lunedì 7 gennaio 2019

Le tre vite di "Giorno di festa"


Non ho mai avuto dubbi di avere Jacques Tati nel mio cuore di appassionato di cinema, non smetto mai di guardare i suoi film e di ritenerlo uno dei più grandi autori, attori (e teorici) della commedia francese. Non ne ho mai parlato molto in questo blog, e forse l’occasione oggi è quella di condividere una curiosità riguardo il suo primo lungometraggio, Jour de fête (Giorno di festa, 1949), e esattamente sulla domanda che molti appassionati si sono fatti: quante versioni esistono di questo film? La risposta l’ho trovata recentemente, grazie al restauro del 2012 che L’immagine ritrovata della Cineteca di Bologna ha svolto su due negativi originali della prima versione del ’49. Prima di allora, infatti, il film circolava in una nuova edizione che lo stesso Tati aveva curato nel 1964 che molto timidamente cercava di inserire qualche elemento colorato in un film girato in bianco e nero, modificando in parte alcune scene, aggiungendone altre, e soprattutto rinforzò la parte sonora con un nuovo doppiaggio e sincronizzando nuovi effetti e musiche. Come mai questi cambiamenti? Tati era un perfezionista, e dopo il successo internazionale con i suoi film successivi, Le vacanze di Monsieur Hulot (1953) e Mio zio (1958), rivide il suo primo film con occhio critico e decise di modificarlo per dargli maggior ritmo e enfasi all’elemento comico che era fondamentale per alcune sequenze: il sonoro. Tuttavia il cruccio maggiore del regista francese fu il colore.

Facciamo un passo indietro: il film venne girato fra maggio e novembre del 1947 con l’intenzione di renderlo a colori con il nuovo sistema Thomsoncolor, e furono usate due cineprese, una per la pellicola a colori e un’altra di riserva in bianco e nero. Alla fine l’espediente salvò il film, perché le difficoltà tecniche sopraggiunte resero impossibile la stampa a colori, e si usò la versione di riserva per montarlo. Uscì in Francia nel maggio del 1949 ed ebbe un successo clamoroso, con ben 6,8 milioni di spettatori e la esclusiva proiezione alla Mostra Cinematografica Di Venezia il 25 agosto. Dopo la riedizione del ’64 furono necessari diversi decenni prima che la figlia di Tati, Sophie, recuperasse i negativi girati a colori e cominciasse una lunga e faticosa ricostruzione del film per poterlo proiettare esattamente come voleva suo padre. Questo è accaduto nel 1995, anno del centenario del cinema, ottenendo un discreto successo e una nuova vita per il lavoro di Jacques Tati.
Quante sono insomma queste versioni? Ufficialmente sono tre versioni e mezzo, vale a dire tre lungometraggi e un cortometraggio. L’idea di un Giorno di festa veniva infatti come desiderio di gonfiare il corto L’École des facteurs, girato nel 1946 da Tati e che anticipava il personaggio di François il postino e che alcune scene furono usate o rigirate dallo stesso Tati per il lungometraggio successivo.
A sinistra L'ecole des facteurs, e a destra Un giorno di festa.
Poi c’è la prima versione del 1949, che dura 1 ora e 23 minuti, praticamente dimenticata da decenni fino al restauro del 2012. Questa edizione è stata pubblicata in Blu-Ray dalla Criterion Collection in America nel 2014 – uno splendido restauro in 4k – in un cofanetto intitolato The Complete Jacques Tati, poi uscito in Gran Bretagna (con meno extra ma con i medesimi restauri) per Studio Canal nello stesso anno con il titolo Tati Collection. Nel 2016 la Viggo ha distribuito questi restauri anche in Italia prima al cinema con i sottotitoli, e poi recentemente – nel dicembre 2018 – anche in home video. Il cofanetto è però in Dvd e gli extra sono ridotti, seppur validissimi. Come extra, è presente la prima edizione italiana del 1950 che in un certo senso si differenziava dalla edizione originale francese perché qui e là c’erano dei tagli che hanno compromesso la sincronizzazione del doppiaggio: la RHV ha così distribuito questa copia eseguendo gli stessi tagli. Ma addio alla edizione italiana con i cartelli nostrani.
Il primo doppiaggio François portava la voce del grande caratterista Carlo Romano, e uscì nell’aprile del 1950 dopo il successo a Venezia. La recensione de La stampa del 30 aprile salutava il film con un plauso al ritorno alla comicità “corposa” del passato, ma lo scambia per una farsa paesana, tuttavia, “Tati è divertente: «Giorno di festa» non è perfetto, ma è gradevole e sano, come il pane fatto in casa, nella madia della nonna”.
Questa edizione dura esattamente 1h e 17 minuti.
L’edizione del 1964 dura 1h e 16 minuti, e oltre alle caratteristiche citate, Tati inserì anche un nuovo personaggio le cui scene furono girate proprio nello stesso paese di Sainte-Sévère-sur-Indre quasi venti anni dopo Un giorno di festa: ma questo pittore che si aggira nella piazza festosa ha un paio di jeans anacronistici, e solo il fatto di colorare alcuni suoi disegni giustifica la sua presenza. Non solo, alcuni oggetti furono colorati apposta, come si può vedere qui.




