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lunedì 10 marzo 2025

Jack Lemmon, doppia presentazione della biografia italiana

Uscita il 10 febbraio scorso, la prima biografia italiana dedicata a Jack Lemmon, edita da Edizioni Sabinae e intitolata Jack Lemmon, l'uomo comune del cinema americano, sarà presentata a Roma in due diverse occasioni, azzardo nel definirle imperdibili, sia per il soggetto interessato che per gli ospiti coinvolti. Prendete nota:

La presentazione del 12 marzo sarà fatta al Teatro Le Sedie di Roma, in Via Veientana, 51, alle ore 18:30. Il sottoscritto dialogherà con Andrea Pergolari e Alberto Pallotta, due autori molto noti nella saggistica cinematografica (recentemente, insieme hanno firmato libri importanti su Franco e Ciccio, Louis De Funès, Alberto Sordi, un dizionario del cinema horror inglese anni Settanta, e un dizionario sulla commedia all'italiana raccontata in 160 film). L'ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

L'appuntamento del 22 marzo è invece nella libreria del Palazzo delle Esposizioni di Roma, Via Milano, 15/17, alle ore 11:30. Il sottoscritto dialogherà assieme ad un gruppo di eccezione composto da Alberto Crespi (autore e giornalista, e conduttore di Hollywood Party su Radio Rai 3, e autore della postfazione del libro su Lemmon), Paola Comencini (scenografa e costumista, figlia del grande regista Luigi, e nel 1972 stagista sul set italiano del film Avanti!, diretto da Billy Wilder), Paola e Silvia Scola (figlie di Ettore Scola, e rispettivamente aiuto regista e sceneggiatrice di alcuni film diretti dal padre, fra cui Maccheroni, girato a Napoli nel 1985).

Durante questi eventi sarà possibile acquistare il libro, altrimenti online qui.

lunedì 20 aprile 2020

Il ruggito dei fratelli Marx

Nella metà degli anni Trenta i fratelli Marx erano il gruppo comico più famoso in America. I film girati per la Paramount - The Cocoanuts (1929), Animal Crackers (1930), Monkey Business (1931), Horse Feathers (1932), Duck Soup (1933) – aveva fatto accettare la loro comicità demenziale, divisa fra battute senza senso e gag visive ai limiti del surreale. Eppure bisognerà aspettare il passaggio alla potente Metro Goldwyn Mayer per trovare il momento giusto per distribuirli in Italia, con due film che avevano avuto un enorme successo in America, A Night at the Opera (1935), e A Day at the Races (1937). Il post di oggi racconta come e perché questo lancio non andò esattamente come avevano pianificato i distributori italiani.

Premessa storica

Chi erano i fratelli Marx non è una domanda che posso accettare.
Perché l’Italia ha fatto sì che diventassero una meteora nelle sale italiane durante il fascismo, quello sì, posso raccontarlo. Da quando la MGM entrò in Italia nel 1934 con una sede a Roma in Via Maria Cristina, mise le radici con una imponente base di lanci pubblicitari e presenza quasi totale nelle sale italiane: del resto gran parte dei film di maggiore successo nel nostro paese erano produzioni straniere, soprattutto americane. Un film in uscita diventava un evento straordinario, le tattiche di lancio erano scritte nere su bianco con vere guide al film, brochure che oggi sono pezzi da collezione e spiegano perfettamente la cura e le strategie da utilizzare: dai manifesti di più dimensioni, alle figure cartonate degli attori, alle frasi da inserire nei “flani” sui quotidiani e nelle numerose riviste specializzate. L’ufficio stampa della Metro aveva un bollettino che io stesso ho collezionato negli anni dal titolo La voce del leone: in un periodo di tempo importante, dal 1932 al 1938, venivano presentate le novità della stagione corrente. Nel ’38, poi, le leggi razziali e la chiusura del mercato italiano presso le case di produzioni straniere costrinsero gran parte degli Studi americani a ritirarsi (la Metro, fra questi). Praticamente i film americani importati in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale furono pochissimi, e, a volte, anche clandestinamente. L’ente che controllava questo monopolio si chiamava E.N.A.I.P.E. (Ente Nazionale Acquisto e Importazione Pellicole Estere). Sull’argomento vi segnalo un bellissimo libro di Gian Piero Brunetta, Il ruggito del leone (sottotitolo, Hollywood alla conquista dell’Impero dei sogni nell’Italia di Mussolini), pubblicato da Marsilio nel 2013.
Tuttavia, negli anni Trenta il cinema americano faceva il bello e il cattivo tempo nelle nostre sale, i distributori si affacciavano direttamente ai gestori, e l’umore del pubblico era più importante di una critica. Lo spettatore sognava le grandi stelle, incluse quelle comiche: la Metro aveva da poco licenziato il grande Buster Keaton quando la majors arrivò ufficialmente in Italia – per questo motivo il materiale d’epoca su di lui è troppo “vecchio” e difficile da trovare – ma aveva in scuderia Stan Laurel e Oliver Hardy, così famosi in Italia che nel ’34 la sede parigina fondò un vero e proprio fan club che nel giro di un anno aveva raccolto due milioni d’iscritti. Alla ricerca di novità sul campo comico, non appena i Marx arrivarono alla Metro, si preparò lo sbarco di Groucho, Chico e Harpo con i due film sopra citati.

