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mercoledì 12 agosto 2026

La. battaglia del secolo

Questa sera alle 20:45, su Rai Movie, non andrà in onda una semplice comica muta del 1927 con Stanlio e Ollio, né una delle tante comiche interpretate dalla coppia: sarà una delle loro pellicole più travagliate dal punto di vista della conservazione.

Recuperata parzialmente da Robert Youngson per la compilation dedicata alle comiche The Golden Age of Comedy (1957), La battaglia del secolo venne poi ricostruito in una copia di circa 11 minuti grazie al ritrovamento, negli anni ’70, del primo rullo. Solo nel 2015 è stato possibile recuperarne (quasi) integralmente il contenuto, in una versione che sarebbe stata poi pubblicata in Blu-ray negli Stati Uniti nel 2020.

Questa sera la Rai manderà in prima TV proprio questa versione, già trasmessa anni fa da Arté, restituendo così il film a una qualità che permette di apprezzarne nuovamente la bellezza originale, a quasi un secolo dalla sua realizzazione.

Per rendersi conto della differenza, basta osservare il confronto: accanto alla copia Rai del 1985, la versione restaurata sembra quasi appartenere a un film completamente diverso.

E di questo ringrazio l'amico Alberto Farina per la tenacia e l'impegno, e Benedetto Gemma per la molestia

giovedì 7 settembre 2023

Quando Stanlio e Ollio non andarono a Venezia

Verso la conclusione dell'80ª edizione della Mostra Cinematografica di Venezia, ho pensato di rispolverare dagli archivi una vecchia storiella che avevo letto molti anni fa in un numero di Cinema Illustrazione, una delle riviste più interessanti dedicate al cinema e al divismo — soprattutto quello americano — che all’epoca faceva volare la fantasia dei lettori verso il mito di Hollywood.

Oltre al notiziario, alle gallerie fotografiche dei grandi film in uscita e alle recensioni, la rivista ospitò per un periodo di quattro anni una rubrica di racconti intitolata Cronache di Hollywood, firmata da Jules Parme, pseudonimo dietro cui si celava il giovane Cesare Zavattini. La sua già fertilissima fantasia dava vita a corrispondenze immaginarie, spesso scambiate per vere. Fu proprio il mio caso quando, sfogliando un numero in biblioteca, trovai una cronaca dedicata a Stan Laurel e Oliver Hardy a Venezia, nell’agosto del 1932.

Il cronista Parme, alias Zavattini, aveva in realtà preso spunto da un viaggio compiuto dalla celebre coppia comica fra luglio e agosto di quell’anno. Un viaggio che ebbe così tanto successo da trasformare quella che doveva essere una semplice vacanza in un vero e proprio tour promozionale. Il loro successo oltreoceano era notevole, ma all’epoca Stan e Oliver — a parte qualche serata di beneficenza negli Stati Uniti — non erano affatto consapevoli della fama che avevano raggiunto nel resto del mondo. Fu proprio in quell’occasione che toccarono con mano la dimensione del loro mito: un autentico trionfo divistico.

Le cineprese immortalarono folle in delirio nelle stazioni di Waterloo, Londra, Edimburgo, fino al passaggio a Parigi, fra il 10 e il 15 agosto. La MGM organizzò persino una registrazione discografica di ringraziamento, incisa il 18 agosto presso i Columbia Recording Studios.

In Italia Stan e Oliver erano conosciuti, ma senza clamore. Aveva riscosso un certo successo il film Pardon Us, arrivato nel 1931 in una versione “fonetica” girata da loro stessi in lingua italiana e intitolata Muraglie. Tuttavia, il celebre doppiaggio "buffo" che avrebbe esaltato le loro storpiature linguistiche non era ancora stato inventato. Non venivano neppure chiamati Stanlio e Ollio, ma piuttosto “Crick e Crock”.

Un loro passaggio a Venezia avrebbe certamente suscitato interesse, ma la Mostra Cinematografica era ancora alla sua primissima edizione, e l’attenzione era rivolta soprattutto al cinema internazionale di maggiore prestigio. I divi della commedia e i loro film non furono presi in considerazione (basti ricordare che gli Stati Uniti furono rappresentati da titoli come L’uomo che ho ucciso di Ernst Lubitsch, Il dottor Jekyll di Rouben Mamoulian, Proibito di Frank Capra, Frankenstein, Grand Hotel e altri).Eppure, Cinema Illustrazione fece di tutto per far credere il contrario. Nel n. 34 fu pubblicata una loro foto scattata a Parigi, spacciandola per un’immagine veneziana. Nel n. 35, datato 31 agosto 1932, Parme/Zavattini firmò un pezzo breve — piuttosto di grana grossa, a dire il vero — che raccontava un loro presunto passaggio a Venezia. Un testo lontano dall’umorismo tipico della coppia, e che oggi si fatica a leggere senza un sorriso d’imbarazzo.

 

Anche Stan Laurel e Oliver Hardy hanno già radiotelegrafato i primi appunti sulla loro sosta europea. 

«Dicono che l'Europa sia travagliata dalla crisi. Infatti, in molte vetrine di librai non abbiamo visto che libri su questo argomento. Ma nella realtà., ci è sembrato che dappertutto regnasse il buon umore. In Italia la folla ci circondava e intorno a noi era sempre una cinematografia di volti sorridenti, Ma ora vi vogliamo raccontare una piccola avventura toccatavi a Venezia, dove andammo per assistere al Festival Cinematografico. La cameriera di un albergo, una viennese, aveva colpito il cuore di entrambi. La piccola Circe civettava con l'uno e con l'altro sicché non sapevano chi fosse prescelto. 'Una sera, io, Oliver Hardy, riuscii a parlarle per le scale... Alla sera ricevetti un suo biglietto: «Vi aspetto questa notte alle due, camera numero 130». Ero pazzo di gioia. Vi assicuro che di una cameriera così si potrebbe fare una vamp. Ma come potevo fare a liberarmi di Stan Laurel, che dormiva nella mia camera? Ebbi un pensiero. Infatti alle due in punto cominciai a lagnarmi forte che mi doleva la testa, il ventre, o che so io. Stan Laurel si alzò e disse: «Vado giù io a chiamare il medico, calmati», «No, Laurel del mio cuore, prendi questa ricetta e va nella più vicina farmacia a prendere il calmante che v’è segnato. Vacci tu poiché non vorrei che, andandoci un altro tardasse troppo. E io non ne posso più...». 

Diedi un foglietto di carta, che avevo preparato prima, a Laurel e questo andò via di corsa. Allora mi vestii, pian piano e con il cuore in festa mi avviai verso il numero 130. Mi aspettava la più amara delusione. Chiuso a chiave! Passeggiai a lungo nel corridoio, tornai a bussare. Niente. Dopo mezz’ora mi parve di sentire nell'interno della camera uno scricchiolio... Il mio cuore diede un balzo. E ridevo dentro di me pensando a Laurel che doveva esser rimasto di sasso nel non trovarmi in camera...». 

A un tratto la porta si dischiuse e apparve... Apparve Stan Laurel, con una faccia da schiaffi che non immaginate. Seppi la spiegazione dell'enigma il giorno dopo, quando ci rappacificammo. Io gli avevo, consegnato, per sbaglio, anziché la ricetta, il biglietto che mi aveva mandato la cameriera. E Laurel che se l'era letto per le scale, aveva subito...mangiato la foglia».

 

Al di là del dettaglio — piuttosto eloquente — della nazionalità della cameriera, specificata come “viennese” perché, evidentemente, una italiana non avrebbe potuto essere così “facile”, il pezzo non figura certo tra i migliori scritti da Zavattini. E, curiosamente, Stan Laurel e Oliver Hardy non visiteranno mai Venezia. In Italia trascorreranno soltanto cinque giorni intensi nella seconda metà di giugno del 1950, durante un tour promozionale per un film che dovevano ancora girare: Atoll K, l’ultimo della loro carriera. In quell’occasione faranno tappa a Sanremo, Genova, Milano e infine Roma.

giovedì 26 novembre 2020

Dieci anni di Profilo


Con l’uscita nelle librerie del libro John Belushi, la biografia definitiva, virtualmente la Sagoma Editore festeggia oggi dieci anni della collana “Di profilo”, una serie di biografie dei comici del passato.

La casa editrice di Vimercate ha in verità qualche mesetto in più, perché fu nel 2009 che Carlo Amatetti, all’epoca ancora con i capelli color avorio, aveva gettato le basi del primo progetto biografico e che coinvolgeva il grande attore e regista Gene Wilder. Amatetti andò ginocchioni nella sua casa dove Wilder era pensionato, nel Connecticut, e strappò un accordo non male. La Sagoma ha infatti pubblicato la sua autobiografia Baciami come uno sconosciuto e i suoi quattro romanzi, e l’autobiografia della prima moglie, Gilda Radner, Ce n’è sempre una!, morta di cancro nel 1989. 

Poi è stata la volta di Jerry Lewis, con le memorie di suo pugno sulla coppia Lewis & Dean Martin, intitolato Dean & Me, di Marty Feldman, con il libro di Robert Ross, l’autobiografia dei Monty Python, scritta da Bob McCabe; la Sagoma non poteva sfuggirmi, e cominciai a contattare Amatetti nel 2010 quando timidamente gli proposi l’idea di fare una biografia su John Belushi, dal titolo Comico kamikaze; ero acerbo, sconosciuto anche ai miei genitori, e la bozza che gli mandai lo inorridì da rifiutarmi con gentilezza, e ci salutammo con un complimento che mi sembrò sincero sulla mia grinta. Mollai l’idea di Belushi e cominciai a studiare.

Divorai quello che avevo solo assaggiato da ragazzino tutta la comicità del Novecento, lessi molti saggi, e capii che per raccontare il profilo di un comico bisognava conoscere il contesto storico e tutto quello che circondava la loro carriera. Quando approfondii Belushi, quindi, conoscevo già tutta la comicità americana degli anni settanta e ottanta, da Woody Allen, Mel Brooks, tutto il gruppo legato a John Landis, Ivan Reitman, John Hughes, i fratelli Zucker, il demenziale, all’arrivo di Jim Carrey. Potrei parlare a lungo di quante cose appresi in dieci anni e quanto ancora studio sull’argomento. Mi sentii abbastanza bravo come alunno quando cominciai a collaborare con Sagoma scrivendo coccodrilli per comici appena defunti o di cui ricorrevano importanti anniversari, da Louis De Funès a Steno, Paolo Villaggio, Jerry Lewis ecc.

Non ricordo ora se fu in occasione del libro di Mel Brooks sulla lavorazione di Frankenstein Junior che cominciai a collaborare con la Sagoma come “guru” (la definizione è di Amatetti), ma di sicuro nelle fiere, quindi dal 2016, che appresi l’arte di collaborare a una casa editrice nel “basso”, cioè proprio nella vendita diretta a annoiati visitatori delle esposizioni “libresche” per tutta Italia. Sono occasioni importanti anche per capire cosa cerca il lettore, e conoscere persone interessanti cui piace condividere la propria passione. Se ci sono editori in ascolto, sanno che “fiera” vuol dire anche condivisione di grandi abbuffate serali fra colleghi, un aspetto che io e il mio nutrizionista ignoravamo.

Il primo passaggio è stato quando mi è stato chiesto opinione e consiglio sui successivi progetti della Sagoma. Calai l’asso con Stanlio e Ollio. Saltò via un mio vecchio progetto di filmografia completa perché avrebbe richiesto due impegni di Amatetti non previsti, l’acquisto di molte fotografie di scena e sopportare che sono italiano. Però la coppia in Italia è famosa ed esiste un fan club storico, I figli del deserto, con una sede italiana trentennale con alcuni soci bravi in inglese e a raccogliere aiuti in tutto il mondo, la sezione “Noi siamo le colonne” dove sono iscritto da venti anni, che si è resa disposta ad aiutare con un libro su Laurel e Hardy. La collana “Di Profilo” pubblica di solito libri scritti da penne ufficiali, autobiografie e non, e nel caso della coppia c’è stato un autore che li conosceva bene e ha scritto quattro libri sull’argomento: John McCabe. Così nel 2017 ecco che uniamo un manipolo di volontari che lavorano alla traduzione, edizione, e recupero delle fotografie per il primo libro, Mr. Laurel & Mr. Hardy, scritto nel 1961 e rieditato negli anni; Amatetti cavalcò l’onda del successo del libro in occasione dell’uscita nelle sale del film biografico Stan & Ollie (2018) di Jo S. Baird e una nuova riproposta dei loro film in televisione, dando al libro un notevole successo. Parte di quel gruppo è tornato a lavorare al secondo libro di McCabe, The Comedy World of Stan Laurel (1974), uscito nel giugno di quest’anno con il titolo Il cosmo comico di Stanlio, altra prima edizione italiana arricchita di fotografie inedite e un “pezzo” in più nel capitolo che riporta i copioni teatrali scritti da Stan.

Il passaggio più importante per me era uscire dal mucchio e impormi come scrittore di una biografia. Ci vuole un pizzico di presunzione a farlo, ma io ero spinto anche da altre cose: un archivio imponente che era un peccato lasciarlo nella polvere, e il dono di avere una memoria storica. Sepolta l’idea su Stanlio e Ollio comunque sostituita con McCabe – e l’autorevolezza ce l’aveva eccome – mi sono affidato al fato quando seppi che l’argomento della rassegna cinematografica della Festa del Cinema di Roma del 2018 sarebbe stato Peter Sellers. E l’idea fu: perché non facciamo un libro su Sellers? Io da anni avevo letto tutto quello che c’era da sapere su di lui, e con amarezza quel poco che avevamo in italiano non era prettamente biografico o degno di nota. L’idea di fare la prima biografia in italiano su Sellers allettava Amatetti, ma quale? Una delle ultime era anche una delle migliori, scritta da Ed Sikov, Mr. Strangelove, ma cominciai a notare che aveva dei “buchi” e non era aggiornata. E Amatetti mi disse, “Quindi ti sei convinto di scriverlo tu, questo libro?”. Aveva molti dubbi, tutti giustificati, ma quello che scrissi gli piacque. Ero ancora acerbo, e il fiato di un articolo è ben diverso dal capitolo di un libro (io almeno lo ammetto che ancora oggi i miei testi hanno bisogno di revisione), quindi sia lui che l’editor uscirono pazzi. I capelli di Carlo cominciarono a sbiancarsi. Ci furono grosse difficoltà a reperire le fotografie, ma In arte Peter Sellers riuscì ad essere finito in tempo per ottobre del 2018. Ebbe molta copertura mediatica e successero un sacco di cose interessanti. Su tutte: Alberto Crespi, che io ammiravo in tv e leggevo su L’Unità come unico motivo per comprare quel giornale, mi scrisse l’introduzione.

Intanto collaboravo alle nuove edizioni di alcuni libri della Sagoma, come quello di Gene Wilder, e le nuove uscite, come il libro di Richard Pryor, o il recente su John Belushi, scritto dalla vedova Judith. Ne cito tre quando in verità sono molti i progetti discussi, rimossi, anche persi negli ultimi anni. Un progetto che cadde nel dimenticatoio prese un’altra forma, ad esempio, fu quello di Cochi e Renato. Sandro Paté aveva scritto la prima biografia di Guido Nicheli, detto Dogui, attore che aveva avuto origini cabarettistiche importanti nel Derby Club di Milano, e ci stimolò l’idea di parlare dei “Padri” di quel cabaret anche perché Sandro era stato allievo e amico di Enzo Jannacci negli ultimi anni di vita. Anni prima, però, avevo intervistato Cochi Ponzoni a Milano per fare un epilogo alla ristampa del libro di Beppe Viola su di loro, Quei due, storia di una coppia racchiusa in un Pozzetto (1976), ma le nostre intenzioni caddero miseramente. L’idea di virare su un progetto biografico direttamente su Cochi e Renato fu di Carlo, unendo le nostre forze con l’intenzione di fare – parole di Sandro – la più grande storia di cabaret mai raccontata. