venerdì 13 marzo 2020

Le origini di Donald Duck

Oggi ho avuto notizia che la Panini slitterà al mese di giugno le uscite previste a breve, fra cui il secondo volume che raccoglie le strisce giornaliere di Paperino nel periodo interessato dal 1940 al 1942, dopo aver già pubblicato nel novembre scorso il primo delle strisce dal 1938 al 1940: oggi ho avuto tempo di leggerlo con calma visti i tempi che stiamo correndo di forzato “riposo” a casa. Questi due volumi, ai quali si aggiungeranno altri tre futuri, sono farina del sacco della americana IDW Publishing, che aveva pubblicato i cinque volumi delle strisce giornaliere di Paperino dal 1938 al 1950 fra il 2015 e il 2019. Se le vendite dei primi due volumi in Italia andranno bene, possiamo sperare che la collana continui seguendo le uscite americane. Inoltre, la stessa IDW aveva pubblicato dei volumi simili per le tavole domenicali dal 1939 al 1945 in due libri usciti entrambi nel 2016. Quindi in totale sarebbero sette pubblicazioni, ma dovremmo aggiungere almeno due dei quattro volumi usciti nel 2016-17 che raccolgono le tavole della serie Silly Symphonies, intitolati appunto Silly Symphonies: The Sunday Newspaper Comics: Paperino è presente nel periodo che va dal 1934 (primo volume) al 1936-37 (secondo volume). 

L’entusiasmo è molto alto, perché finalmente le strisce uscite per i quotidiani americani troveranno la giusta attenzione filologica in Italia, paese dove Paperino è sempre stato popolarissimo e sin dagli anni Trenta ha avuto uno spazio particolare.
Dal punto di vista storico, Al Taliaferro ha avuto un ruolo fondamentalissimo, quasi se non forse di più quanto avrà Carl Barks nella evoluzione di Paperino come personaggio nei fumetti (fra l’altro, Barks è stato autore di gag per alcune strisce di Taliaferro, poi gagman per i cartoni animati e poi autore totale per le prime storie a lungo respiro del papero, dal 1942 al 1966, prendete nota perché poi interrogo). Fu lui a introdurre nel mondo di Paperino i personaggi di Qui, Quo e Qua nel 1937, seguito dal cugino Ciccio (1938), la fidanzata Paperina (1940) e il professor Pico de Paperis (1961), più Nonna Papera (1943), la macchina 313 e il cane Bolivar, tutti elementi puntualmente trasportati nel campo dell’animazione più o meno contemporaneamente. Senza nulla togliere al merito enorme di Barks nello sviluppo del mondo dei paperi (dalla invenzione di personaggi come Paperon De’ Paperoni, la Banda Bassotti, la stessa città di Paperopoli, Amelia, i nemici Cuordipietra Famedoro e Rockerduck, le Giovani Marmotte, Gastone Paperone, Archimede Pitagorico, alla incredibile capacità di sceneggiare storie avventurose che avranno come fan persone come Steven Spielberg. Non Pupi Avati. Spielberg eh!), anche Taliaferro dovrebbe essere considerato Uomo dei Paperi come è stato ad esempio Jack Hannah, altra leggenda Disney che diresse quasi cento cortometraggi di cui molti con Paperino protagonista. In seguito lo sviluppo di Paperino e di tutta la sua famiglia ha avuto un suo corso anche recente, con una serie di importanti artisti italiani fra sceneggiatori e disegnatori – fra gli americani, oltre Don Rosa non vedo altri nomi - ma il Paperino classico è quello degli albi a fumetti ingialliti.

Un pò di storia

Sin dalla sua apparizione in un cartone animato nel 1934, il personaggio di Donal Duck ha subito mostrato una personalità da sviluppare in molte sfaccettature, prima come spalla di Topolino, come un personaggio pasticcione, fannullone e molto infantile, poi in trio con Pippo, fino alla svolta nel 1936 con una serie tutta sua sia nel campo del cinema (di cui parlo qui) che in quello dei fumetti.  