Ma prima?

Rispetto a tutti i comici venuti prima di loro, Groucho, Chico e Harpo (escludendo il quarto, Zeppo, che aveva abbandonato il team anni prima) erano totalmente senza freni e come elemento preoccupante per i dirigenti della Metro avevano il fattore anarchia: i Marx lo erano fino al midollo, e il loro maggiore successo fino a quel momento era stato Duck Soup (1933), diretto da Leo McCarey, un capolavoro assoluto di comicità folle e che di base prendeva ferocemente in giro l’autarchia e i regimi. Si narra leggenda che Mussolini in persona si oppose alla distribuzione del film in Italia (ma forse, più plausibilmente, il film era poco commerciabile). L’Italia rimase così senza questo film per parecchio tempo, fino a quando venne doppiato per la televisione e mandato in onda il 12 aprile 1972, con il titolo La guerra lampo dei fratelli Marx.

Cinema illustrazione, n. 31 (4 ago. 1937)

DEMOLENDO LA LIRICA

Il film Una notte all’Opera racconta la storia di un eccentrico impresario (Groucho) che convince una ricca vedova (interpretata da Margaret Dumont) a farsi dare un grosso prestito di denaro per scritturare un famoso tenore per uno spettacolo al Metropolitan Theatre di New York, ma egli sarà imbrogliato da Fiorello (Chico), accompagnato da Tomasso (Harpo), che gli fa invece scritturare un suo amico anch’egli tenore ma disoccupato, innamorato di una bella ragazza cantante soprano. La storia parte da Milano e finisce a New York, ovviamente con un finale che distrugge la “prima” del Trovatore di Verdi.
Gli uffici stampa accorsero con un numero dedicato nella copertina e nell’articolo principale della Voce del leone nel n. 105 del 1 giugno 1937, qui sotto riportato. 

L’articolo è davvero interessante perché pone Laurel e Hardy come diretti concorrenti e illustra il campo del comico in crisi, in quel momento in salvataggio grazie ai Marx. E insegna una parola che oggi non si usa più per indicare un terzetto: triumvirato.
Nel n. 114 del 1 novembre 1937 si lancia Una notte all’Opera, con una serie di (false) testimonianze favorevoli dei grandi comici su di loro (fra questi Stan Laurel, che non era esattamente un fan dei Marx). 
 
Nonostante questi preparativi, era presto per fare festa, perché apparentemente Una notte all’Opera ebbe problemi con la censura: passò in visione ma venne inizialmente respinto (anche in appello): la data di revisione è del 31 agosto 1937, ma per essere approvato dovrà aspettare il 10 marzo 1938. Gli archivi della Direzione Generale del Cinema non mi sono stati di grande aiuto per mancanza di materiale, ma qualche risposta la trovo negli archivi di Joseph Breen (per la cronaca, Breen faceva le veci di William Hays – fondatore del gruppo che riuniva [e riunisce ancora oggi] le case di produzione cinematografica americane, Motion Picture Association of America, e del tristemente codice di produzione che doveva regolare moralmente i film, il Codice Hays – ed era insomma il censore n.1 d’America).

Breen aveva avvisato il capo della Metro, Louis B. Mayer, che il film dei Marx contenevano degli elementi da censurare (doppi sensi, più che altro), e sottolineava come alcuni paesi avrebbero protestato contro alcuni stereotipi razziali, fra cui appunto l’Italia, paese dove il film fra l’altro è in gran parte ambientato. Ci furono quindi proteste da parte del governo fascista per le prese in giro di alcuni personaggi italiani (fra cui l’antagonista, il pomposo tenore italiano Rodolfo Lassparri interpretato da Walter Woolf King), poi effettivamente ritirate, almeno secondo il biografo dei Marx Simon Louvish. Eppure qualcosa è stato tagliato, secondo quanto testimonia una copia ritrovata in Ungheria nel 2008: saltano alcune sequenze di Opera, ma soprattutto numerosi riferimenti all’Italia – dagli spaghetti ai pasticcini – e agli italiani. Inoltre, forse inutile ricordarlo ma lo stesso personaggio di Chico era italo-americano, e in originale esclamava frasi in italiano (ovviamente a caso). I Marx non volevano insultare nessuno, ma nel ’37 eravamo noi i suscettibili. La cosa incredibile è che questi tagli sono rimasti nelle copie almeno quelle giunte oggi dalla riedizione del 1949 (e quindi nel DVD). Se notate bene, nella prima parte ambientata nel teatro dell'Opera di Milano ci sono dei tagli netti che troncano la colonna sonora e in mezzo all'inquadratura, salta ad esempio all'occhio nel primo incontro fra Groucho e Chico, che integralmente era l seguente:


Chico: "I'm a stranger here myself" (questa battuta c'è nel dvd, ma c'è un taglio subito dopo)
Groucho: "Aren't you an italian?"
Chico: "No, only my mama and papa is italian."
Groucho: "What's his name?"
(riferendosi al tenore che vuole scritturare)
Chico : "It's an italian name."
(questa è stata tagliata di netto) "I can't pronunce it."