Purtroppo, questa edizione uscirà in Italia solo nel 1977 e completamente decolorizzata, e anzi virata in seppia, depotenziando tutte le modifiche di Tati al “bianco e nero”. Stavolta, viene fatto un nuovo doppiaggio e si riconoscono alcune voci come quella di Franco Latini, nome noto nei cartoni animati, mentre Tati è doppiato (probabilmente) da Oreste Lionello.
La nuova uscita in Italia non ha molta diffusione, ma Maurizio Porro sul Corriere della Sera lo recensisce volentieri il 30 novembre 1977: “Profeta del non-sense («il riso nasce sempre da una verità che si prolunga nell'assurdo» dice Tati) sa di vincere spalancando il suo sorriso sulla terrazza della vita è con questa semplicità, o forse con questi limiti, se volete, che dovete oggi salire sulla bicicletta del postino di Giorno di festa e farvi spruzzare dalla sua gran doccia d'entusiasmo”.
Si arriva così all’ultima versione, quella a colori del 1995, che dura 1h e 15 minuti. Chi scrive lo vide al cinema e rimasi deluso dalla colorizzazione un po' primitiva, ma adorai il film. Come versione, aveva maggior ritmo e il sonoro più potente, ma quello che stupì fu la differenza di inquadrature e l’assenza di diverse scene – del resto dura otto minuti in meno rispetto alla prima edizione del ’49 – come è qui dimostrato nella famosa gag del campanaro che schizza via in alto con la corda della campana. Nella versione del ’49 l’inquadratura è praticamente un’altra, mentre in questa del ’95 (che riprende quello della edizione del ’64) si nota chiaramente che fu rigirata con un altro attore.

1949

1964-1995.
Altra sequenza dove sono visibili le differenze fra un ciak e l'altro è in questa scena dove il postino osserva i monelli che gli hanno messo una lettera falsa nella buca delle lettere, dove è evidente il taglio alla sinistra del quadro nella copia a colori.



Fra le altre differenze, ci sono i titoli di testa, completamente rifatti. Questi sotto riportati sono rispettivamente quelli del 1964 e la prima edizione del '49.


Anche se la copia a colori ha riportato alla luce il film nelle intenzioni originali del maestro, non ho mai nascosto il mio disappunto del taglio di alcuni dettagli e lo scarso risultato (dovuto per la scarsità all'epoca delle tecniche giuste per questo tipo di operazione), come ad esempio si nota in questa scena notturna: la colorizzazione sembra più una semplice virata al blu notturno.



flano del 1995
Nota positiva a questo cofanetto, il documentario A’ l’américaine di Stéphane Goudet, ricco di materiali d’archivio e incentrato sulla storia del film e il restauro. Molto interessante soprattutto quando la figlia Sophia racconta che durante le riprese di Playtime (1967) lei era stagista sul set, e il padre le fece vedere che conservava le bobine dei suoi film in una cantina di una delle loro case, e che aveva intenzione di distruggere quelle più preziose: i negativi a colori di Giorno di festa. Nel 1987, con l’aiuto del regista e operatore François Ede, iniziò il processo di colorizzazione di questo piccolo gioiello della comicità che Tati ci ha regalato.

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