mercoledì 21 settembre 2016

Stanlio e Ollio e i due Ladroni

Stan Laurel, il fonico Elmer Raguse, e Oliver Hardy, con i microfoni Victor

Oggi pubblico un dossier che forse potrà far luce su un aspetto poco trattato da biografi e studiosi: il curioso caso del doppiaggio italiano di Stan Laurel e Oliver Hardy. Come nacque il loro inconfondibile doppiaggio? La distribuzione italiana della MGM fece la scelta più semplice: il pubblico aveva apprezzato enormemente il fatto che Stan e Oliver, nei primi film distribuiti in Italia, recitassero in italiano, con esiti ovviamente disastrosi e poco comprensibili — ma, proprio per questo, esilaranti. L’idea fu degli stessi Laurel e Hardy. Ecco spiegato, in poche righe, perché ancora oggi li conosciamo con quel celebre doppiaggio “storpiato”. Ma andiamo con ordine.

La Vanguardia, 2 febbraio 1930

Senza dare per scontato che tutti conoscano a fondo Stanlio e Ollio e le tappe fondamentali della loro carriera, va ricordato che anche loro affrontarono la devastante transizione dal muto al sonoro. La definisco devastante perché, per quanto inevitabile, il cinema fino al 1927 era stato un linguaggio visivo, e molti attori non erano pronti (o adatti) a far sentire la propria voce. I grandi comici del muto — Keaton, Lloyd, Langdon — subirono la svolta, con risultati non sempre all’altezza del loro passato. Chaplin, prudente, aspetterà il 1940 per realizzare il suo primo film parlato.

Il vero ostacolo fu la distribuzione nei Paesi non anglofoni, perché il doppiaggio non esisteva ancora. Il problema venne affrontato dagli Hal Roach Studios già nel 1929, optando per una soluzione tanto faticosa quanto efficace: le versioni fonetiche. I film venivano rigirati più volte, “a pappagallo”, nella lingua di destinazione. Stan e Oliver recitavano in spagnolo, francese, tedesco, italiano… con solo una vaga idea di ciò che stavano dicendo. Sbagliavano accenti, storpiavano le parole, ma il risultato era irresistibilmente comico.

Nel marzo di quell’anno fu installato il sistema sonoro della Victor Talking Machine Company, che registrava effetti e dialoghi su dischi a 78 giri sincronizzati con il film. A maggio, Laurel e Hardy girarono il loro primo film parlato, Unaccustomed As We Are (Non abituati come siamo). Fu un grande successo. Roach allora decise di puntare sul più ampio mercato straniero: quello ispanofono — Spagna, Argentina, Messico, e anche le comunità latine negli Stati Uniti. Per Roach fu un investimento rilevante, giustificato dal fatto che nel 1929 Laurel e Hardy erano ormai i comici più celebri d’America. La MGM li stimava al punto da chiederli in prestito per salvare The Rogue Song (Amor gitano), un film con il tenore Lawrence Tibbett che si era rivelato disastroso in anteprima (e nel quale Stan e Oliver, per quanto spassosi, c’entravano ben poco).

I DUE LADRONI
 
La Vanguardia, 1 febbraio 1930
Il primo film destinato a essere girato in più lingue fu Night Owls, per la regia di James Parrott. La trama era semplice: nel quartiere dove il poliziotto Edgar Kennedy è di servizio, ci sono solo furti e rapine, e dopo l’ennesimo rimprovero del capo della polizia, egli decide di assolvere i due vagabondi Laurel e Hardy per inscenare un furto proprio nella casa del suo capo, in modo da intervenire in tempo e farsi bello ai suoi occhi. Il finale è classico: Stanlio e Ollio combinano solo guai e si danno alla fuga non appena sentono le sirene della polizia, e Kennedy irrompe nella casa quando il suo capo giunge nel soggiorno, credendolo così il vero autore delle rapine nel quartiere.
Il film venne girato tra il 30 ottobre e il 12 novembre 1929: i registri degli Studi Roach non indicano nulla sulle versioni straniere, ma il Variety annotò il 13 novembre che “due versioni sono state fatte simultaneamente. Prima una scena viene parlata in inglese, poi viene ripetuta in spagnolo”. Questo articolo è la prima prova concreta dell’esistenza di una versione spagnola (Ladrones) — e, forse, anche di una versione italiana, intitolata Ladroni. L’ipotesi più probabile è che la versione italiana sia stata doppiata da Laurel e Hardy in un secondo momento.
"Variety", 13 novembre 1929

È plausibile che Roach fosse inizialmente cauto sull’investimento e volesse prima vedere i risultati della versione spagnola, proiettata in anteprima a New York il 7 gennaio 1930 in un cinema specializzato in film stranieri. La recensione di Variety (15 gennaio) osservava che i dialoghi erano ridotti al minimo, ma il pubblico si divertì moltissimo anche senza comprendere tutto. Per quell’occasione, Roach aveva assunto attori spagnoli di supporto e insegnanti di lingua sul set, che aiutavano Laurel e Hardy con la fonetica, leggendo i testi da appositi gobbi dietro la cinepresa. Inoltre, per adattarsi ai programmi europei, che prevedevano proiezioni di almeno due ore, Roach e Stan Laurel decisero di allungare le versioni straniere con gag escluse dal montaggio americano, e in alcuni casi modificarono anche il finale.

"Cinema-Teatro", n.23-24,
15-31 dicembre 1930

È questo il caso sia di Ladrones sia — con ogni probabilità — di Ladroni.
Dopo le varie peripezie e l’irruzione nella villa, la coppia riesce finalmente a entrare ma, cercando oggetti da rubare al buio, aziona inavvertitamente un pianoforte meccanico. Il capo della polizia, svegliato dalla musica, ordina al maggiordomo Finlayson di chiamare la polizia. Poi, pistola in pugno, entra nella stanza e grida: “Mani in alto!”. Tre agenti irrompono per arrestare Laurel e Hardy, mentre Kennedy, ignaro, entra sparando. Inciampa sul suo superiore e si accorge, ormai tardi, di ciò che è successo.

Hardy dice: “Aiutaci, amico!”, e il capo chiede a Kennedy: “Li conosci?”, al che lui risponde: “Non li conosco...”. I tre vengono quindi portati alla centrale.
A bordo della decappottabile della polizia, Stan e Ollie siedono sui sedili posteriori. Il capo li segue in un’auto personale, guidata da Finlayson. Durante il tragitto, i due notano un ramo che sporge sulla strada: ci si aggrappano e riescono a fuggire. Quando lasciano la presa e cadono al suolo, si ritrovano a sedere proprio sull’auto del capo, che spaventato perde il controllo e finisce con l’auto in un laghetto.

