venerdì 26 agosto 2022

Ma i comici devono essere brave persone?

Da quando la
mia passione per la comicità è diventato un lavoro freelance come scrittore, mi sono spesso posto il quesito se nel raccontare la vita di un attore bisogna scindere il lavoro dalla vita privata. La risposta è duplice ma legata ad una mia etica professionale: quando ho raccontato la vita di Peter Sellers, il focus principale che mi sono imposto è stato quello di un resoconto del suo contributo alla comicità inglese e ai ruoli più significativi della sua carriera, ma nel suo caso era impossibile nascondere la sua personalità difficile, soprattutto quando cominciò a dare problemi sul set fino a rovinarsi la carriera. Ma Sellers, bontà sua, era un caso raro nel mondo dei cosiddetti “comedians”, perché non tutti avevano un lato oscuro o erano difficili da trattare. La domanda che spesso ci si pone è la seguente, com’erano dal vivo questi signori?, quando quella che mi pongo oggi è un’altra, ma devono per forza essere anche brave persone? Se esserlo è un modo per mantenere una figura familiare, piacevole da incontrare, in modo da non farsi odiare dal pubblico, è una mossa giusta per un attore, quanti aneddoti avete sentito di quell’attore che ha rifiutato un autografo, una foto, e trattato male un fan? Oggi poi il pubblico è spietato: è successo di recente che una cantante italiana è stata crocifissa sui social perché ha rifiutato di firmare due autografi ad un concerto, nonostante avesse contestualizzato il suo gesto; Carlo Verdone, uno che a forza di concedersi ai fan ha dichiarato di avere poca vita privata, non schiva gli insulti se questo non succede; ed è ridicolo come il pubblico italiano ammiri di più gli artisti stranieri per la loro disponibilità, perché dimenticano che tutti nel mondo dello spettacolo sono umani, e anche loro con le giornate storte possono anche aggredirti se risulti invadente (come è successo a Tom Hanks, sant’uomo). Gli attori non sono schiavi del pubblico, possono rendersi disponibili perché a loro fa sempre piacere il riconoscimento – e l’ho imparato bene da uno che è sempre cortese e disponibile, come Leo Gullotta - , ma credo che la convinzione che gli attori, e special modo quelli più amati per la loro simpatia come i comici, debbano essere brave persone, è sbagliata. E’ sempre bello incontrare il proprio mito, ma il rischio di scottarsi è altissimo. A volte sarebbe meglio evitarlo. Per esempio, Renato Pozzetto è una persona poco amabile: non c’è commento benevolo su un incontro informale con lui. Eppure rimane uno dei comici che preferisco, tanto da avergli dedicato un libro con Sandro Paté. Su Nino Manfredi, soggetto del mio terzo libro, me ne hanno dette di tutti i colori, dall’avarizia alla cattiveria in età avanzata, ma in questo caso non li ho ritenuti argomenti preziosi per raccontare la sua carriera. La gente poi si convince da chissà quali pettegolezzi, duri a morire, come il povero Alberto Sordi, marchiato avaro a vita, che invece faceva beneficenza di nascosto. Ma attenzione, un conto il gossip, un conto l’aneddoto che potrebbe farti capire com’erano alcuni personaggi, e qui entro nell’argomento principale, fantasticando su chi avrei puntato assolutamente per un incontro, una breve chiacchiera. 

Tralasciamo i Nostri, voliamo in America nel secolo scorso. Fra i comici americani, molte testimonianze garantiscono che Buster Keaton fosse timido, taciturno, non che sottolineassero una sua maleducazione, perché altrettante sono le storie di cortesi incontri, spesso con lo scioccante dettaglio che Keaton, il comico sempre serio, nella vita privata fosse tutto sorrisi e grandi risate; certo non erano comici che trovavi in giro a passeggiare, anche perché alcuni come Charlie Chaplin erano irraggiungibili, rinchiusi negli studi a lavorare o dietro il cancello delle loro ville, ma proprio Chaplin viene raccontato più amabile con i fan che con la sua troupe. Non era poi uno che scriveva lettere, come invece faceva quello che era probabilmente il più disponibile, e cioè Stan Laurel: ma Stan andava oltre, negli anni della pensione era raggiungibile sulle pagine gialle e la domenica potevi prenotare una visita nel suo appartamento a Santa Monica. Se Stan rispondeva alla corrispondenza, il compagno Oliver Hardy era più pigro, tanto da usare un timbro con la sua firma piuttosto che farla di suo pugno, ma gli aneddoti sul suo carattere da gentiluomo abbondano. A quanto pare entrambi non si risparmiavano con i fan, né erano di frequente cattivo umore con la troupe. 

Il problema è che il pubblico non vuole essere tradito; quindi, quando uscirono storie di profonda cattiveria riguardanti Bob Hope o Jerry Lewis, la delusione fu cocente. Hope, poi, era l’uomo delle battute negli eventi importanti di beneficenza, e leggere che gettava i salari dei suoi battutisti dalle scalinate del suo ufficio, giusto per la gioia di vederli in terra a raccoglierli, fa abbastanza male. Jerry deve aver avuto una personalità complessa, egocentrica: personalmente non mi ha mai interessato la cosa perché l’ho sempre amato, ma alcune storie di profonda cattiveria nei confronti della troupe o dei fan (o anche della sua ultima moglie) non possono essere ignorate. Con l’età, Lewis si è poi addolcito tanto da essere severo con se stesso quando scrisse un libro sul suo rapporto con Dean Martin, ma l’ultimo capitolo della sua vita fu così perfido da aver inorridito tutti, con l’esclusione dal suo ricco testamento la maggior parte della sua numerosa prole. Ed è quindi un bene non sapere certe cose, perché alcune storie non brillanti hanno interessato comici all’apparenza buoni, da Danny Kaye a Lou Costello, e altre invece di carineria e disponibilità di comici noti per essere cinici, come W.C. Fields e Groucho Marx, anche se su Groucho ho dei dubbi: la sua lingua era lunga abbastanza da aver ferito parecchie persone che hanno documentato la cosa. Alcuni invece erano l’opposto del suo personaggio – il grande equivoco del pubblico! – come Jacques Tati, non esattamente il buon Hulot dello schermo, o Fernandel, simpatico sì ma facilmente collerico, e altri che sembra rispecchiassero quella bontà, come Benny Hill o il francese Louis De Funés. 

Io personalmente ho conosciuto diversi comici, alcuni anche bene, e credo di essere stato fortunato ad aver raccolto personalmente momenti simpatici e piacevoli: ed è vero, l’animo del clown a volte riflette su una persona buia e spesso serissima. Una delle storie che preferisco è quella di Walter Matthau con Charlie Chaplin: lui e sua moglie erano molto amici di Chaplin ai tempi dell'esilio in Svizzera: e se le loro mogli si fossero ritirate per parlare, Matthau avrebbe alzato gli occhi al cielo perché era costretto alla compagnia tragica e noiosa del vecchio Charlot. Parlare con alcuni comici giunti al capolinea non è un bello spettacolo, ma potrebbe rivelarsi interessante. Del resto, anche Maurizio Nichetti mi disse che quando incontrò a Parigi il vecchio Jacques Tati, in occasione di una proiezione del suo primo film, lo trovò acido, burbero e pessimista, ma poi si ricrederà quando venne invitato a casa sua per parlare del suo film e persino parlare di una collaborazione. 

Siamo poi sicuri di voler solo un autografo o una foto ricordo? Alcuni attori li ritengono gesti inutili, ecco perché Jim Carrey preferisce fermarsi a fare due chiacchiere. Il selfie blocca la vita, dirsi "ciao come va?" mantiene un certo rapporto umano. Vogliamo mettere?
Mi vengono in mente due personaggi che sono state vittime del loro stesso personaggio, pur senza fargliene una colpa. Ma John Belushi aveva ammiratori che gli giravano attorno offrendogli cocaina o, peggio come è stato raccontato, lo aggrediscono infilandogli un panino in bocca (sì è ironico, ho scritto che è peggio un panino in bocca che la cocaina, ma credo abbiate capito cosa intendo). O Robin Williams, che per natura era sempre divertente e andava in depressione quando non gli riusciva esserlo.


Personalmente io preferisco capire com’erano sul lavoro, il metodo e il rapporto con la produzione, un dettaglio più importante che pochi riescono a carpire: certo, è interessante sapere che Totò ci teneva ai salamelecchi e dovevi chiamarlo “Principe”, ma lo è molto di più capire come interveniva sulla scena (e potrebbero avere un atteggiamento totalmente diverso, non credete?); Paolo Villaggio, prepotente e pigro, è forse quello che meno avrei voluto incontrare, e così è stato. Peter Sellers forse mi avrebbe ingannato: gentile con i fan, sul set era meglio stargli lontano e a casa non era per nulla tenero, ma ai giornalisti si concedeva con gusto. Una volta ho incontrato Ben Stiller a Roma mentre stava preparando “Zoolander 2”: un incontro informale, in una libreria, e si concesse volentieri ad una foto e due chiacchiere che gli feci su “Tropic Thunder”. Vidi anche Tom Hanks, disponibilissimo, a Londra. Eppure fidatevi, non dobbiamo farli sentire brave persone, perché come tutti noi potrebbero non esserlo. La risposta alla domanda è questa, concludendo che fra tutti questi avrei scelto ovviamente Stan Laurel. Ma se l’avessi trovato con la luna storta, non avrei mai cambiato opinione su di lui, perché alla fine quello che importa è quello che vedi sullo schermo.

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