 
LA FEBBRE DA CAVALLO DEI FRATELLI MARX
 
Un giorno alle corse non incontrò alcun problema, viene fatta richiesta del visto censura il 21 febbraio 1938 e approvata tre giorni dopo. Per questo venne distribuito prima di Opera.
La storia ruotava attorno ad una clinica in difficoltà economiche che un bizzarro dottore raccomandato da una ricca paziente cerca di risollevare, ma la salvezza arriva grazie ad una vincita alle corse dei cavalli.
Altro espediente che in passato aveva avuto successo, fu quello di unire l’uscita di un film ad un concorso a Premi. La Motta, la Perugina, non erano nuove a queste iniziative. Così, come si legge nella copertina del n. 122, il film fu abbinato ad un concorso a premi legato all'ippica.
Possiamo solo ipotizzare l’effettivo responso positivo del pubblico, ma l’accoglienza della critica è discordante. Su Cinema Illustrazione si divertono ma rinfacciano a Chico e Harpo di essere antiquati per il trucco e i costumi da vecchio circo, mentre Filippo Sacchi, storica firma del Corriere della sera, l’11 marzo 1938 scrive favorevolmente: “Tre superpagliacci. tre clowns trascendentali, per i quali l'arte e la tecnica del lazzo non hanno più nessun segreto, tre saltimbanchi della risata che hanno la mimica mediterranea dei Fratellini  accoppiata all'ironia musicale di Grock, con un'infusione di frenesia  americana che li fa stordenti e  spasmodici: questi sono i fratelli Marx. Con essi è il circo equestre che entra ufficialmente al cinematografo. Perché i loro sketchs, le loro trovate, sono pure pantomime da circo equestre: di quegli intermezzi che i pagliacci usano improvvisare nell'arena, tra un numero e l'altro, mentre gli inservienti rastrellano la pista e drizzano gli attrezzi. Naturalmente, anche qui, il cinematografo ne fa un'altra cosa. Ne fa un'altra cosa, prima di tutto perché consente un'esecuzione che, senza perdere nulla del suo carattere estemporaneo, ha il rigore di un congegno perfetto. Ma soprattutto perché, con le sue infinite possibilità di prospettiva di tempo, la macchina da presa ne moltiplica l'acerbo funambolismo e la sbellicante forza (…).Tutto il film si accentra però sui fratelli Marx e sulla loro irriverente e pirotecnica follia. Questo è il quinto film girato dai Marx. Potremmo umilmente domandare di vederne un altro paio?”.

Su La stampa del 3 marzo 1938 si commenta: “Episodi grossolani e farseschi, ancora affidati soltanto al lazzo verbale, strappano una facile risata, e lo fanno con lo immancabile commento di un ‘che stupido’: è la scemenza per la scemenza, è l'incastro arbitrario e meccanico, è anche la tetra malinconia della freddura alogica e idiota. Ma poi, man mano che il film procede, i toni di questa comicità si rilevano in un gioco audace ed enorme, in un'assurda e serrata coerenza che tutto deforma su di un piano burattinesco e scanzonato. Allora, sia pure di un gusto tipicamente americano, episodi si staccano in un grottesco esasperato, che sfodera vecchi motivi da ‘comica finale’ con allusioni più vive e azzeccate, fra trapassi d'una scemenza arrischiatissima e calzante, e trovate e trovatine che dal bambinesco giungono alla parodia della parodia. In fondo, un film dei Marx, è un ‘numero’ da clown di circo equestre, alleato a parecchie risorse del cinema vero; si comprende come le risate scroscino, fra il pubblico, insistenti”.
Il Messaggero del 10 marzo, si annota qualche spunto critico in più: "Non è possibile liquidare i fratelli Marx in una nota di cronaca come quella alla quale ci obbliga il quotidiano mestiere. Essi meritano certamente di più (…). Un giorno alle corse è, per giudizio unanime, la più completa e nutrita opera cinematografica dell’impareggiabile terzetto (…). Definire la loro arte non è facile, basata com’è, l’impulso elementare e irrazionale, l’incoerenza sistematica, su un dinamismo sfrenato e anarchico; eppure in tutto questo terremoto c’è una regola, c’è un accordo che non è, come nei fratelli Ritz, puramente meccanico; esso deriva da un’armonia più larga e ispirata, da coincidenze più libere e spontanee; vedrete, per esempio, nella sequenza della visita medica, forse la più tipica del loro stile, come essi sanno andare d’accordo fra loro e in disaccordo con la logica. Vedrete come zampillare, inaspettati, irresistibili, rivoluzionari i gags senza che l’armonia e il carattere dell’intera scena perda vigore e significato (…). Non tutto il film però è della stessa qualità. I primi duecento metri quasi deludono e io non so come non si sia pensato di tagliare radicalmente il lungo e stupido gag fra Chico e Groucho alle corse, con la neutra trovata dei libri. Ma subito dopo i Marx prendono quota e il film con essi. Il difficilissimo doppiato è quasi riuscito.
Curioso il riferimento al doppiaggio: essendo irripetibili queste copie italiane, è impossibile immaginare l'adattamento all'umorismo spesso intraducibile dei Marx, un problema non risolto neanche attualmente.





