Che Ladroni sia stato doppiato in italiano trova un ulteriore indizio nei registri della Victor: le matrici dei quattro dischi necessari per il sonoro (MVR-54999, MVR-61101, MVR-61102 e MVR-61103) sono datate 25 e 26 agosto 1930, cioè circa otto mesi dopo l’uscita di Night Owls e Ladrones. I registri degli studi Roach indicano che entrambe le versioni — inglese e italiana — hanno lo stesso metraggio di 3306 piedi (cioè 1021 metri), pari a circa 37 minuti. È l’unico caso in tutta la produzione di versioni fonetiche girate da Laurel e Hardy fino al 1931 con questa identica corrispondenza. 

Variety, 30 luglio 1930
Il Variety del 30 luglio 1930 aveva scritto che il mercato italiano era stato aggiunto da Roach e che “Laurel e Hardy parleranno italiano la prossima settimana per Night Owls.” A conferma, Roach aveva preso questa decisione sulla scia del successo di Ladrones, in particolare a Barcellona e Buenos Aires. Nello stesso periodo era iniziata la produzione del primo lungometraggio di Laurel e Hardy, The Rap (poi Pardon Us), previsto in quattro versioni fonetiche: spagnola, tedesca, francese e italiana.

(Nota: Ladrones è miracolosamente sopravvissuto. È stato ritrovato nel 1986, assieme ad altre versioni spagnole girate dalla coppia, ed è disponibile in DVD sia in Europa (cofanetto Universal 2004) sia in una versione restaurata dall’UCLA su DVD Vivendi (USA, 2011). Dura esattamente 36 minuti, circa quindici in più rispetto a Night Owls).

MURAGLIE

Riferisce Randy Skretvedt, il miglior biografo della coppia in assoluto, che le riprese delle versioni fonetiche di The Rap sono state effettuate simultaneamente. Le riprese hanno avuto inizio il 13 agosto 1930, e hanno continuato fino alla fine del mese (altro materiale per le versioni straniere venne girato nella prima metà di settembre 1930). Pensate che fra agosto e novembre Laurel e Hardy furono impegnati fra le riprese del film in inglese - con altrettante scene da rigirare - e quelle fonetiche, un periodo di super lavoro che non fermò l'abitudine di Stan di rispondere alle lettere dei fan, come si legge in questa lettera del 17 novembre 1930: "Mi perdoni per il ritardo della mia risposta alla sua del 9 ottobre, ma siamo stati pesantemente impegnati con le riprese delle versioni straniere del nostro primo lungometraggio. Il titolo è cambiato da The Rap a Their First Mistake. Spero che vi piacerà quando andrà a vederlo. Abbiamo girato in cinque lingue - inglese, spagnolo, francese, tedesco e italiano - e parlato in tutte queste". Con il nuovo titolo il film durava 65 minuti, poi ridotti a 56 con una nuova edizione intitolata finalmente Pardon Us.
 
La Vanguardia, 8 febbraio 1930
Nel frattempo Ladroni venne spedito in Italia per far conoscere la coppia, ancora praticamente inedita nel nostro paese: è stato accertato che diversi film muti del duo uscirono da noi poco prima del 1928-29, ma la MGM non aveva ancora organizzato un vero lancio e questo avverrà nel 1931. Ladroni venne passato intanto al vaglio dei censori nostrani: il visto censura n. 26055 del 31 ottobre 1930 approvò con riserva la visione del film, perché bisognava “Togliere ogni scena dialogata o comunque parlata in lingua straniera”. Questa dicitura veniva ripetuta per ogni film straniero che giungeva in Italia non doppiato: dovete sapere che la difficoltà di distribuzione dei film americani in Italia gettò nel panico un sacco di esercenti; inizialmente si pensò ai sottotitoli e poi alle didascalie al posto dei dialoghi, ma l’idea venne scartata visto l’alto tasso di analfabetismo (un altro problema era che rallentavano troppo il ritmo; figuratevi che Amore Gitano uscì sonorizzato con le canzoni e le didascalie, ammazzando di noia i poveri spettatori), e furono costretti ad aspettare queste versioni girate in più lingue. Per questo L&H arrivarono da noi in ritardo. 
 
La Stampa, 26 giugno 1931
Il metraggio accertato dalla censura italiana era di 1021 (i conti con Ladrones tornano), e la durata di 37 minuti si incastrava perfettamente nei programmi di prima visione passando come un lungometraggio. Sulla distribuzione in Italia, che all'epoca non seguiva un percorso in contemporanea fra le varie città, posso affermare due date: Torino, 5 giugno 1931, al cinema Ambrosio; Milano, 24 settembre 1931, cinema Odeon. Altre fonti mi confermano che uscì diversi mesi prima rispetto a Torino, ma è comunque nel ‘31 che Laurel e Hardy furono lanciati in Italia. Il titolo cambiava da I due ladroni a Ladroni, e i flani recitavano “Parlato, in italiano”, per rassicurare gli spettatori che avrebbero visto un film comprensibile a tutti (per quanto Stan e Oliver massacrassero l’italiano). 
Ladroni
ottiene un notevole successo – tanto che la loro presenza in Amore gitano, dapprima non pubblicizzata, viene successivamente riportata a grandi lettere – ma è con Muraglie, che giungerà a novembre del 1931, che la coppia esplose nelle sale. Non che Ladroni non fosse divertente, ma i dialoghi erano ridotti all’osso mentre nel lungometraggio i due parlavano molto e il pubblico poté deliziarsi con la nostra lingua fatta a pezzi (anche se nel cast alcuni attori furono sostituiti da colleghi di madre lingua: Guido Trento rimpiazzò Wildred Lucas nella parte del direttore del carcere). Si divertirono anche i recensori, come testimonia Cinema Illustrazione del 18 novembre 1931: “Il pubblico si è divertito immensamente, anche perché, rinunciando all’insopportabile doublage, gli stessi Laurel e Hardy han voluto compiere lo sforzo di parlare il loro film anche nell’edizione italiana, storpiando la nostra lingua. Novità non trascurabile, che apre nuovi orizzonti al film comico”. Oppure Il corriere della sera, 6 novembre: "Muraglie è una spassosa parodia di Carcere, messa insieme per quei due soliti buffoni di Laurel e Hardy. I produttori, volendocelo dare in versione italiana, hanno avuto l'idea di far parlare Laurel e Hardy come potevano, cioè nell'italiano storpiato e imparaticcio di stranieri, i quali mastichino stentatamente la nostra lingua; e meglio centomila volte cosi, che se gli  avessero appiccicato una di quelle belle voci finte, e fatte su misura, che sono la vergogna della nostra epoca. Altro argomento (ma non ce n’è bisogno) contro la barbara usanza del dubbing".