Storicamente, il debutto di Paperino avvenne il 16 settembre 1934 nella serie settimanale a fumetti delle Silly Symphony con una riduzione del suo esordio cinematografico The Wise Little Hen, sceneggiata da Ted Osborne e disegnata da Al Taliaferro. Poi appare in una striscia domenicale di Topolino disegnata dal “papà” fumettistico del topo, Floyd Gottfredson, datata 10 febbraio 1935, e insieme fanno coppia nella prima storia di Paperino come co-protagonista, The Case of the Vanishing Coats (Topolino e il mistero dei cappotti), divisa in 6 tavole domenicali (17 febbraio - 24 marzo 1935); successivamente, oltre ad apparire in diverse strisce di Topolino, il nostro Paperino è nella storica Editor-in-Grief (Topolino giornalista), composta da 78 strisce giornaliere, dal 4 marzo al 1 giugno 1935, e nel classico The Seven Ghost (Topolino nella casa dei fantasmi, pubblicata dal 10 agosto 1936 al 28 novembre 1936).
Poi, dall’agosto 1936, Paperino trovò spazio nelle tavole domenicali, poi in quelle giornaliere due anni dopo, e poi negli albi a fumetti nel 1942. Pure se in quell’anno Paperino troverà Carl Barks, la coppia inseparabile di Bob Karp e Al Taliaferro lavorerà alle strisce giornaliere fino al 1969.

Bibliografia altalenante

 
Mentre la IDW ha praticamente raccolto la produzione di Paperino nelle strisce sin dal debutto fino al 1950, rimane fuori dalle ristampe una fetta piuttosto ampia – come ho appena detto, Taliaferro conclude sua attività nel 1969, e aggiungo che le ultime strisce a fumetti di Donald usciranno nel 1995 – ma fa onore alla editoria italiana aver provato a dare la giusta attenzione filologica negli anni passati.
In verità, come scrive Luca Boschi, “Il tascabile Topolino, dalle sue prime uscite del 1949, si serve spesso di singole immagini di Taliaferro per gonfiarle e promuoverle a copertine, oppure smembra le strisce per ricavarne delle vignette che, adeguatamente adattate nel testo, ornano e commentano vari redazionali”, e bisognerà attendere la celeberrima serie dei cartonati Mondadori, ufficiosamente noti come “cartonatone”, per avere la prima raccolta di strisce.
Il primo volume italiano fu Paperino - 365 storie per un anno (1975, con almeno sei ristampe fino al 1989), curato da Mario Gentilini, con introduzioni alle varie annate del giornalista Piero Zanotto: contiene le tavole domenicali dal 30 agosto 1936 al 16 settembre 1945. Circa venti anni dopo usciranno altri volumi (alcuni di questi ricercatissimi dai collezionisti): Paperino - Mille e 92 strips, uscito nel 1992, raccoglie le strisce giornaliere dal 7 febbraio 1938 al 2 agosto 1941; Paperino - 1072 paperinate in tempi di autarchia (1994), contiene le strisce giornaliere dal 4 agosto 1941 al 4 gennaio 1945; Paperino - Un triennio di strips - DOC, uscito nel 1996, seguiva la raccolta delle strisce giornaliere dal 5 agosto 1945 al 25 dicembre 1947; Paperino - Le mie allegre domeniche (1996), era un seguito dal primo volume raccogliendo le tavole domenicali dal 23 settembre 1945 al 28 dicembre 1952 (inoltre recuperava alcune tavole domenicali mancanti nel volume 365 storie per un anno, ed esattamente del 13 giugno 1937, 18 luglio 1937, 8 agosto 1937 e 13 ottobre 1940). Ultimo a uscire, Paperino - Affari di famiglia (1997), conteneva le strisce giornaliere dal 26 dicembre 1947 al 31 dicembre 1950.
Interessante per gli appassionati di Paperino un volume dedicato alle strisce giornaliere di Topolino, intitolato Topolino 365 sketches 1932-1942 storie per un anno (1977), che includeva le strip dove Donald appariva nel mondo dei topi per tutto il 1935 e parte del’ 36. Recentemente, nel 2010, la RCS Group e Disney Italia ha pubblicato una collana piuttosto lunga composta da 36 volumi intitolata Gli anni d'oro di Topolino, e che ristampava l’opera completa di Floyd Gottfredson (questa operazione è stata fatta anche negli Stati Uniti con due volumi intitolati Floyd Gottfredson Library (Color Sundays), pubblicati dalla Fantagraphics nel 2013).
Una ulteriore pubblicazione italiana molto importante mirata alla produzione taliaferriana in strisce giornaliere fu la serie di 24 albi orizzontali Donald Duck by Al Taliaferro, edita dall'ANAF dal 1983 al 1991 e che incluse le strisce fino a tutto il 1947.
Infine, importante pubblicazione è stata Donald Duck - Le strisce inedite (1951-52), edito dalla ANAFI nel 2015, e che rendeva giustizia alla produzione giornaliera di Taliaferro dimenticata dalla editoria, esattamente le strisce giornaliere dal 1 gennaio 1951 al 31 dicembre 1952, oltre ad una serie di articoli storici molto interessanti dal punto di vista bibliografico.
E ora si ricomincerà tutto da capo con il giusto ordine filologico grazie alla Panini e all’accordo preso con la IDW, sperando escano da noi non dico nove volumi come indicato, ma almeno cinque totali delle strisce giornaliere.

domenica 20 ottobre 2019

Io e i Ghostbusters

L’evento più atteso di questa edizione della Festa del Cinema di Roma è stato sicuramente quello di Bill Murray, premiato alla carriera direttamente dal regista Wes Anderson, e protagonista di una giornata piuttosto inusuale, soprattutto per l’organizzazione, solitamente rigidissima.
Cominciamo con dire le cose che sono ribalzate sui giornali: giovedì è sbucato inatteso sul Red Carpet assieme a Anderson, per la gioia di quei pochi fan accorsi per vedere Edward Norton, e ieri mattina ha “bucato” la conferenza stampa semplicemente perché era ancora con gli effetti della serata che si era concesso, e in pigiama ha comunicato di dare forfait. Risultato, i fan si divertono e i giornalisti accorsi si sono incazzati come delle belve. Ancora più incazzati gli accreditati e fan accorsi all’incontro moderato da Antonio Monda, nel pomeriggio: Murray arriva tardi al Red Carpet, piomba con 45 minuti di ritardo alla Sala Sinopoli, e a causa dello scoppiettante dialogo fra lui, Monda e Anderson il lavoro della traduttrice Olga si fa difficile e non riesce a tradurre quasi nulla (e dal pubblico si alza qualche volta un urlo, “Traducete!!”). Sulla carta insomma Murray è sembrato indisciplinato e l’organizzazione un disastro. Ma io, che ero lì assieme agli altri amici acchiappafantasmi di Ghostbusters Italia, ho percepito una grande aria di libertà e di divertimento. Si è fatto perdonare abbastanza, il nostro caro Bill, con un incontro emozionante e divertente (che è stato ottimamente riassunto qui). Cosa volere di più?
Vederselo di fronte non è una cosa facilmente descrivibile: ha un volto segnato dai quasi 70 anni vissuti con un po' di eccessi, e i suoi occhi trasmettono una invidiabile capacità di divertire. Ci ha messo buon umore appena lo abbiamo visto sul tappetto rosso, pure se non ha firmato neanche un autografo e si è scattato pochissime fotografie con i fan, solo tante strette di mano (fra cui la mia) e qualche chiacchiera. A noi, che volevamo consegnargli una targa celebrativa, ci ha sorriso e detto “Stiamo assumendo”, e ad un altro socio ha detto che avrebbe partecipato al nuovo film di Ghostbusters, in uscita per la prossima estate (cosa confermata al Tg5, durante una intervista). Poi siamo andati all’incontro col pubblico, e come disperati siamo andati dopo cena sotto il suo albergo, cercando di stanarlo lì, purtroppo senza riuscirci. Bill Murray rimane quindi uno dei quattro Ghostbusters ancora da incontrare come si deve, come del resto ci eravamo riusciti negli anni passati con gli altri tre membri del cast, e cioè Ernie Hudson (ma io non c’ero), Dan Aykroyd (c’ero) e Sigourney Weaver (c’ero). Harold Ramis, scomparso nel 2014, non penso neanche sia mai venuto in Italia, mentre all’elenco devo aggiungere Paul Feig, il regista del reboot del 2016, incontrato a Roma durante l’anteprima per la stampa. 
Questi incontri passati erano stati organizzati direttamente con gli uffici stampa, solitamente entusiasti della nostra presenza ma, come immaginavamo, con Murray non è stato possibile. Certo, è un peccato e sicuramente è stata una occasione persa, ma l’imprevedibilità di Bill è storia nota e l’ufficio stampa non voleva rischiare. Per esserci, noi di Ghostbusters Italia abbiamo praticamente insistito e se non fosse stato per GbMax, leggenda del fandom di Ghostbusters e nostro presidente, non avremmo avuto quel minimo di spazio concesso, e la possibilità di avere gli ultimi biglietti per l'incontro. Quando ci vedete festosi a fare gli acchiappafantasmi, sappiate che il deus ex machina è sempre lui.
Tuttavia, la Festa ha detto di no. Il contesto è sempre fondamentale: con Hudson c’era un “comicon” in Svizzera, con Aykroyd c’era il tour della sua vodka, la Weaver era un omaggio per il suo premio alla carriera, e come detto Feig era a Roma per il suo film. Murray, essendo accompagnato da Anderson, era rilegato in un momento diverso dal mondo Ghostbusters. . Sfogliando qualche sito internet ho recuperato qualche video e foto, e questo fotogramma da Rainews24 la dice lunga: noi nella calca che cerchiamo di “toccare” Murray. Io sono quello che gli stringe faticosamente la mano:
Una frenesia da fan, perché chi mi conosce sa che Bill è uno degli attori che preferisco di più in assoluto, non solo per Ghostbusters. Ho studiato al microscopio tutta la sua carriera, e l’evoluzione della sua straordinaria maschera. Spesso fa centro, ma dipende dal regista con cui lavora: tempo fa ho recuperato il film I morti non muoiono, ed è stata una cocente delusione, nonostante Jim Jarmusch alla regia. Il veloce incontro con Murray non mi ha deluso, ma è andata diversamente come avremmo voluto andasse: due parole, un video, nulla. Eravamo stati abituati troppo bene?
Quando abbiamo incontrato la Weaver, fu davvero emozionante: lei ci vide schierati alla fine del red carpet da lontano e quasi si commosse per la sorpresa. Concesse che ci unissimo a lei per delle foto – quanto è alta! – e dopo qualche minuto, visibilmente infastidita dai paparazzi mi disse di sparargli con lo zaino protonico.
Quelle foto fecero il giro del mondo. 
Ricordo ancora quando non ero nel giro dei Ghostbusters Italia, ma il caso volle che li incontrai il giorno in cui Dan Aykroyd presentava la sua vodka a Roma, nel 2013.  Ecco, Dan è diverso da Bill: concede fotografie, autografi, chiacchiere, ovviamente lo fa per marketing, ma vi assicuro che fra i divi di Hollywood non è una cosa così frequente. La carriera di Danny è diversa, più fortunata agli inizi e poi crollata negli anni recenti, per la mancanza di rinnovarsi e possibilità di reggere un film da solo: però è entrato nella leggenda con alcuni film, pochi ma capolavori, come The Blues Brothers o Ghostbusters, e ottime commedie come Una poltrona per due, Spie come noi. Fu molto cordiale e mi fece l’occhiolino per farmi scendere un po' la tensione: non era facile essere accanto a Dan Aykroyd. È anche vero che ci sono fan rompicoglioni che pensano di essere i fan più importanti degli altri, motivo per cui ci sono attori che diffidano l’incontro, anche per una sola foto.
Infine, nel 2020, probabilmente ci saranno occasioni di incontrare vecchi e nuovi Ghostbusters con il film che Jason Reitman – figlio di Ivan, regista dei primi due film della saga – ha da poco terminato di girare e che uscirà il 10 luglio. C’è molta attesa e buoni propositi, ora che il brand viene di nuovo rilanciato e le nostre uniformi saranno ancora attuali per molti anni ancora. E l’immagine di Dan, Harold e Bill saranno eternamente ricordate. Quindi, Murray, prossima volta fermati due secondi okay? Grazie.

