lunedì 23 aprile 2018

1941: quando la paranoia incontrò il pandemonio

Il film 1941- Allarme a Hollywood è ad oggi l'unico film comico diretto da Steven Spielberg, sul quale persiste una convinzione errata che si trattò di un film sbagliato e ancor peggio un flop al botteghino.
È vero, quando uscì nelle sale americane nel 1979 non venne preso bene dalla critica, e gli americani lo trovarono un po' assurdo per apprezzarlo davvero, ma a distanza di quarant’anni è ancora godibilissimo, e conserva alcune scene comiche memorabili. Divise il pubblico. Gli stessi fan di Spielberg lo liquidano velocemente, altri ne ignorano l’esistenza, ma i disinteressati lo conservano affettuosamente. Io per primo, considero 1941 un grande film comico. Conservo il pressbook originale e diverso materiale pubblicitario, e ho studiato per un periodo la storia della produzione perché nel cast c’era uno dei miei attori preferiti, John Belushi, e sapevo che n’erano successe di tutti i colori.


Ma voi, avete visto mai questo film? Siamo nel dicembre del 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale subito dopo l'attacco della flotta giapponese a Pearl Harbor, la psicosi bellica è alle stelle, ed è la storia di un gruppo di cretini totali con una preoccupante dedizione al dovere e, ancor peggio, con le armi in mano. Il cast è numeroso e ben assortito, ma è la storia stessa ad essere demenziale: convinti di un nuovo attacco delle truppe giapponesi stavolta nella città di Los Angeles, diversi membri dell’esercito sfruttano la situazione a loro piacimento. Il folle pilota “Toro” Wild Kelso (John Belushi) si aggira sperduto fra le montagne di Hollywood setacciando ogni possibile soldato giallo; il sergente Tree (Dan Aykroyd) con la sua scombinata squadra parcheggia nel giardino di Mr. Douglas (Ned Beatty) un bombardiere, scatenando le ire di sua moglie Joan (perché aveva da poco piantato il basilico), interpretata da Lorraine Gary; nella squadra di Tree, c’è un soldato mascalzone (Treat Williams) che vuole rubare la ragazza a Wally (Bobby DiCicco), promettente ballerino ma che non può partecipare al ballo dei militari perché civile, così la sua ragazza Betty (Dianne Kay) cercherà disperatamente di sfuggire alle grinfie del militare; il generale Stilwell (Robert Stack) pensa che siano tutti impazziti e preferisce godersi l’anteprima del film Dumbo; il Tenente cialtrone Birkhead vorrebbe impalmarsi la segreteria del generale, Donna, perché è bella ma raggiunge l’orgasmo solo in volo, e a lui mancano un aereo e il brevetto di volo; in mare, intanto, un sommergibile giapponese si avvicina senza bussola, capitanata dal comandante Mitamura (Toshiro Mifune) che deve sopportare il suo alleato tedesco (Christopher Lee) e un ostaggio che non c’entra nulla, ma che si chiama come il loro obbiettivo, Hollis Wood (Slim Pickens). A metà film, tutti questi personaggi si scontrano nel più folle attacco aereo mai registrato a Los Angeles, e che infatti non c’è, sono solo Kelso che insegue il suo aereo nemico, in verità solo Birkhead che sta cercando di scopare (e di volare) a bordo di uno scassato aeroplano donatogli dal folle capitano Maddox (Warren Oates). Alla fine, i giapponesi saranno attaccati da Mr. Douglas, che ci rimetterà la casa, e dalla ruota panoramica del Luna Park, dove sono appostati due volontari civili. Ok, viene un po' di mal di testa a seguire tutto, ma la guerra mica è stata fatta da un paio di personaggi e basta no?


La paranoia incontra il pandemonio, era una frase di lancio molto azzeccata. Il copione voleva infatti descrivere quello che accadde realmente alla fine del ’41, nella vita quotidiana degli americani. E poi si ispirava lontanamente ad un fatto reale avvenuto nella notte fra il 24 e il 25 febbraio 1942, definita la Grande Battaglia di Los Angeles, durante la quale qualcuno fece scattare l’allarme aereo, la città venne oscurata per sei ore e tutti cominciarono a sparare in aria. Chiamatela psicosi e guerra di nervi, ma questo falso allarme rimase negli annali anche come un possibile avvistamento UFO. Idiozie? Eppure ha ispirato 1941. E la scena dove tutti sparano dai tetti dei grattacieli è tipica di quel periodo. “Ma dove sparate?” chiede un ufficiale, “Non lo so, sparo dove sparano gli altri”, gli grida un soldato.