con Bob O' Connor, attore e insegnante spagnolo
Abbiamo quindi stabilito che mentre di Muraglie siamo certi che fu recitato in italiano da Laurel e Hardy, non possiamo esserlo al 100 per cento per Ladroni, anche perché le poche recensioni dell’epoca che si degnarono di scrivere su questa comica non fanno cenno al buffo italiano dei due comici. Ma potrei aver scritto un sacco di cretinate, perché, nota dolente e qui concludo, queste due versioni in italiano sono andate perdute.
O meglio, Ladroni non c’è, ma c’è: approfittando delle similitudini linguistiche fra lo spagnolo e l’italiano, possiamo immaginare vagamente l’italiano di Stan e di Oliver, per quanto il video sia presente ancora oggi, perché come abbiamo detto la versione spagnola è disponibile su Dvd.
 
 MA ALLA FINE, ESISTE "MURAGLIE"?

Muraglie
non c’è, e non c’è ancora oggi. A parte il finale alternativo presente nella versione spagnola, De Bote en Bote, che oggi sopravvive intero, previsto anche nel primo montaggio di Pardon Us (l’incendio nel carcere dove Stanlio e Ollio salvano la figlia del direttore), di Muraglie non è rimasto nulla. Secondo i ricordi di Alberto Sordi, quando partecipò al provino per trovare la nuova voce di Oliver Hardy, la Metro fece vedere ai partecipanti proprio Muraglie, segno inequivocabile che almeno attorno al 1937 era ancora presente in archivio. Successe poi che la Seconda Guerra Mondiale bloccò le frontiere e chiuse ogni attività straniera, inclusa la MGM (la cui sede era a Roma, in Via Maria Cristina), di fatto sequestrata nel 1942 e riaperta a fine conflitto. Che fine fece il suo archivio non ci è dato da sapere: il mercato nero provocò numerosi danni alle migliaia di pellicole sequestrate, mentre oltreoceano nessuno riuscì a conservare una copia. La Victor riporta che la registrazione per la distribuzione del film Muraglie, divisa in sette dischi per altrettanti rulli, è stata fatta il 16 dicembre 1930 (le matrici vanno da MVR-61239 a MVR-61245). La registrazione riportata del 19 febbraio 1931 (MVR-61318) dovrebbe essere quella del trailer, come risulta per la versione francese, Sous les verrous e tedesca, Hinter schloss und riegel, fatte il medesimo giorno alla Victor. 

Secondo la documentazione davvero preziosa che ho raccolto nell'archivio di Italia Taglia - e in parte riportata nel sito CineCensura.com - la richiesta per il visto censura da parte della MGM è datata 24 febbraio 1931, curiosamente parecchi mesi prima della sua uscita nelle sale italiane, a novembre dello stesso anno. La lista dialoghi depositata in archivio è estremamente rivelatrice: in alcune recensioni italiane avevano riportato il nome italiano del personaggio di Walter Long come "Lupo", invece di "Tigre", e questo viene smentito dai dialoghi; le canzoni del film erano tutte in italiano, incluso "Lazy Moon", cantata da Hardy e tradotta come "Pigra luna"; viene confermato che la versione italiana era esattamente identica a quella spagnola (e certamente anche delle altre due, in tedesco e in francese), quindi nessuna scena della scuola come nel film in originale americano, era presente il finale con l'incendio nella prigione, e persino il metraggio accertato di 1785 metri, circa 65 minuti di film, era lo stesso. L'ultima scena vede Stanlio e Ollio uscire di prigione, graziati dal direttore per il loro salvataggio di sua figlia nell'incendio, e dialogare fra di loro. 
Ecco quanto riportato dal copione:

Ollio: "Finalmente siamo liberi... Liberi come le rondini!"
Stanlio: "Sì!... E quel dente non ci darà più noie".
Ollio: "Non voglio più sentir parlare di queste muraglie!... Dammi un fiammifero... (Stanlio si fruga nelle tasche e tira fuori due fotografie). Che cos'è?"
Stanlio: (mostra le loro foto segnaletiche). "Ti piacciono?" (Ollio le straccia e spinge via Stanlio).
Fine.

Questa sequenza è come si è detto visibile nella copia spagnola, di cui riporto qui due frame dal dvd uscito per la Universal in Spagna.
Un possibile ritrovamento dei dischi Victor di Ladroni o di qualche frammento di Muraglie potrebbe essere straordinario e rivelatore di quell’italiano strampalato che determinò decine di doppiaggi e varie coppie di doppiatori di Stanlio e Ollio che sarebbero arrivati negli anni seguenti. La più popolare di tutte, quella formata da Alberto Sordi e Mauro Zambuto, doppiò il film nella prima riedizione nel 1946. 
Alla fine di questo mio studio arriviamo alla domanda fondamentale: esiste da qualche parte Muraglie, recitato in italiano da Stan e Ollie? Il mio pensiero era ed è che in America ci sono studiosi, archivisti e ricercatori che non riescono a capire l’importanza di due materiali così preziosi, e probabilmente qualsiasi possibile recupero è stato lasciato cadere nel vuoto. Io stesso sono un testimone di un possibile recupero di un frammento di Muraglie, almeno secondo un contatto americano (di cui non posso rivelare il nome) che mi scrisse nel 2009 chiedendomi consulenza in quanto esperto ed italiano, ma le trattative con un possibile collezionista non andarono a buon fine. La certezza? Sì, da qualche parte c'è, ma i collezionisti si sa...