L’entusiasmo si spegne
 quando finalmente viene distribuito anche Una notte all’opera: l
a recensione torinese del 22 ottobre 1938 elogia solo il finale e bolla il film come una “stanca farsa”. La gentilezza nei loro confronti si raffredda ancora di più anche perché il film non va neanche bene nelle sale. Gino Visentini lo recensisce per il n.56 di Cinema, del 25 ottobre 1938, ma partiamo male, Gino si lamenta perché era stato trascinato dagli amici per vederlo, rimpiange Ridolini e accusa i Marx che tutto sono tranne surrealisti come molti invece sostengono. E scrive: “La novità che i Marx hanno portato nella farsa cinematografica è un certo irrazionalismo: essi mettono ad effetto tutto ciò che passa per la loro mente come bambini troppo estrosi, ma senza terrori, quasi con sbadata indifferenza, con l’aria di dimostrare che la vita non è se non non una serie di impulsi involontari e irrazionali. Ma il loro gioco è breve, povere le loro risorse. Sotto le loro furiose nevrotiche agitazioni si nasconde un irreparabile aridità, una monotonia senza pari nella storia del cinema comico. Lo stile farsesco dei Marx è troppo povero di umore e di fantasia. Così, a vedere questi clowns che credono di farci ridere, mentre non fanno che rendersi penosi e irritanti, si pensa con rimpianto al grande Mack Sennett, a Ridolini, a Charlot (...)”. 

Unico ancora tifoso delle loro gesta sembra essere Filippo Sacchi, che sul Corriere della sera del 12 ottobre scrive: "Una notte all'Opera (che sarebbe poi, propriamente parlando, una  sera) dovrebbe divertirvi, se vi siete divertiti a Un giorno alle corse: perché ha lo stesso schema  strampalato, lo stesso procedimento  convulso, la stessa stridula buffoneria. E' inutile, anche questa volta,  spiegare una comicità la cui forza è nel puro e assoluto assurdo.  Bisogna accettare questo mondo  marxiano com'è, come un mondo di metafisica idiozia e di universale sberleffo; un mondo che deve  rispondere del resto a qualcosa di insito nel tempo, se forma per  quattro quinti la base dell'allegria  contemporanea, come ognuno può  vedere sfogliando anche i nostri  giornali umoristici. Lo sfondopretesto, questa volta, è il teatro lirico, nel quale Groncho (sic!), Harpo e Chico si si introducono come impresari di Alan Jones, in antagonismo a una cricca operistica che spalleggia un celebre e presuntuoso tenore, e il parapiglia finale si svolge durante una rappresentazione del Trovatore. Già René Clair e Buster  Keaton ci avevano dato, ciascuno nel suo stile, due versioni celebri di questa gag teatrale, per cui una peripezia di retroscena si  ripercuote con disastrosi effetti sulla recita in palcoscenico, però mai esso era stato spinto sino a questo grado di ribalda caricatura e di  funambulesco caos. Questo episodio, raltro del poliziotto e dei quattro letti, e nella prima parte la manicomiale scena nella cabina, sono le tre zone ad alto voltaggio del film. Al quale nuoce forse un leggero eccesso nelle parti cantate, tanto più che Kitty Carlisle, piacente donna che viene dall'operetta (essa è stata la « stella » del Cavallino bianco a Nuova York) se la cava piuttosto modestamente con Verdi; e l'unico quadro coreografico, quello che si suppone svolgersi tra gli emigranti di una terza classe, è  mediocre cartolina. Però queste e altre minori deficienze sono subito spazzate via dai tre Marx, con la loro tecnica inesauribile.."





L’avventura delle meteore Marx finì così, e complice anche un miserabile antisemitismo che travolse l'Italia e una stampa che definiva Hollywood un covo di ebrei comunisti, il terzetto finì nel dimenticatoio.
Nel dopoguerra, il recupero dei film americani appena sbloccati non trovò subito spazio per loro, perché nella valanga di titoli bisognava rilanciare Laurel e Hardy, Abbott e Costello, Jerry Lewis e Dean Martin, Red Skelton, Danny Kaye più la nuova scuola italiana capitanata da Totò. La Metro rilancia il terzetto con At the Circus, un film del 1938 ora intitolato Tre pazzi a zonzo, e portato nelle sale nel 1948. Un indipendente, la Union Films, importa il film Una notte a Casablanca (1946) nel 1950, mentre il loro ultimo lavoro insieme, Una notte sui tetti (1949), viene distribuito nel 1954. In sala, quindi, arrivano filmetti senza conto, lasciando il pubblico perplesso e senza la possibilità di cogliere la loro genialità.

LA SECONDA VITA (dagli anni '60)

Con il loro umorismo assurdo e i giochi di parole intraducibili, i Marx non furono comici facile da rilanciare in Italia. Piacevano molto agli intellettuali, quello sì, e nonostante la difficoltà di reperire i loro film – che ricordo erano pressoché ancora inediti a parte una manciata di titoli – non sono mancate le poche ma interessanti pubblicazioni. Nel 1949 la rivista Cinema pubblicò un articolo scritto due anni prima da Richard Rowland su Hollywood Quarterly, poi nel 1964 Ernesto G. Laura scrisse un importante profilo critico su Bianco e Nero, “Il contributo dei Max Brothers alla nascita del film comico sonoro (n.11/12, nov./dic. 1964), tutt’oggi uno dei migliori saggi mai scritti in Italia sui Marx, mentre nel 1980 Andrea Martini pubblicava con Nuova Italia il volume “Castoro” sui fratelli Marx (ultima edizione 1995); assolutamente meritorie le edizioni italiane di alcuni libri di Groucho Marx, come l’autobiografia Groucho e io (Adelphi, 1997, ristampata nel 2017), Le lettere di Groucho Marx (Adelphi, 1992), la biografia scritta da Arthur Marx, La mia vita con Groucho: crescere con i Fratelli Marx (Effepi, 2007), i testi radiofonici di Groucho e Chico, pubblicati da Bompiani nel 1989 con il titolo I fratelli Marx: legali da legare (l’ultima edizione è del 2002), la splendida antologia di Stefan Kanfer, “The Essential Groucho: Writings by and for Groucho Marx” (O quest'uomo è morto, o il mio orologio si è fermato. Il meglio del meglio di Groucho, Einaudi, 2001), le memorie di Groucho, Memorie di un irresistibile libertino (Rizzoli, 1975, ultima ediz. 1999), o suoi scritti, come Letti (Lindau, 1995, ultima ediz. 2017), Grouchismi. Storie brevi 1925 -1973 (Mondadori, 1999), fino alla recente autobiografia di Harpo, Harpo Speaks! (Erga, 2016).