lunedì 29 luglio 2019

Pellegrinaggio a Ulverston, città di Stanlio

Un sogno diventato realtà: la scorsa settimana ho visitato Ulverston.

Sapete dove sta Ulverston? A Nord dell’Inghilterra, nella regione della Cumbria, ci arrivate con due ore di viaggio dall’aeroporto di Manchester con un treno della linea Northern. Da casa mia, sono in linea d’aria oltre 2000 km di distanza. Abbiamo fatto tutta questa strada – con qualche disavventura – per sentire l’atmosfera e lo spirito di una città piccola, definiamola anche di “campagna”, che è famosa in tutto il mondo per il loro concittadino più celebre: Stan Laurel. Quando non aveva ancora questo nome d’arte, si chiamava Arthur Stanley Jefferson e a Ulverston vide la luce il 16 giugno del 1890. Laurel, lo conoscete, era il magro della coppia Laurel e Hardy, Stanlio e Ollio, e sono giunto alla conclusione che ogni loro fan almeno una volta nella vita deve fare questa esperienza.

Io e il mio amico Luca avevamo pianificato questo viaggio molti anni fa, come nostro desiderio intimo di vedere la casa dov’era nato Stan, il famoso museo, e altre location degne di nota. Finalmente ci siamo riusciti, e per un periodo pure fin troppo lungo di cinque giorni (22-25 luglio) abbiamo visitato la città in ogni punto possibile.
Ulverston è in realtà una città che si visita in due giorni, tanto è piccola (11,000 abitanti) e con poche cose da offrire, nonostante abbiamo scoperto essere una meta fra le preferite dagli inglesi di città: perché c’è aria buona, quiete assoluta (a parte i gabbiani, insistenti e numerosi), cibo buono (ma su questo ho qualcosa da raccontare) e tanta cortesia, tipica delle campagne inglesi. Girando con delle magliette con sopra le figure di Stan e Ollie attiravamo facilmente l’attenzione dei paesani, anche perché la prima vera attrazione è proprio il Laurel and Hardy Museum. La sua storia è curiosa: il concittadino Bill Cubin, fanatico della coppia (e per due volte sindaco della città), raccolse materiale per riempire una stanza e tracciare una cronologia dell’infanzia di Stan e della sua famiglia Jefferson.
 
Inaugurato nel 1974, questo piccolo ma visitatissimo museo si amplierà molti anni dopo per generosità di un fan olandese diventato ricco per aver vinto un quiz in tv, e che nel 1992 donò la possibilità di costruire una seconda stanza che Cubin fece diventare una piccola sala cinematografica per proiettare le comiche di Stanlio e Ollio per i visitatori. Quando Cubin è morto nel 1997, l’attività è continuata grazie alla figlia Marion e poi da suo nipote Mark, oggi gestore della nuova sede del Museo, oggi molto più grande e completamente rifatto: il percorso è didattico e dei pannelli informativi raccontano la storia di Stan e della coppia, circondati da molti oggetti preziosi (attualmente ci sono una bombetta originale di Stan, una di Oliver usata in Swiss Miss, e un fez dal film Sons of the Desert) si trovano centinaia di pupazzi, statue e fotografie, e una sala cinematografica centrale. Il biglietto costa 5 sterline, e alla fine del percorso trovate un piccolo shop.
Il Museo è situato all’interno del cinema Roxy”, a Brogden Street. Basta girare l’angolo per ritrovarsi a County Rd, dove si trova il Coronation Hall (il municipio): lì si trova una bellissima statua in bronzo raffigurante Laurel e Hardy, un appuntamento fisso per le fotografie. Dal vivo, è veramente emozionante: sul marciapiede si trovano alcune delle battute più famose dei loro film e una manciata dei titoli più famosi. Tre targhe poste alle loro spalle ricordano il giorno della inaugurazione, il 19 aprile 2009, in presenza del sindaco della città e del comico inglese Ken Dodd, e di centinaia di Figli del deserto, i soci del club dedicato alla coppia. 

Oliver e Stan affacciati dal balcone del municipio
È molto importante anche buttare un occhio alla balconata del municipio: da lì si affacciarono Laurel e Hardy durante la loro trionfale visita nel maggio del 1947, mentre erano impegnati nel loro tour teatrale in tutto il Regno Unito. Per Stan fu davvero emozionante tornare nella sua città natale, e soprattutto visitare la casa dove vide la luce: è ancora in piedi, e c’è una targa commemorativa della sua nascita. A dire il vero, se non fosse per le banche e le automobili, Ulverston è rimasta molto simile a com’era nel 1890: provare per credere, e andate al n.3 di Argyle Street dove si trova la vecchia casa di Laurel, con gli stessi colori di 130 anni fa. In una lettera che inviò il 27 maggio 1947 ad una sua amica di nome Mary, Stan scrisse:

Stan esce dalla casa dove vide la luce. Ulverston, 1947
È buffo che mi menzioni Ulverston. Sono tornato proprio oggi da una visita veloce. Sono stato presentato alla città al Coronation Hall e fuori sul balcone mi hanno dato una copia del mio certificata di nascita. Poi siamo andati al 3 di Argyle St. – dove c’è la mia vecchia casa – portandomi dietro nella memoria di molti ricordi. Abbiamo cenato con tutti gli ufficiali al Golf Club – un momento meraviglioso – ero emozionato da morire”.