AGGIORNAMENTO

Alla data del 19 settembre 2022, quindi sei anni dopo la pubblicazione di questo articolo, è doveroso segnalare che è stata recuperata una copia del negativo di Ladroni, ma muta, presentata comunque in una versione che abbiamo discusso in questo articolo.
La proiezione, programmata il 6 ottobre 2022 alle Giornate del Cinema muto di Pordenone, ha previsto una ricostruzione arbitraria della copia italiana: per enfatizzare l'unica parola  spagnola foneticamente simile all'italiano - "Naturalmente", detta da Hardy - hanno lasciato in quel punto l'audio di Ladrones, mutando il resto del film (eccetto i rumori) accompagnandolo con un commento musicale originale e i sottotitoli in italiano tradotti dallo spagnolo. I titoli di testa e di coda, italiani, erano rovinati e quindi sono stati ripuliti e lasciati in fermo immagine. 
Nonostante la stampa italiana abbia frettolosamente comunicato una scoperta in realtà incompleta, la ricerca delle voci originali italiane di Laurel e Hardy continua. A mio parere, questo recupero - effettuato presso il George Eastman House di New York, dalla collezione privata di Roberto Pallme - conferma solamente che il doppiaggio fu effettuato su Ladrones. Resta il dubbio se effettivamente furono gli stessi Stan e Babe a farlo.  
Infine, penso possa dire tranquillamente che il contatto che mi disse di avere la possibilità di recuperare Ladroni fu Richard W. Bann, storico di L&H e consulente per la defunta KirchGrouppe. Quando mi scrisse nel 2009, le trattative con la George Eastman ebbero delle complicazioni, aggravate dal fallimento della società nel 2011. Nel 2015, in una discussione su Facebook con il collega Randy Skretvedt, ha ammesso che la bancarotta di Leo Kirch, fondatore della Betafilm che dal 1983 deteneva i diritti dei film di L&H fino a quando la KirchGrouppe divenne Kinowelt, poi assorbita nel 2011 da Studiocanal, mise una tomba sopra Ladroni e qualsiasi altro recupero. 
 
EXTRA
 
Dal programma di Giancarlo Governi Due teste senza cervello (Rai, 1985), estrapolo due fotografie dalla versione italiana Muraglie, che ho identificato grazie ai codici delle fotografie recuperate da un altro archivio. Così sapete da quale film sono tratte. La puntata era la numero otto, dedicata al doppiaggio italiano di Stanlio e Ollio.
 
Laurel e Hardy con Guido Trento

 
un attore non identificato ma di origine italiana.

domenica 29 maggio 2016

Il giocattolo (1979)

Ci sono incontri che ti illuminano la giornata, e quello che ho avuto pochi giorni fa è stato memorabile: ho incrociato infatti alla Stazione Termini di Roma il grande regista Giuliano Montaldo. Alla veneranda età di 86 anni l’ho trovato arzillo e molto cordiale: approfittando di un momento di attesa di un treno in arrivo, l’ho avvicinato per fargli i complimenti per un film che avevo rivisto da poco, Il giocattolo, con Nino Manfredi. “E’ un capolavoro!”, gli ho detto, e lui stringendomi la mano mi ringraziava facendo il gesto di baciarmela cavallerescamente...
Mi ritrovo però nell’imbarazzante situazione di non potervi suggerire il recupero di questo film nel caso voleste rivederlo o gustarvelo per la prima volta: è disgraziatamente sparito dalla circolazione. Motivi di diritti, forse, ma è uscito in videocassetta decenni fa e in televisione, dopo un lungo oblio, è stato recuperato sporadicamente da Rai Movie, l’ultima volta quattro mesi fa. Nessuna uscita imminente in DVD o Blu-ray. Ho perso l’occasione per chiedere direttamente il motivo al regista, tuttavia se proprio volete vederlo esiste youtube (non dovrei dirvelo, ma tanto l’ha fatto anche Paolo Mereghetti: sta lì online, intero).
Difficoltà di recupero a parte, Il giocattolo rimane un capolavoro insolito nel cinema italiano. Uscito nel 1979, regalava a Nino Manfredi, il protagonista, un ruolo pazzesco, fortemente drammatico e misuratissimo: un po’ Giustiziere della notte, in pieno periodo di Piombo per il nostro paese, con continue sparatorie e rapine, il film raccontava la triste vicenda di Vittorio Barletta, un ragioniere romano trapiantato nel Nord che prima si ritrova in mezzo ad una rapina in supermercato finita nel sangue, e poi, fatto amicizia con un giovane poliziotto, comincia a coltivare l’uso delle armi, rivelatosi in breve tempo esperto e eccezionale tiratore. Accade che durante una cena in pizzeria col suo amico poliziotto, questi riconosce fra i clienti un pericoloso ricercato, e la decisione di intervenire gli costerà la vita: Vittorio, terrorizzato, prende la sua pistola e uccide uno dei complici in fuga. Inizia per lui un calvario tragico, fra vendette sanguinose e un morboso – ma breve – attaccamento dei mass media sulla sua storia, fino all’arresto di eccessiva legittima difesa. La società è violenta ma ci vuole moderazione. Rimarrà solo con la moglie, sempre più preoccupata di questo giocattolo che si porta sempre appresso, questa pistola che porterà il film al tragico finale. 
Il tema del film è l’uso delle armi per difesa personale, è chiaro, ed è tristemente attuale. (Basti pensare quello che succede in America: un report del “Congressional Research Service” afferma che negli Usa circolerebbero 357 milioni di armi da fuoco contro una popolazione di soli 318,9 milioni di persone!). Montaldo sa bene miscelare momenti grotteschi con il dramma, anche perché la vicenda racconta la follia psicologica che ricorreva in quei anni – tutti hanno un’arma, allora la prendo anche io – e se la commedia all’italiana ha sempre raccontato questi temi con l’ironia, Il giocattolo all’epoca deve esser stato un pugno allo stomaco per gli spettatori. Ecco, “un amarissimo specchio della vita quotidiana”, facciamo copia incolla con una recensione de La Stampa per cavarmela con due righine.
Co-prodotto da Sergio Leone (che sembra aver girato la sequenza dei titoli di testa), vanta un cast tecnico di lusso: fotografia di Ennio Guarnieri, montaggio di Nino Baragli, Musiche (bellissime) di Ennio Morricone; lo scrivono Sergio Donati, Montaldo, lo stesso Nino Manfredi, pignolo scrittore ma attore straordinario: per prepararlo alla parte, il regista e il suo attore frequentarono per diverso tempo diversi poligoni, osservando essenzialmente i tiratori e la loro preparazione psicologica. Al cast si unirono Marlène Jobert, nel ruolo della moglie Ada, il compianto Vittorio Mezzogiorno come Sauro, il poliziotto amico di Vittorio, Arnoldo Foà nel ruolo di Nicola, il principale, e Pamela Villoresi, la figlia. Fra i ruoli secondari, si segnalano Mario Brega, Daniele Formica, Renato Scarpa e Carlo Bagno. 
Ricorda Sergio Donati (2003) che scrisse il soggetto dopo che rimase impressionato per la vicenda di Luciano Re Cecconi, il giocatore centrocampista della Lazio che morì nel 1977 per mano di un gioielliere che gli sparò in pieno petto credendolo un rapinatore quando invece cercava solamente di fare uno scherzo entrando nel suo negozio gridando “Mani in alto!” (l’assurda vicenda fu giustificata in parte perché il gioielliere, disinteressato al calcio, neanche sapeva chi fosse Re Cecconi). Come Manfredi nel film, il gioielliere venne arrestato per “eccesso colposo di legittima difesa” ma dopo 18 giorni fu rilasciato per “aver sparato per legittima difesa putativa” (ancora oggi persiste il mistero che il povero giocatore non proferì parola e venne ucciso senza un vero motivo). Donati si interessò alla vicenda e con grande naturalezza scrisse la storia sottolineando la nevrosi del personaggio che, sottopelle, è comunque un assassino. Per questo pensò a Giancarlo Giannini, che allora era attore feticcio di Lina Wertmüller e della soggezione psicologica dei personaggi che interpretava: fra un tira e molla, alla fine uno dei produttori arrivò con Manfredi e che velocemente diventò il protagonista della storia. Aveva, però, delle riserve sul finale originale, una cosa alla Leone, un finale da western: diventato matto per il successo, i soldi, l’amante, condannato ad avere una moglie malata terminale, decideva di ucciderla come atto di pietà, una eutanasia che sarebbe stata accolta fra gli applausi, almeno secondo il personaggio di Manfredi. Quindi entrava nella stanza di questa donna che però, conoscendolo, aveva già la pistola in mano e gli spara per primo. Ma convinto che il pubblico non l’avrebbe visto di buon occhio, Manfredi si oppose e si decise un finale dove lei lo ammazza per pietà, spostando la cosa come se lui fosse un bambino, “era un’esagerazione”, ricordava Donati. 
Manfredi all’epoca spiegò la natura del film: “Durante la lavorazione, avevamo sempre a disposizione delle armi, armi vere (per girare ho dovuto anche farmi dare il porto d’armi). Ogni volta che veniva a trovarci un amico, anche la persona più dolce di questo mondo, quando vedeva la pistola voleva impugnarla: e io, che lo osservavo, vedevo che si trasformava, si ergeva dal “giocattolo” gli veniva un senso di potenza. E’ un giocattolo che ha dentro la morte, che porta la morte. E’ affascinante. Il senso del film – che non è ambiguo, è pulito, non è come Un borghese piccolo piccolo di Sordi – è aperto: è il pubblico che deve giudicare il personaggio, decidere se è o non è un mostro. E’ chiaro comunque che è lui che sbaglia, che ha ragione la moglie a compiere alla fine come attore di eutanasia contro un uomo che non ha più speranza. La filosofia del film è in quella frase di Sauro che il ragioniere non raccoglie: quando gli dice che qualcuno muore non nel momento che gli spari, ma da quello in cui decidi di portare in tasca la pistola”.
La musica di Ennio Morricone, uscita su LP Cinevox (MDF 33.128) e ristampata nel 2008 dalla stessa etichetta su CD (16 brani), è assolutamente da recuperare. Trasuda tensione e magistrale commento alla distruzione psicologica di un uomo semplice, come titola un brano della colonna sonora.
Per gli amanti delle cifre e delle date: la registrazione al Pubblico Registro Cinematografico n. 6643 riporta come data di inizio lavorazione l’11 Settembre 1978. Il Nulla Osta viene rilasciato senza problemi il 10 febbraio 1979. E dalla sua uscita, ottiene un grande successo di pubblico nella stagione 1978/79: su 842 giorni di programmazione, il film raccoglie 468,226 spettatori nelle 16 città capozona (calcolando il prezzo del biglietto di allora, 2600 lire, il film incassò qualcosa come 1 miliardo e 212 milioni di lire).