E poi tutto questo in sole due ore, fra esplosioni incredibili e un frastuono perenne. John Williams compose una colonna sonora memorabile, mentre Robert Zemeckis e Bob Gale – prima di ritornare al futuro – sono gli sceneggiatori di questo costoso giocattolo, che la Universal e la Columbia Pictures hanno pagato di tasca loro con 26,5 milioni di dollari.
Una breve genesi è d’obbligo: nel 1975, i due Bob approcciarono il produttore John Milius per proporgli un copione intitolato Tank, e di tutta risposta John apprezzò più il loro stile che il soggetto stesso. Proposero così un altro copione, intitolato The Night the Japs Attacked, e per un anno e mezzo ci lavorarono per proporlo alla MGM. La Metro rifiutò sdegnata il copione, e così Milius lo propose al suo amico di tiro al piattello Steven Spielberg. A lui piacque molto, e promise di dirigerlo subito dopo Incontri ravvicinati. Infatti, cominceranno a lavorarci insieme proprio durante la fase di montaggio, mentre Michael Kahn era alla moviola, i due Bob scrivevano con Steven.
La produzione fu molta caotica e caratterizzata dalla paura di non riuscire a fare un buon film. All’epoca, Spielberg era già il numero uno del cinema americano. Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo avevano avuto un enorme successo, e tutti volevano lavorare con lui, a costo di fare un film comico sulla seconda guerra mondiale. Oddio, non proprio tutti presero bene la notizia: John Wayne e Charlton Heston furono presi in considerazione per interpretare il generale Stilwell che si commuove con Dumbo (storia vera, fra l’altro), ma entrambi declinarono sdegnati. Wayne, soprattutto, definì il copione antiamericano, ammonendo Spielberg che non avrebbe dovuto fare una commedia sulla Seconda Guerra Mondiale. La vera idea originale, tuttavia, era quella di un film drammatico, finché Stanley Kubrick, amico di Spielberg, gli disse che secondo lui un soggetto del genere lo potevi vedere in entrambi i modi. E Kubrick aveva ragione, al di là della sua personale esperienza con Il dottor Stranamore, capolavoro assoluto che tratta su scala differente la psicosi bellica e sul rischio di una guerra nucleare. Lì erano i comunisti, qui i giapponesi che attaccano di sorpresa.

E così Steven decise per la commedia. Il cast fu deciso su più fronti: prese fra i giovani il comico più famoso, John Belushi, che si trascinò il suo partner Dan Aykroyd, e qualche allievo del Second City, come John Candy; per rendere credibile l’atmosfera di guerra, con intelligenza infilò volti drammatici come Robert Stack, Toshiro Mifune (al suo primo film in lingua inglese), lo stesso Lee che come ufficiale nazista (credibilissimo); di kubrickiana memoria, chiama Pickens come lo strambo e rozzo Hollis Wood, scambiato dai giapponesi come informatore; si autocita ricreando il set della pompa di benzina del suo debutto alla regia Duel, e rispedisce in acqua Susan Backlinie, stavolta senza squalo. Fra tutti, il personaggio di Belushi fu memorabile: con la dedizione che pochi fan conoscono, curò il suo personaggio nei più piccoli dettagli, anche se Spielberg – che aveva conosciuto John dietro le quinte del Saturday Night Live – tagliò alcune sue idee e aggiunse qualche gag volgare mentre guida l’aereo. Belushi però si fidava di Steven, e nonostante si presentasse sul set in condizioni non ottimali, più volte rischiò di farsi male a costo di portare a casa la scena (guardate la gag di lui che cade dall’ala dell’aereo mentre due soldati lo aiutano a salire: Belushi cadde davvero, ma Steven mantenne il ciak). Kelso era un personaggio che nello script era minore: la presenza di John cambiò tutto. 