Come ricordava lo stesso Stan, la sua infanzia a Ulverston durò molto poco, e attorno ai sette anni la famiglia Jefferson si trasferì a Bishop Auckland per proseguire fra North Shields e Glasgow, in Scozia. Com’è noto Stan era figlio d’arte, e il padre, impresario e autore teatrale, lasciò che intraprendesse la difficile carriera d’attore, dopo averlo visto debuttare all’età di sedici anni in un numero comico a Glasgow.
Dopo il museo, la statua e la casa di Stan, rimane da vedere un pub più che un vero monumento, comunque dedicato alla sua memoria: lo Stan Laurel Inn. Dal nome si capisce che è anche una pensione con alcune stanze disponibili, oltre che un semplice pub (il primo nome del locale era proprio Stan Laurel Pub, poi cambiato con la nuova gestione dal 2007; purtroppo non sono riuscito a trovare informazioni storiche a riguardo), ovviamente con molte caratteristiche care ai fan della coppia: ci sono numerose statuine di L&H (alcune provengono dal vecchio museo, perché durante il trasloco qualcosa si è rotto ed è stato recuperato apposta), fotografie e caricature, e lo stesso menu ha dei riferimenti a Stan (una birra si chiama proprio Stan’s Ale, scura e dal sapore particolare). Due cappelli a bombetta fanno da cornice alla pila di bottiglie dietro il bancone, e alcune bevande sono intitolate come alcuni film di Laurel e Hardy – ad esempio una birra chiara si chiama Flying Elephants, come un loro corto del 1927. Fattore non secondario: si mangia molto bene ed è incredibilmente economico, ma come tutti i pub in Inghilterra seguono un orario ben diverso dai nostri in Italia (il lunedì niente cibo!), si serve “food” dalle 12 alle 14 e dalle 18 alle 21, un orario dove di solito molti locali chiudono (mentre i negozi alle 17:30 sono tutti chiusi, occhio turisti quando credete di comprare qualcosa dopo le 18, neanche Tesco vi salverà!). Questo grazioso e accogliente pub si trova al 31 di The Ellers (a pochi isolati dalla casa di Stan).

In vista del festival del Buddismo in corso, non siamo riusciti ad alloggiare lì e in altri hotel in zona, e abbiamo fatto ricorso alla Swarthmoor Hall, una “mansion” del 17esimo secolo immersa nel verde, molto accogliente e dall’incredibile fascino. Bisogna però mettere in conto una camminata di circa venti minuti per arrivare al centro della città (praticamente, al centro di tutto), perché si trova fuori zona e a mezzo miglio dalla stazione ferroviaria. Siamo stati fortunati che il meteo ci ha graziato e la famosa “pioggerellina” inglese ha fatto capolino solo un paio di volte.
Oltre alle mete “laurelhardiane”, Ulverston offre comunque un paio di posti davvero ottimi per mangiare, e solo girare per la città e perdersi nei vari negozi è molto bello e rilassante. Mi rendo conto di non aggiungere niente di originale, ma un po' di relax non guasta mai credo. Ulverston è una città che ha combattuto per non avere un centro commerciale enorme, e ha vinto per rimanere il posto quieto, storico che è.
Tutto non è stato rose e fiori, ovviamente. Per esempio siamo andati come serata finale in una pizzeria “italiana”, una mossa cretina spinta dalla curiosità: non dico il nome del locale, ma gli spaghetti alla carbonara erano panna e prosciutto a cubetti, la mia pizza parma era besciamella e bacon. Inglesi, ma perché non mollate la cucina italiana?
Abbiamo avuto disavventure con le ferrovie inglesi piuttosto seccanti all’andata, e certamente ci aspettavamo molte cose più tipiche nel famoso Market Hall (punta di diamante del turismo della città), o nell’unico book shop aperto, e se dovessimo trovare un neo al museo di Laurel e Hardy, consiglio di rendere lo shop più organizzato (va bene trovare magliette, calamite, portachiavi, penne e bloc-notes con sopra l’immagine di Stan e Ollie, ma mi aspettavo dvd, spille, libri, gadget e qualche statua!) e lavorare di più sull’illuminazione. Rispetto all’altro museo esistente dedicato alla coppia, situato nella città natale di Oliver Hardy, a Harlem (Georgia, USA), qualche punto lo perde. Ma ad avercene posti così, ovviamente.