mercoledì 20 gennaio 2016

Se permettete parliamo di Ettore Scola

È notizia di ieri la morte di un grande del cinema italiano: se n’è andato Ettore Scola, morto a 84 anni non compiuti.


I “Colonnelli” della commedia all’italiana hanno perso l’ultimo regista che, di fatto, ha portato in Paradiso la storia del cinema italiano e portato alla morte definitiva la commedia all’italiana. Morto Scola, si è chiuso un capitolo incredibile della nostra cultura. È stato uno dei pochi registi che è migliorato paurosamente di film in film, ha regalato al pubblico capolavori incredibili e poi è sceso lentamente verso la vecchiaia, senza trovare lo smalto e la cattiveria di un tempo ma prima di deporre le armi aveva alle spalle titoli come C’eravamo tanto amati (1974) o La terrazza (1980), La famiglia (1987). Rispetto ai suoi colleghi più anziani, Scola è giunto alla regia tardi, nel 1964, quando i Monicelli e i Risi erano già affermati e autori di Soliti ignoti e dei Mostri.

Eppure è stato lui ad aver girato il funerale della commedia all’italiana con l’episodio finale de I nuovi mostri (1977), dove la spalla del Comico morto, interpretato da Alberto Sordi, improvvisava con i suoi colleghi di compagnia uno sketch per la gioia dei visitatori al cimitero. Le risate a un funerale, visto in soggettiva della bara già immersa nella fossa, era un chiaro riferimento alla fine delle commedie amare e ciniche, niente riso amaro ma solo riso precotto, riscaldato, ormai i Vecchi vanno in pensione in vista delle nuove leve, figli della televisione e dei cabaret, come Massimo Troisi, Carlo Verdone, Benigni, Nichetti etc.

Scola, nato nel 1931 a Trevico (Avellino), iniziò giovanissimo e ancora studente come scrittore e disegnatore umoristico alla mitica rivista “Marc’Aurelio” – dove in redazione si trovavano, per dire, certi Steno o Federico Fellini – per poi diventare “negro” (il ragazzo sceneggiatore senza “firma” sui titoli) per Totò, per Sordi alla radio con Mario Pio alla fine degli anni Quaranta e poi, in coppia con Ruggero Maccari, nelle commedie dove Albertone esplose come attore comico (basta vedere la sua filmografia per rendersi conto che Scola & Maccari sono nei migliori film di quel periodo: da Un americano a Roma al Conte Max), nei primi film da brillante di Vittorio Gassman (Il mattatore), nei primi da protagonista di Nino Manfredi (Il carabiniere a cavallo), nei primi capolavori di Risi (Il sorpasso, La marcia su Roma, I mostri) con Gassman e Ugo Tognazzi, per poi esordire come regista in Se permettete parliamo di donne, 1964, film a episodi “TuttoGassman”.

Nel giro di tre anni Scola centra la sua piena maturità artistica: alla commedia italiana contribuisce con satira sociale e un certo slapstick, come in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968), protagonisti Sordi e Manfredi, poi infila un amaro ritratto poliziesco con Tognazzi e Il commissario Pepe (1969), svecchia la commedia folkloristica con spunti comici con un trio pauroso (Monica Vitti condivisa da Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini) in Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca (1970), torna con Sordi in un racconto kafkiano (anche se da Dürrenmatt) ne La più bella serata della mia vita (1972), fino alla definitiva consacrazione in C’eravamo tanto amati, il racconto di una “vita difficile” di tre amici ex partigiani che si condividono Stefania Sandrelli attraverso la storia del nostro paese (un cast da brividi: Gassman, Manfredi, Stefano Satta Flores, Aldo Fabrizi, Giovanna Ralli).

Il 1974 è l’anno della maturità, dove la commedia all’italiana diventa adulta, con tutti i difetti del caso e i rischi tragici di chi sopravvive per non morire: Brutti, sporchi e cattivi, capolavoro del 1976 con un insuperabile Manfredi, porta all’eccesso tutte le sgradevolezze degli affamati, per poi passare ai tempi del fascio con Una giornata particolare (1977), ultimo vero grande film di Sofia Loren in coppia con Mastroianni. La terrazza, dove ci sono un po’ tutti (manca giusto Sordi), può sembrare un gioco fra amici e colleghi, è invece una riflessione finale sulla commedia che Scola, ma anche Age e Scarpelli, coppia storica di sceneggiatori, e tutti gli attori del cast, hanno reso grande. Da quella terrazza hanno voce quelli che hanno migliorato e distrutto la cultura e il cinema italiano del dopoguerra, attraverso un gruppo di intellettuali di sinistra in crisi.
Il decennio del 1980 vedono uno Scola più nostalgico, come la fiammata alla commedia vecchio stile (Maccheroni, 1985, con la coppia inedita Mastroianni & Jack Lemmon), e il capolavoro La famiglia (1987), ottant’anni di storia di una famiglia che ha vissuto il cambiamento del nostro paese.

Quando negli ultimi anni aveva diramato il ritmo della sua produzione – colpa, a suo dire, di Berlusconi quando era capo del governo – riesce comunque a regalare almeno un paio di titoli degni del suo nome: Concorrenza sleale (2001), i continui contrasti fra due commercianti mentre il loro paese decreta la vergogna delle leggi razziali, nel 1938, e Che strano chiamarsi Federico (2013), documentario omaggio al suo amico conosciuto fra le vignette del Marc’Aurelio secoli fa.

La sua lezione può essere riassunta così nelle sue stesse parole: “Il cinema è un lavoro duro ma si può, ridendo e scherzando, mandare qualche messaggetto, qualche cartolina postale con le proprie osservazione sul mondo. Il cinema è come un faretto che illumina le cose della vita“.

Ha vinto a Cannes, a Venezia, per quattro volte è stato nominato all’Oscar e ha vinto ben 8 David di Donatello, compreso quello alla carriera ricevuto nel 2011.

lunedì 7 settembre 2015

Corto circuito

Non me ne vogliate male se faccio passare troppo tempo fra un post e l’altro, ma come vi avevo accennato tempo fa e come del resto è scritto nella descrizione del blog – inclusa la fanpage su facebook – io scrivo su altre testate e non sempre ho tempo di aggiornare il sito. Ma tranquilli, non me ne sono perso uno di avvenimento importante.
Intanto, ho ricordato vivi e morti e un film di prossima uscita, e il ritrovamento invece di un film a lungo perduto. E se non volete andare a cercarvi gli articoli, eccoli qua:

Il 14 luglio, ho scritto per Sagoma Comedy un articolo che ha avuto un certo successo in occasione dei 75 anni compiuti dal grande Renato Pozzetto. La vita l’è bela, ci ha insegnato il grande Renato, e per l’occasione ho voluto ripercorrere la sua lunga carriera, iniziata nei cabaret di Milano con l’amico d’infanzia Cochi, proseguita in coppia in televisione e poi al cinema, da solo, a partire dal 1974.
E' sempre mio desiderio lavorare ad un libro sul suo cinema - composto da oltre sessanta film, non pochi sono stati grandi successi al box office e a mia opinione ne ha girati davvero belli e divertenti. Raccolgo da sempre materiale su di lui e ho avuto la fortuna di conoscerlo anni fa, dietro le quinte di un suo spettacolo con Cochi a Roma. 2008, se ricordo bene. Per una serie di circostanze mi sono ritrovato a gestire la sua pagina di facebook ufficiale, ma come potete immaginare vorrei fare un lavoro che sia un omaggio ad un grande artista. Chissà, nel futuro…Io intanto ve l’ho detto!

Il 25 luglio ho invece omaggiato uno dei miei attori preferiti, Peter Sellers, con un lungo articolo intitolato “Irraggiungibile”, perché il comico inglese non ha avuto eguali né eredi. Unico, straordinario e anche ingestibile attore, Sellers ha lasciato una impronta fondamentale nella storia del cinema. A seguito di questo articolo, mi sono rivisto gran parte della saga della “Pantera Rosa”, e sono morto dal ridere. Funziona ancora bene e le sue scene con l’aiutante orientale Kato sono uno spasso, un culmine di distruzione.

Il 13 agosto, Sagoma mi ha chiesto un articolo sul nuovo film dei Ghostbusters, e li ho esauditi con un pezzo con il quale volevo far chiarezza su alcuni punti della storia della produzione di questo reboot, tanto chiacchierato quanto odiato già prima che uscisse anche un solo trailer. Che poi è ancora più facile riassumerlo così: dopo i due film negli anni Ottanta, regista e attori non sono più riusciti a far tornare gli amati acchiappafantasmi nelle sale con un terzo capitolo. Eppure le idee c’erano e sembrava quasi fatta, anche se Bill Murray aveva rifiutato di parteciparvi, quando poi improvvisamente muore Harold Ramis e lasciando Ivan Reitman e Dan Aykroyd – che sono, ricordiamolo, i principali responsabili del franchise assieme alla Sony – con un pugno di mosche. Il terzo film – che si sarebbe dovuto intitolare Ghostbusters – Alive Again – salta proprio quando l’ultima bozza era stata completata e un preventivo di budget approvato (161 milioni di dollari, se volete proprio saperlo). Visto che nel 2014 ricorreva l’importante anniversario dai 30 anni dal primo, la Sony non poteva cavalcare l’onda del rinnovo del franchise e così la butta sul riavvio totale, il famoso genere di reboot che non sempre c’azzecca nei risultati (un reboot che ha funzionato? Sherlock Holmes con Robert Downey Jr., nonostante i fan abbiamo gridato alla lesa maestà) e chiama Paul Feig e un cast al femminile. E quindi racconto cosa ci aspetterà nel 2016.