Ma i film? Nota dolente. In televisione saranno trasmessi col contagocce quelli doppiati, nonostante salutati dalla stampa come eventi culturali – come accadde nel 1963 con I cowboys del deserto e Il bazar delle follie – o persino unici, come nel caso nel 1972 con la messa in onda di Zuppa d’anatra, re-intitolato chissà perché La guerra lampo dei Fratelli Marx, e nel 1986 con Horse Feathers, doppiato con il titolo I fratelli Marx al college. Come era accaduto negli anni Settanta con Totò, il rilancio fu gestito dai gloriosi cineclub e in dettaglio cito l’Obraz Cinestudio di Milano, fondato da Enrico Livraghi, che nell’aprile del 1982 ospitò una rassegna che fece epoca sui fratelli Marx, tanto da essere replicata al Ciak di Milano, per poi andare in “tour” a Roma e Bari. L’occasione fu quella di proiettare tutti i film dei Marx, inclusi quelli inediti, grazie all’impegno di Francesca Dragone Bandel, che curò i sottotitoli per Monkey BusinessThe CocoanutsA Day at RacesAnimal CrackersHorse Feathers. Ebbe così successo il lavoro accurato di sottotitolazione della Bandel da essere utilizzato in più occasioni: nel 1992 L’Unità pubblicò la traduzione dei primi quattro film dei Marx (volumetti che trovate facilmente su Ebay e che consiglio di prendere assolutamente), e poi nel 1995 per una importante rassegna televisiva su Fuori Orario (Raitre) della loro intera filmografia. Chi scrive, scoprì i Marx proprio in questa ultima occasione, registrando faticosamente le messe in onda notturne su cassette che ha smarrito nel tempo, poi sostituite da altre edizioni VHS (si ricordano quelle del Gruppo Editoriale Bramante, della Univideo e della Ricordi, tutte degli anni Novanta) che ancora conserva. Il successo di Woody Allen e il suo entusiasmo per i Marx, o il ruolo di Groucho nei fumetti di Dylan Dog, ha un po’ influenzato il ricordo del terzetto in Italia. Nelle ricerche per questo articolo, si è scoperto persino che la commedia Room Service, scritta da Allen Boretz e John Murray, alla base del film dei Marx del ’38, è stata portata al teatro Trastevere di Roma nell’ottobre 1985 con Giorgio Lopez, Mino Caprio, Vittorio Amandola, Sandro sardone, Renato Cortesi, Maurizio Mattoli.

Per un periodo il mercato DVD aveva pubblicato tutti i film dei Marx in edizioni notevoli, oggi purtroppo fuori catalogo (l’astuzia del collezionista vi porterà a scoprire che le edizioni straniere più recenti, però, hanno l’audio italiano, eccetto Monkey Business, misteriosamente privo dell’esistente doppiaggio). Il dvd era comunque la nuova occasione di rivedere i fratelli Marx in originale, spiace dirlo, unico modo genuino per gustarli appieno. Il doppiaggio, quando è stato fatto dignitosamente con voci perfette per Groucho come quella di Elio Pandolfi o di Giorgio Lopez, è stato anche piacevole, ma ovviamente le battute hanno sofferto parecchio nell’adattamento, almeno quanto le traduzioni dei testi o nei sottotitoli odierni (quelli fatti dalla Bandel, salvati da Raitre, sono smarriti da tempo). Tuttavia, come scriveva Alberto Crespi su L’Unità, “fate uno sforzo e cercate di vederli, e decrittarli, in inglese. Sarete ricompensati da una ricchezza inventiva senza pari. Ve ne diamo un solo esempio, che vede Groucho alle prese con la solita, simpatica, monumentale Margaret Dumont, l'attrice che era, nei film, la loro vittima preferita. È l'inizio di Zuppa d'anatra e Rufus T. Firefly è stato appena eletto dittatore dello staterello di Freedonia (da «freedom», libertà). Tutti lo aspettano a corte ma lui entra dal retro e comincia a combinarne di tutti i colori (ad esempio tira fuori un mazzo di carte e dice a un tizio: «Scelga una carta. Non quella! L'ha scelta? Ok, se la tenga, ne ho altre 51»), poi si avvicina alla Dumont e le chiede il perché di tutti quei festeggiamenti, e qui l'inglese diventa intraducibile. «It's your gala day», risponde lei, è il vostro giorno di gala. Groucho ribatte: «That's fine, I couldn't make it with more than a gal a day», che a un primo livello significa «Perfetto, non ce la farei con più di un giorno di gala», ma spezzando «gala» in «gal a» significa anche «Perfetto, non ce la farei con più di una ragazza al giorno». (Groucho. Un altro Marx è possibile, 19 agosto 2007).

lunedì 23 aprile 2018

1941: quando la paranoia incontrò il pandemonio

Il film 1941- Allarme a Hollywood è ad oggi l'unico film comico diretto da Steven Spielberg, sul quale persiste una convinzione errata che si trattò di un film sbagliato e ancor peggio un flop al botteghino.
È vero, quando uscì nelle sale americane nel 1979 non venne preso bene dalla critica, e gli americani lo trovarono un po' assurdo per apprezzarlo davvero, ma a distanza di quarant’anni è ancora godibilissimo, e conserva alcune scene comiche memorabili. Ma all'epoca divise il pubblico. Ancora oggi gli stessi fan di Spielberg lo liquidano velocemente, altri ne ignorano l’esistenza, ma i disinteressati lo conservano affettuosamente. Io per primo considero 1941 un grande film comico. Conservo il pressbook originale e diverso materiale pubblicitario, e ho studiato per un periodo la storia della produzione perché nel cast c’era uno dei miei attori preferiti, John Belushi, e sapevo che n’erano successe di tutti i colori.


Ma voi, avete visto mai questo film? Siamo nel dicembre del 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale subito dopo l'attacco della flotta giapponese a Pearl Harbor, la psicosi bellica è alle stelle, ed è la storia di un gruppo di cretini totali con una preoccupante dedizione al dovere e, ancor peggio, con le armi in mano. Il cast è numeroso e ben assortito, ma è la storia stessa ad essere demenziale: convinti di un nuovo attacco delle truppe giapponesi stavolta nella città di Los Angeles, diversi membri dell’esercito sfruttano la situazione a loro piacimento. Il folle pilota “Toro” Wild Kelso (John Belushi) si aggira sperduto fra le montagne di Hollywood setacciando ogni possibile soldato giallo; il sergente Tree (Dan Aykroyd) con la sua scombinata squadra parcheggia nel giardino di Mr. Douglas (Ned Beatty) un bombardiere, scatenando le ire di sua moglie Joan (perché aveva da poco piantato il basilico), interpretata da Lorraine Gary; nella squadra di Tree, c’è un soldato mascalzone (Treat Williams) che vuole rubare la ragazza a Wally (Bobby DiCicco), promettente ballerino ma che non può partecipare al ballo dei militari perché civile, così la sua ragazza Betty (Dianne Kay) cercherà disperatamente di sfuggire alle grinfie del militare; il generale Stilwell (Robert Stack) pensa che siano tutti impazziti e preferisce godersi l’anteprima del film Dumbo; il Tenente cialtrone Birkhead vorrebbe impalmarsi la segreteria del generale, Donna, perché è bella ma raggiunge l’orgasmo solo in volo, e a lui mancano un aereo e il brevetto di volo; in mare, intanto, un sommergibile giapponese si avvicina senza bussola, capitanata dal comandante Mitamura (Toshiro Mifune) che deve sopportare il suo alleato tedesco (Christopher Lee) e un ostaggio che non c’entra nulla, ma che si chiama come il loro obbiettivo, Hollis Wood (Slim Pickens). A metà film, tutti questi personaggi si scontrano nel più folle attacco aereo mai registrato a Los Angeles, e che infatti non c’è, sono solo Kelso che insegue il suo aereo nemico, in verità solo Birkhead che sta cercando di scopare (e di volare) a bordo di uno scassato aeroplano donatogli dal folle capitano Maddox (Warren Oates). Alla fine, i giapponesi saranno attaccati da Mr. Douglas, che ci rimetterà la casa, e dalla ruota panoramica del Luna Park, dove sono appostati due volontari civili. Ok, viene un po' di mal di testa a seguire tutto, ma la guerra mica è stata fatta da un paio di personaggi e basta no?


La paranoia incontra il pandemonio, era una frase di lancio molto azzeccata. Il copione voleva infatti descrivere quello che accadde realmente alla fine del ’41, nella vita quotidiana degli americani. E poi si ispirava lontanamente ad un fatto reale avvenuto nella notte fra il 24 e il 25 febbraio 1942, definita la Grande Battaglia di Los Angeles, durante la quale qualcuno fece scattare l’allarme aereo, la città venne oscurata per sei ore e tutti cominciarono a sparare in aria. Chiamatela psicosi e guerra di nervi, ma questo falso allarme rimase negli annali anche come un possibile avvistamento UFO. Idiozie? Eppure ha ispirato 1941. E la scena dove tutti sparano dai tetti dei grattacieli è tipica di quel periodo. “Ma dove sparate?” chiede un ufficiale, “Non lo so, sparo dove sparano gli altri”, gli grida un soldato.


