconfitto, è film benissimo riuscito, anche se non elettrizzante dal principio alla fine: vi si vede Buster orologiaio mutarsi in Buster acrobata, con le cadute che s’immaginano, buffe ma non tanto da non meritargli le grazie sospirate della sospirata fanciulla” (29 settembre 1934). E ancora: “Molto divertente è Lo sceriffo sono io, breve comica di Blister Keaton che accompagna la rivista di White. C'è una lontana reminiscenza del Navigatore nello spunto iniziale: Buster  Keaton, fuggendo in automobile l'assillo di una disillusione d'amore, capita in una cittadina abitata trent'anni avanti da cercatori d'oro, che l'avevano  abbandonata in seguito all'esaurimento dei giacimenti auriferi. Buster Keaton si stabilisce in quel villaggio deserto e cadente e vi si promuove da sé sceriffo. La scoperta di nuovi giacimenti richiama d'improvviso sul posto una nuova folla di cercatori, dei quali il bravo giovanotto deve affrontare le cupidigie e le violenze. Il solito lieto fine corona la solita baruffa. C'è poco dialogo, e comicissimi effetti. Buster Keaton è in vena” (14 novembre 1934). Qualcosa non convince, ad esempio “Vi sfido io, in cui Buster Keaton appare, con barba, circondato da tutta, la sua versatile famiglia (…) Tranne pochi momenti nell'episodio della lotta, il filmetto non è un gran che” (12 aprile 1935).

Nel 1935, arrivarono in Italia i due film che girò in Europa.
Le Roy des Champs-Élysées, distribuito dalla Minerva Film come Re dei Campi Elisi, esce nell’autunno del 1935, e sparisce velocemente dalle sale, nonostante le note sui quotidiani. Il 19 giugno 1934 la rubrica Cinelandia del Corriere della sera scrive: “Un grande avvenimento si prepara nella vita di Buster Keaton: egli riderà per la prima volta sullo schermo. In un contratto concluso con la Transat Film di Parigi, per un film. Il Re del Campi Elisi, ch’egli dovrà venire a girare in Europa, il celebre comico s'impegna espressamente ‘a sorridere e a ridere, anche rumorosamente’, tutte le volte che la sceneggiatura lo richieda, e il direttore glieli domandi. È la fine della famosa «faccia da poker», della classica impassibile grinta busteriana: il tramonto di tutto un genere comico, tra i più espressivi e perfetti che abbia creati il cinematografo. Riuscirà Keaton, con la sua risata, a crearsene uno nuovo? Non prendetelo alla leggera, perché è un problema d'estetica. Girandolo e rigirandolo si arriva ad Epicarmo”.
E quando esce nelle sale, non viene neanche preso a pesci in faccia, così come si legge dalla recensione del 12 maggio 1935: “Certo II re del Campi Elisi, non prenderà posto nella storia del cinematografo accanto a Io e la vacca o al Navigatore, però è sensibilmente superiore agli ultimi Buster Keaton che ci hanno mandato, con barba o senza barba, gli Americani. È una commedia qua e là discontinua, ma vivace, con parecchie trovatine comiche, accurata nella direzione e nella scenografia. Quanto a Buster Keaton egli è sempre il solito delizioso tempista (vedere la scenetta al caffè, coi preparativi dell'avvelenamento), e la doppia parte del gentile imbecille sosia del capo della banda di gangsters, che viene scambiato per questo, o trascinato, con la cospirazione delle solite coincidenze e della solita casa piena di congegni misteriosi, nelle più inverosimili avventure, gli dà modo di assortire dei comici contrasti”.

The Invader, distribuito dall'E.N.I.C. nel luglio del 1935 con il titolo Carambola d’amore, ha almeno una particolarità nel doppiaggio italiano: per sottolineare lo stato di “straniero” del personaggio – un americano in Messico – gli è stata data la voce di Paolo Canali, all’epoca voce ufficiale di Oliver Hardy (Esiste la videocassetta che consigliamo di recuperare per la bizzarria vocale: Keaton che parla l’italo americano di Ollio). A ricordo di questo film, citiamo la recensione del Corriere della sera dell’11 luglio ’35: “Questa volta, Buster Keaton in Spagna, alle prese con una Lupita ardente e i suoi focosi innamorati. Be', se le ultime risorse amene di Buster dovessero esser tutte qui, e se per divertire dovesse aver veramente bisogno ancora della carta moschicida e della panna montata che impiastricciano le mani, come nelle comiche finali di venti anni fa, staremmo freschi”.