 
Nonostante un cast superbo ed un copione che demolisce tutto e tutti, Spielberg si aggirava sul set preoccupato e indeciso. Più volte gira la sequenza dell’aereo di Kelso che cade rovinosamente sulla strada, troppe volte e senza un vero motivo. Aykroyd disse agli altri, sul set, “Questi qui giocano all’autoscontro con le Ferrari”. Nel dubbio, tutti urlano, e le lunghe riprese durate 247 giorni finiscono nel maggio del 1979 con molta pellicola girata (trecento chilometri di pellicola). Al montaggio, Spielberg abbozza una versione di due ore e mezza. I produttori però si spaventano del risultato e lo obbligano a scendere a due ore di film, contro la sua volontà. Spielberg organizza una anteprima nello stesso cinema dove aveva proiettato con successo tutti i suoi precedenti film, il Medallion Theater, a Dallas, come buon auspicio: ma dopo le prime risate e sghignazzi, quando il film si faceva più chiassoso, in sala subentrò stupore e sbigottimento finché Spielberg si accorse che molti spettatori si tappavano le orecchie con le mani. I dirigenti della Columbia e della Universal, fuggirono come cani bastonati. La “prima” del film che si tenne il 13 dicembre 1979 a Los Angeles, con la presenza di John Belushi e Dan Aykroyd, impegnati in quel periodo con le riprese di Blues Brothers, non andò meglio. Dai ricordi della vedova Judith Belushi, la sala si gelò subito dopo la prima gag della ragazza in sella al periscopio. Con il film prossimo alla sua uscita il giorno dopo, non fu una reazione incoraggiante.
(La produzione di Blues Brothers in un certo senso ne rimase coinvolta: il film di John Landis stava lievitando nei costi, e il rischio di fare un altro floppone era dietro l’angolo. A metà gennaio del 1980, ci fu una festa di compleanno organizzata per Belushi, dove tutti indossavano delle spille con sopra scritto: “John Belushi: nato 1949 - morto 1941”)
Tuttavia, non fu un flop, semplicemente incassò meno del previsto: se in patria il guadagno fu di 31 milioni, andò molto meglio all’Estero, con oltre 60 milioni incassati, per un totale di 92 racimolati in tutto il mondo.



In Europa, oltre a piacere al pubblico, furono deliziati soprattutto i critici. In Italia, dove uscì nell’aprile del 1980, furono pubblicate recensioni entusiaste. Il Messaggero scrisse: “Riuscitissima farsa corale, elegantemente spregiudicata, oltre che animatamente e bizzarramente condotta da un regista che non spreca davvero i molti mezzi posti a sua disposizione”; La Stampa: “Lo consigliamo volentieri, anche una sola risata liberatrice contro i riti isterici della guerra e le trappole della retorica vale tutta la spesa della produzione…non mancano le contaminazioni di gusto europeo”; L’Unità: “A noi questo mirabolante senso dello spreco piace moltissimo, ci ricorda Orson Welles e tutti i geni dissoluti che mandarono sul lastrico le majors con gusto perverso. Questa farsa forsennata apparentemente sempliciotta, può essere una franca alternativa a certe satire tutte di testa e in punta di piedi che spesso gratificano lo spettatore, paradossalmente, di un eccesso di riflessione”; ovviamente, qualche voce contro ci fu, come quella di Tullio Kezich su La Repubblica, che lo definì di comicità sporcacciona e di grana grossa, e di Giovanni Grazzini sul Corriere della Sera, ammonendo che il troppo stroppia, e che “1941 è un colosso con i piedi di gomma talmente eccessivo da essere insignificante”. Una delle poche voci contrarie, Giovanni Grazzini sul Corriere della sera, sul quale sentenziò: “Avendo perduto l’innocenza dei bambini, 1941 Allarme a Hollywood ci è infatti sembrata la baracconata d’un Paperon del Paperoni del cinema che accumula tanti motivi comici, tanti spunti grotteschi, da non poterli più ordinare, e da smarrire l’intenzione satirica nei confronti della California, stato demenziale, in una farsa frenetica e fracassona. In una carnevalata priva di stimoli surreali.  Lasciamo perdere Hellzapoppin, gli innumeri echi delle vecchie comi che, lo sforzo compiuto da tanti attori di buon nome. Poiché il troppo stroppia, 1941 è un colosso dai piedi di gomma, talmente eccessivo da essere insignificante. Un film nel quale un regista bravissimo, che dispone di mezzi straordinari e di specialissimi trucchi, fa, peccato, cilecca. O forse no: sembra che i bimbi si divertano”.

L’edizione italiana godeva di un doppiaggio ben fatto dalla C.V.D. che, per motivi a me oscuri, ha subito un peggioramento di qualità nelle edizioni home video. La prima VHS della C.I.C. (1988) rifaceva i titoli e sottotitoli al computer con la qualità che potete immaginare, e sono stati necessari molti anni prima di avere il primo DVD, per giunta bootleg e neanche ben fatto, edito dalla Pulp Video nel 2011. La Universal farà ammenda con il Bluray nel 2015, assolutamente da avere anche per il Making of di quasi due ore (con i sottotitoli), e l’incredibile qualità video e audio (tuttavia, per pulire qualcosa, qualche battuta del doppiaggio è sparita). Ancor più interessanti sono le scene tagliate, alcune incluse nel documentario (assieme a diversi film amatoriali girati da Spielberg sul set), una su tutte quella dove Belushi e Aykroyd si incontrano nel finale, per la prima ed unica volta nel film, mentre Kelso nuota verso il sommergibile: ed è molto carino che si salutano sospettando di conoscersi già.