E poi tutto questo in sole due ore, fra esplosioni incredibili e un frastuono perenne. John Williams compose una colonna sonora memorabile, mentre Robert Zemeckis e Bob Gale – prima di ritornare al futuro – sono gli sceneggiatori di questo costoso giocattolo, che la Universal e la Columbia Pictures hanno pagato di tasca loro con 26,5 milioni di dollari.
Una breve genesi è d’obbligo: nel 1975, i due Bob approcciarono il produttore John Milius per proporgli un copione intitolato Tank, e di tutta risposta John apprezzò più il loro stile che il soggetto stesso. Proposero così un altro copione, intitolato The Night the Japs Attacked, e per un anno e mezzo ci lavorarono per proporlo alla MGM. La Metro rifiutò sdegnata il copione, e così Milius lo propose al suo amico di tiro al piattello Steven Spielberg. A lui piacque molto, e promise di dirigerlo subito dopo Incontri ravvicinati. Infatti, cominceranno a lavorarci insieme proprio durante la fase di montaggio, mentre Michael Kahn era alla moviola, i due Bob scrivevano con Steven.
La produzione fu molta caotica e caratterizzata dalla paura di non riuscire a fare un buon film. All’epoca, Spielberg era già il numero uno del cinema americano. Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo avevano avuto un enorme successo, e tutti volevano lavorare con lui, a costo di fare un film comico sulla seconda guerra mondiale. Oddio, non proprio tutti presero bene la notizia: John Wayne e Charlton Heston furono presi in considerazione per interpretare il generale Stilwell che si commuove con Dumbo (storia vera, fra l’altro), ma entrambi declinarono sdegnati. Wayne, soprattutto, definì il copione antiamericano, ammonendo Spielberg che non avrebbe dovuto fare una commedia sulla Seconda Guerra Mondiale. La vera idea originale, tuttavia, era quella di un film drammatico, finché Stanley Kubrick, amico di Spielberg, gli disse che secondo lui un soggetto del genere lo potevi vedere in entrambi i modi. E Kubrick aveva ragione, al di là della sua personale esperienza con Il dottor Stranamore, capolavoro assoluto che tratta su scala differente la psicosi bellica e sul rischio di una guerra nucleare. Lì erano i comunisti, qui i giapponesi che attaccano di sorpresa.

E così Steven decise per la commedia. Il cast fu deciso su più fronti: prese fra i giovani il comico più famoso, John Belushi, che si trascinò il suo partner Dan Aykroyd, e qualche allievo del Second City, come John Candy; per rendere credibile l’atmosfera di guerra, con intelligenza infilò volti drammatici come Robert Stack, Toshiro Mifune (al suo primo film in lingua inglese), lo stesso Lee che come ufficiale nazista (credibilissimo); di kubrickiana memoria, chiama Pickens come lo strambo e rozzo Hollis Wood, scambiato dai giapponesi come informatore; si autocita ricreando il set della pompa di benzina del suo debutto alla regia Duel, e rispedisce in acqua Susan Backlinie, stavolta senza squalo. Fra tutti, il personaggio di Belushi fu memorabile: con la dedizione che pochi fan conoscono, curò il suo personaggio nei più piccoli dettagli, anche se Spielberg – che aveva conosciuto John dietro le quinte del Saturday Night Live – tagliò alcune sue idee e aggiunse qualche gag volgare mentre guida l’aereo. Belushi però si fidava di Steven, e nonostante si presentasse sul set in condizioni non ottimali, più volte rischiò di farsi male a costo di portare a casa la scena (guardate la gag di lui che cade dall’ala dell’aereo mentre due soldati lo aiutano a salire: Belushi cadde davvero, ma Steven mantenne il ciak). Kelso era un personaggio che nello script era minore: la presenza di John cambiò tutto. 


 
Nonostante un cast superbo ed un copione che demolisce tutto e tutti, Spielberg si aggirava sul set preoccupato e indeciso. Più volte gira la sequenza dell’aereo di Kelso che cade rovinosamente sulla strada, troppe volte e senza un vero motivo. Aykroyd disse agli altri sul set, “Questi qui giocano all’autoscontro con le Ferrari”. Nel dubbio, tutti urlano, e le lunghe riprese durate 247 giorni finiscono nel maggio del 1979 con molta pellicola girata (trecento chilometri di pellicola). Al montaggio, Spielberg abbozza una versione di due ore e mezza. I produttori però si spaventano del risultato e lo obbligano a scendere a due ore di film, contro la sua volontà. Spielberg organizza una anteprima nello stesso cinema dove aveva proiettato con successo tutti i suoi precedenti film, il Medallion Theater, a Dallas, come buon auspicio: ma dopo le prime risate e sghignazzi, quando il film si faceva più chiassoso, in sala subentrò stupore e sbigottimento finché Spielberg si accorse che molti spettatori si tappavano le orecchie con le mani. I dirigenti della Columbia e della Universal, fuggirono come cani bastonati. La “prima” del film che si tenne il 13 dicembre 1979 a Los Angeles, con la presenza di John Belushi e Dan Aykroyd, impegnati in quel periodo con le riprese di Blues Brothers, non andò meglio. Dai ricordi della vedova Judith Belushi, la sala si gelò subito dopo la prima gag della ragazza in sella al periscopio. Con il film prossimo alla sua uscita il giorno dopo, non fu una reazione incoraggiante.
(La produzione di Blues Brothers in un certo senso ne rimase coinvolta: il film di John Landis stava lievitando nei costi, e il rischio di fare un altro floppone era dietro l’angolo. A metà gennaio del 1980, ci fu una festa di compleanno organizzata per Belushi, dove tutti indossavano delle spille con sopra scritto: “John Belushi: nato 1949 - morto 1941”)
Tuttavia, non fu un flop, semplicemente incassò meno del previsto: se in patria il guadagno fu di 31 milioni, andò molto meglio all’Estero, con oltre 60 milioni incassati, per un totale di 92 racimolati in tutto il mondo.