L’interesse dei quotidiani e delle riviste italiane specializzate verso Keaton si esaurisce attorno alla stagione ’35-’36, in coincidenza al declino artistico e personale che travolse l’attore, soprattutto per l’esaurimento nervoso che lo costrinse al ricovero ospedaliero, come riportò Cinelandia il 15 dicembre 1935: “Per coloro che hanno pianto immaturamente Buster Keaton, una e buona notizia: il popolare comico a si è così rapidamente rimesso da quella crisi nervosa che lo aveva fatto spedire in manicomio, che i medici lo hanno rilasciato, permettendogli di tornare senz'altro al lavoro. Egli ha subito iniziato un corto metraggio comico con la sua Casa di prima, l’Educational. Che volete? Tra gli scherzi che possono fare i matti c'è anche quello di diventare savi. Cosi bisognerà che rinfoderiamo tutte le nostre patetiche cronologie”.
La cosa più incredibile è che di tutte le edizioni italiane dei primi parlati di Keaton solo Carambola d’amore è sopravvissuta oggi. Gli unici film parlati girati negli anni ’30 passati in televisione sono: Io e le donne, col titolo Salotto camera e servizi, andato su Raitre l'11 agosto 1989, e Il professore, col titolo Parlami dolcemente, andato in onda doppiato ex novo il 31 maggio 1992 sul canale defunto TMC. Tutta la restante produzione targata MGM è rimasta inedita.
Bisognerà fare un balzo oltre il dopoguerra per ritrovare Keaton protagonista – o comunque segnalato dalla stampa – come accadde nel 1947 quando debuttò come clown al Circo Medrano di Parigi, o nelle distribuzioni in forte ritardo di alcuni film cui prese parte come Hollywood Cavalcade, film della 20th Century Fox del 1939, e giunto solo nei cinema nel 1952, o El moderno Barba Azul, film del 1946 arrivato nel ‘49 come Buster Keaton nella ... luna, e andato persino in onda sul Secondo Canale Rai, il 7 agosto 1960.
Ancor più interessante la scrittura che Keaton trovò proprio in Italia nel 1953 in una rivista intitolata Il piccolo Naviglio, così come spiega Il corriere della sera il 25 luglio 1953: “Prima di ritirarsi del tutto, si era provato anche come regista di cortometraggi. di qualcuno del quali aveva steso anche il soggetto. Poi la sua maschera impenetrabile si era cancellata. È riapparsa ieri sera nella rivista II piccolo naviglio al Teatro di via Manzoni e il pubblico ha fatto all’attore grandi feste. Buster Keaton ha interpretato un suo sketch dal titolo Putting the girl to bed in una pantomima, trasportata dallo schermo sulla scena e giocata insieme alla moglie, ricca di trovate che ha divertito assai. Tipo di clown anglosassone, capelli radi e lisci, è riapparso ancora con il suo viso immobile, dai grandi zigomi sporgenti, gli occhi fissi e tristi, le caratteristiche insomma dalle quali ha tratto ancora ragioni di successo. Applausi vivissimi ripetuti dopo continue risate e in fondo un poco anche di nostalgica commozione in lui e nel pubblico. Buster Keaton figurerà nello spettacolo per diverse repliche”. 
Ugo Tognazzi con Buster Keaton. Pazzesco.
La rivista era scritta da Silvia e Terzoli (anche registi), Scarnicci, Tarabusi, Simonetta, Zucconi e dal noto giornalista Orio Vergani. Protagonisti i milanesi Fausto Tommei ed Elena Borgo e un trio comico che si avvale di Gino Bramieri, Ettore Conti e Gianni Cajafa. Le repliche si protrassero anche al teatro Puccini il 18-19 agosto fino alla fine del mese. Inevitabile che venisse chiamato per partecipare a produzioni cinematografiche impegnate in quella estate milanese, e così accadde per il film L’incantevole nemica, film diretto da Claudio Gora, e con Silvana Pampanini, Robert Lamoureux, Carlo Campanini, Ugo Tognazzi, Pina Renzi. Keaton veniva inserito in uno sketch teatrale dove fa i soliti pasticci in un fornaio. Quando il film uscì nel dicembre del ’53, fu salutato dalla critica con un certo distacco.


Il rapporto con l’Italia riavrà più interesse negli anni Sessanta: nel 1963 la Mostra Cinematografica di Venezia organizzò una retrospettiva dei suoi film, e nel 1965 Keaton stesso presenziò alla proiezione di Film, la pellicola realizzata da Samuel Beckett e che fu accolta con enorme entusiasmo da parte della stampa. Nell’agosto di quell’anno, poi, Keaton prese parte al film Due marines e un generale, ritrovandosi in coppia con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia: chi scrive, ha sempre avuto affetto nei confronti di questo piccolo film, non proprio un classico mancato, ma neanche così ripetitivo e da disprezzare come fece la critica quando uscì nel ’66. E poi, vedere Franco e Ciccio accanto a Keaton, era quasi emozionante, si vedeva chiaramente l’affetto di quei due nei suoi confronti. 
Franchi ha confermato questo dichiarando durante una intervista: “È stata un’emozione indescrivibile trovarsi al cospetto del grande Buster Keaton, sin dall’infanzia uno dei nostri comici preferiti insieme a Chaplin e Stanlio e Ollio. Quando il produttore ce lo presentò sorrideva, proprio lui che non lo faceva mai; una persona squisita. E, nonostante che non parlasse italiano e noi non parlassimo inglese, riuscivamo a comunicare aiutandoci con la mimica e i gesti. Non dimenticherò mai l’umanità, la dolcezza e l’umiltà di un personaggio di tale statura. Dopo i primi giorni di lavoro mi disse di non aver mai visto una faccia mobile come la mia con cui potevo affrontare l’universo. Ci ha insegnato più lui nei pochi giorni passati gomito a gomito che le decine di film precedenti. Keaton, proveniente dalla scuola del circo, ammalato e settantatreenne (sic), era ancora un agile acrobata in grado di fare a meno della controfigura: come in una scena in cui tutti e tre saltavamo da un buco per cui ci ha spiegato come farlo con astuzia. Recitando al suo fianco ho provato la stessa sensazione del primo amore adolescenziale, tutto rossori e turbamenti”.
Il regista Luigi Scattini ha così scritto nel suo blog ufficiale nel 2008: “Ho dei bellissimi ricordi di Buster Keaton e sono tutti legati alla sua versatilità che lo spingeva a moltiplicare le sue gags in una continua scoppiettante variazione che suscitava le risate e gli applausi della troupe. Tanto che affiancammo a lui “grandi” caratteristi americani, quali Fred Clark e Martha Hyer. Nella vita o almeno, quando l’ho conosciuto io, era un uomo molto stanco e anche un po’ malato. Ma quando si gridava “AZIONE!”, lui si illuminava ed entrava in scena con la forza che solo un grande attore può avere. Questa sua versatilità ci portò a inventare lì per lì il finale del film. Dovevamo girare la scena finale: i due marines (Franchi e Ingrassia) catturano durante la battaglia di Anzio, il generale tedesco Von Kassler. Lo devono consegnare al Comando Alleato. Ma i due marines decidono di liberarlo, lasciandolo andare, nella confusione della battaglia. Girammo la scena in un caldo pomeriggio d’estate, in uno sterminato campo di grano. Per confondersi meglio con la popolazione, il generale Keaton avrebbe dovuto togliersi la divisa e indossare abiti borghesi. Per rendere omaggio al grande Buster gli facemmo una sorpresa. Nel campo di grano, gli facemmo trovare uno spaventapasseri, che altri non era se non un manichino che indossava l’abito di scena di Keaton, usato in decine e decine di film durante la sua gloriosa carriera. Keaton si commosse e quando i due marines lo lasciano andar via attraverso i fumi degli incendi, vedemmo una lacrima scorrere sul suo volto rugoso e pronunciare l’unica battuta di tutto il film e di tutta la sua carriera di attore: Thank you.”.


Inutile correggere Scattini sulla affermazione errata – spesso riportata da altri testimoni dell’epoca – che quel “Grazie” fu l’unica parola mai detta da Keaton nella sua carriera, ma secondo Lino Banfi, che film aveva un piccolo ruolo, ci fu una specie di gara fra i doppiatori per prestargli la voce, consapevoli forse di partecipare ad un evento “storico”. Vinse Riccardo Cucciolla.
Due marines e un generale – che uscì in America con un titolo più accattivante e commerciale, War Italian Style – uscì nelle sale quando Keaton non c’era più. E quel “grazie” e quella sua camminata verso il destino nel finale del film, con lo sguardo divertito di Franco e Ciccio, chiuse per sempre il suo rapporto con il nostro paese, dolce e caloroso dopotutto.