Il 3 settembre ho scritto un articolo sulla morte di Dean Jones, una star dei film live action della Disney. Formatosi nei teatri di Broadway, è esploso negli anni ’60 con le bizzarre storie della Disney, dal gatto spia per gli Stati Uniti al maggiolino tutto matto che ha un suo cuore. Come ha fatto a finire in un film di Boldi e De Sica è un mistero.

E infine, ultimo ma non ultimo, ho scritto una serie di articoli sull’importante ritrovamento di una vecchia comica di Stanlio e Ollio, The Battle of the Century (1927). Il film muto era arrivato ai giorni nostri incompleto, perché come molti film muti si era conservato male: una parte del secondo rullo (la famosa battaglia di torte in faccia) era stato salvato da un avanzato stato di decomposizione dal produttore Robert Youngson per usarlo nella compilation dedicata alle comiche The Golden Age of Comedy (1958), mentre una parte del primo rullo è stato ritrovato per puro caso negli archivi del Musem of Modern Art di New York da Leonard Maltin, nel lontano 1975. Unendo queste parti, per l’edizione home video è stata tentata la ricostruzione ottenendo così un film incompleto di 11 minuti.
Ora, nel giugno scorso, è stata scovata la seconda parte completa. Il caso ha dato i suoi frutti: parte del patrimonio di Youngson era stato acquistato da un collezionista che, una volta morto, l’ha recuperato un altro appassionato che ha così scoperto di avere il secondo rullo completo. Ben tre le proiezioni previste di questo film restaurato dalla Lobster Films, e l’ultima sarà proprio in Italia, a Pordenone, il prossimo 9 ottobre.
Qui trovate la storia del film e qui invece le news sulle anteprime.

lunedì 29 giugno 2015

Ted 2, recensione "fumata"



Tre anni dopo il primo episodio, ritornano i rimbombamici, l’orsacchiotto di peluche che ha preso miracolosamente vita di nome Ted e il suo miglior amico John, stavolta con un nodo difficile da sciogliere: un anno dopo il suo matrimonio con Lori, la cafonissima ma bella cassiera che avevamo visto nel primo film, Ted si ritrova con una crisi coniugale che decide di sistemare con un figlio da crescere. Lori però non può fare l’inseminazione artificiale – le droghe hanno ridotto così male le sue ovaie da far vomitare il loro medico – e lo Stato non vuole far adottare loro un bimbo. Motivo? Ted socialmente non ha mai fatto niente di utile, e poi, dettaglio non da poco, non è riconosciuto come essere vivente ma solo come “un bene”. Quindi viene annullato il matrimonio, perde il posto e viene emarginato dalla società. Ted e il suo amico decidono di portare lo Stato del Michigan in tribunale. La loro lotta sarà la base di questo film. 
Dopo il mega flop di “Un milione di modi per morire nel West” (2014), Seth MacFarlane riprende la sua seconda creatura più amata – dopo Peter Griffin – e costruisce un film comico che ha molti alti e bassi ma, fortunatamente, più alti da registrare. Non credo di sbagliare se definisco “Ted 2” meglio del primo, e per vari motivi: più risate, meno cadute di ritmo, qualche volgarità gratuita, ma molte più citazioni e quasi tutte azzeccate. Classe 1973, MacFarlane è cresciuto con il cinema adolescenziale di John Hughes, Star Wars, Ghostbusters, I Goonies, insomma il top degli anni ’80 e si concede almeno due momenti memorabili: l’apparizione del campo di marijuana con la colonna sonora di “Jurassic Park” e la scena di John Candy che guida mentre mima la canzone “Mess Around” di Ray Charles, direttamente da “Un biglietto in due” (1987); la cosa sorprendente è che questo film ha diversi momenti che citano direttamente i Griffin con notevole divertimento: il drogato che colpisce con un pugno un tipo e vola dalla finestra, gli italiani che strillano dalle finestre, i classici flashback. E’ umorismo da cazzoni, che ridono con le canne, il porno e scatolette di sperma, le foto su facebook con hashtag idioti, i classici nerd che si incontrano al “Comicon”, eppure Ted 2 ha qualcosa da regalare allo spettatore più colto e non solo, come i titoli di testa che sono un bellissimo omaggio ai musical; dietro le risate, c’è qualcosa di molto più profondo. Ted lotta per essere riconosciuto essere vivente ma anche per superare le difficoltà nell’essere “diversi” in un paese senz’anima come gli USA, e vedere questo film all’alba della decisione di rendere legali i matrimoni fra gay fa un certo effetto. MacFarlane sembra un autore mai cresciuto che ha una certa nostalgia per le commedie di una volta – non andate troppo indietro, come vi ho detto dovete concentrarvi agli anni ’70 e ’80 – ma che non sa rinunciare ai vaffanculo facili per ottenere una risata. Ha comunque la cattiveria e una certa inventiva dei Monty Python. Gli manca a volte il genio, per questo il paragone di alcuni critici nostrani con Mel Brooks è davvero stonato.
Chi va di fretta può leggere direttamente qui: Ted vuole essere riconosciuto come umano, gli serve un avvocato di colore e invece ha un avvocato donna, giovane e fumata. Mark Wahlberg stavolta è spalla, ma si presta senza freni. Applausi per la voce italiana di Ted che stavolta non fa proprio rimpiangere l’originale, il grande Mino Caprio. Umorismo pesante che si scontra con momenti di classe.
Abbiamo ora un altro film da vedere con gli amici andando sul sicuro, grazie Seth.

(Posto due trailer, noterete delle differenze che probabilmente finiranno nella edizione home video fra le scene eliminate).


sabato 13 giugno 2015

C'è sempre tempo per Bill Murray

Pochi giorni fa abbiamo festeggiato il 31esimo anniversario di Ghostbusters al Vigamus, il Museo del Videogioco di Roma, e ho avuto il compito di raccontare la storia del film con una premessa che sembra aver interessato il pubblico presente: la formazione artistica di quei tre matti come cavalli che, uniti dal più matto di tutti, hanno avuto più punti di contatto e hanno lavorato a più riprese assieme, fino ad arrivare all'idea di fare un film assieme visto che il più matto non c'era più. E mi riferisco a Harold Ramis, Dan Aykroyd e Bill Murray, più il matto totale, John Belushi: prima nei palcoscenici di Second City, poi davanti le telecamere di Saturday Night Live e infine davanti le cineprese di Animal House (scritto da Ramis, prodotto da Reitman, interpretato da John), Polpette (scritto da Ramis, diretto da Reitman, con Bill), Palla da golf (scritto e diretto da Ramis, con Bill), Stripes (scritto da Ramis, diretto da Reitman, interpretato da Ramis e Murray) e Blues Brothers (scritto da Dan, interpretato da lui e Belushi). Visto che due su quattro non ci sono più, uno non è decisamente più sulla cresta dell'onda, giusto Bill Murray continua a piacere e girare film da protagonista. Diventato negli anni una presenza fissa di Wes Anderson, il grande comico americano è tornato con il sottovalutato St. Vincent e tornerà, il prossimo 23 ottobre nelle sale americane, con un film all’apparenza bizzarro intitolato Rock the Kasbah, diretto da Barry Levinson e scritto da Mitch Glazer. Ricordo alle memorie sbiadite che Mr. Levinson è premio Oscar per Rain Man - L'uomo della pioggia (1989), ha diretto Robin Williams in Good Morning, Vietnam (1987), Danny De Vito in Tin Men - 2 imbroglioni con signora (1987), Sleepers (1996), Robert De Niro e Dustin Hoffman in Sesso & potere (1997), ha collaborato alla scrittura di due film di Mel Brooks e faceva parte dello staff di scrittori del The Marty Feldman Comedy Machine (1971). E invece, per le memorie scolorite, Mitch Glazer era uno dei migliori amici di John Belushi, nato come giornalista collaborò al copione di S.O.S. Fantasmi (1988), e come produttore associato di Lost in Translation (2003), entrambi con Murray. Abbiamo qui tre combinazioni di esperti della commedia, insomma. Il film racconta la storia del manager musicale Richie Vance (Bill Murray) che, abbandonato dalla sua ultima cliente (Zooey Deschanel) durante un tour in Afghanistan, si ritrova solo a vagare per il paese e scoprirà una voce inaspettata. Uscirà nelle sale americane il 23 ottobre e nel cast, oltre a Bill Murray e Zooey Deschanel, troviamo: Kate Hudson, Danny McBride, Scott Caan, e Bruce Willis.
Qui sotto il trailer e lo splendido poster.
E poi andremo tutti a vederlo, perché c’è sempre tempo per Bill Murray, una delle persone più divertenti al mondo che, attenzione, potrebbe imbucarsi un giorno nella vostra festa.


venerdì 8 maggio 2015

UNA RETROSPETTIVA SU STANLIO E OLLIO A ROMA

Da Sagoma Magazine il 5 maggio.

La coppia più comica del mondo, Stanlio e Ollio, torna al cinema in occasione di una rassegna a loro dedicata e che si svolgerà a Roma. Siete pronti ad un weekend di sane risate?



Nel cinquantesimo della morte di Stan Laurel la Cineteca Nazionale, in collaborazione con la sezione italiana “Noi siamo le Colonne” Oasi #165 dell’Associazione Internazionale “Figli del Deserto”, l’AAMOD – Scuola di cinema Cesare Zavattini e l’Irtem – Istituto di ricerca per il teatro musicale, rende omaggio a Laurel e Hardy con una prospettiva di materiale raro ed anche inedito presso il cinema TREVI di Roma sabato 9 e domenica 10 Maggio!
Questa rassegna vuole raccontare in che modo i due comici e i loro film sono stati conosciuti e diffusi in Italia. Innumerevoli sono i film di montaggio di cortometraggi e spezzoni “confezionati” nel nostro paese che, pur artefatti dalle svariate manomissioni di fantasiosi distributori, costituirono una delle ragioni del loro duraturo successo nel nostro Paese. Fondamentale per la popolarità dell’opera di Laurel e Hardy in Italia è stato il loro particolare modo di parlare reso inconfondibile dalla maestria dei doppiatori che negli anni si sono succeduti – impossibile non ricordare la “coppia” di voci formata da Mauro Zambuto e Alberto Sordi, o il contributo dato da Carlo Croccolo in coppia prima con Fiorenzo Fiorentini e poi Franco Latini, fino all’ultima coppia ufficiale, composta da Enzo Garinei e Giorgio Ariani. E’ su questa prospettiva che è stata organizzata questa imperdibile rassegna per la quale sono stati raccolti materiali davvero rari – alcuni unici – e che vengono presentati nel programma seguente:

SABATO 9 MAGGIO
Ore 17,00 – Incontro con i Figli del Deserto moderato da Enzo Pio Pignatiello e Sergio Bruno. A seguire:

S.O.S. Stanlio e Ollio (The Further Perils of Laurel & Hardy, 1967). Antologia di Robert Youngson. Edizione italiana con il commento di Pino Locchi.

a seguire

Dieci minuti con il doppiatore (1948) di Gaetano Amata – in 35 mm.

Ore 19.00 – Le due mogli di Ollio (1950) – film di montaggio italiano con i cortometraggi Hog Wild (1930) e Thicker Than Water (1935) con doppiaggio di Alberto Sordi e Mauro Zambuto.

A seguire:
Le avventure di Stanlio e Ollio (1958) film di montaggio italiano con i cortometraggi Below Zero (1930), Another Fine Mess (1930) e The Chimp (1932) con doppiaggio di Alberto Sordi e Mauro Zambuto. Introduce il trailer originale.

DOMENICA 10 MAGGIO

Ore 16.30 – trailer di Ollio sposo mattacchione e Atollo K

a seguire:

Piano…forte! (1947)  film di montaggio italiano con i cortometraggi The Music Box e Scram! del 1932 con doppiaggio di Alberto Sordi e Mauro Zambuto.

A seguire:
Allegri gemelli (Our Relations – 1936) prodotto da Stan Laurel, regia di Harry Lachman – edizione italiana del 1949 con doppiaggio di Carlo Croccolo e Fiorenzo Fiorentini.

In chiusura:
trailer de La bomba comica e Stanlio ed Ollio alla riscossa
Come avete ben capito, saranno proiettati davvero pezzi “forti” per questa occasione che non dovete assolutamente perdere – vi aspettiamo quindi nei pomeriggi di sabato 9 e domenica 10 maggio al cinema Trevi di Roma – che, di fatto, si trova di fronte la Fontana di Trevi! – per omaggiare Stanlio e Ollio a 50 anni dalla dipartita di Stan e dai 125 anni della sua nascita.
Ah, importante, l’INGRESSO è LIBERO e GRATUITO per TUTTI!