In Europa, oltre a piacere al pubblico, furono deliziati soprattutto i critici. In Italia, dove uscì nell’aprile del 1980, furono pubblicate recensioni entusiaste. Il Messaggero scrisse: “Riuscitissima farsa corale, elegantemente spregiudicata, oltre che animatamente e bizzarramente condotta da un regista che non spreca davvero i molti mezzi posti a sua disposizione”; La Stampa: “Lo consigliamo volentieri, anche una sola risata liberatrice contro i riti isterici della guerra e le trappole della retorica vale tutta la spesa della produzione…non mancano le contaminazioni di gusto europeo”; L’Unità: “A noi questo mirabolante senso dello spreco piace moltissimo, ci ricorda Orson Welles e tutti i geni dissoluti che mandarono sul lastrico le majors con gusto perverso. Questa farsa forsennata apparentemente sempliciotta, può essere una franca alternativa a certe satire tutte di testa e in punta di piedi che spesso gratificano lo spettatore, paradossalmente, di un eccesso di riflessione”; ovviamente, qualche voce contro ci fu, come quella di Tullio Kezich su La Repubblica, che lo definì di comicità sporcacciona e di grana grossa, e di Giovanni Grazzini sul Corriere della Sera, ammonendo che il troppo stroppia, e che “1941 è un colosso con i piedi di gomma talmente eccessivo da essere insignificante”. E sentenziò: “Avendo perduto l’innocenza dei bambini, 1941 Allarme a Hollywood ci è infatti sembrata la baracconata d’un Paperon del Paperoni del cinema che accumula tanti motivi comici, tanti spunti grotteschi, da non poterli più ordinare, e da smarrire l’intenzione satirica nei confronti della California, stato demenziale, in una farsa frenetica e fracassona. In una carnevalata priva di stimoli surreali.  Lasciamo perdere Hellzapoppin, gli innumeri echi delle vecchie comiche, lo sforzo compiuto da tanti attori di buon nome. Un film nel quale un regista bravissimo, che dispone di mezzi straordinari e di specialissimi trucchi, fa, peccato, cilecca. O forse no: sembra che i bimbi si divertano”.

L’edizione italiana godeva di un doppiaggio ben fatto dalla C.V.D. che, per motivi a me oscuri, ha subito un peggioramento di qualità nelle edizioni home video. La prima VHS della C.I.C. (1988) rifaceva i titoli e sottotitoli al computer con la qualità che potete immaginare, e sono stati necessari molti anni prima di avere il primo DVD, per giunta bootleg e neanche ben fatto, edito dalla Pulp Video nel 2011. La Universal farà ammenda con il Bluray nel 2015, assolutamente da avere anche per il Making of di quasi due ore (con i sottotitoli), e l’incredibile qualità video e audio (tuttavia, per pulire qualcosa, qualche battuta del doppiaggio è sparita). Ancor più interessanti sono le scene tagliate, alcune incluse nel documentario (assieme a diversi film amatoriali girati da Spielberg sul set), una su tutte quella dove Belushi e Aykroyd si incontrano nel finale, per la prima ed unica volta nel film, mentre Kelso nuota verso il sommergibile: ed è molto carino che si salutano sospettando di conoscersi già.


mercoledì 23 maggio 2012

"Lunatica" ospita Stanlio e Ollio

Con la conferma appena pubblicata nel loro sito ufficiale, anche io segnalo che Lunatica, Fiera del Fantasy, quest'anno accoglierà gli amici "Figli del Deserto" per mostrare alcuni cortometraggi a cartoni animati che hanno come guest star la famosa coppia comica. La Fiera, che si terrà all'Andromeda Maxicinema di Brindisi (Viale Bozzano 1), si svolgerà a partire dalle 10,30 del 2 giugno fino alle 23 del 3 giugno.
Ci saranno, come ci si aspetterebbe da una Fiera del Fantasy, tornei, stand e bancarelle di giochi di ruolo, gare di cosplay, illustratori, disegnatori, incontri culturali, prodotti artigianali, oggettistica ed esposizioni di ogni tipo; tra le altre cose ci sarà anche un piccolo Stand della Tenda "Noi siamo le colonne" dove, tra un Ency ed un Cammello, troverete il doppio CD in tiratura limitata “Due Teste senza Cervello”, colonna sonora composta da Piero Montanari del programma televisivo omonimo RAI, curato da Giancarlo Governi, realizzato dalla Tenda in collaborazione con SigleTV.net. Siccome ci sarà anche il sottoscritto, mi unisco anche all'invito  di vederci il 2 giugno, a Brindisi.

PS: se qualche lettore noterà che il testo sopra riportato ha qualche somiglianza con il post scritto nel blog di Stanlio e Ollio, è puramente casuale e dovuta al massimo da Pigrizia Scrivana, forma rara presente in diversi autori, ce l'ha anche Teo Teocoli, che per il suo libro ha fregato metà pagina della voce di wikipedia dedicata a Cochi e Renato, scritta da me, senza citar la fonte.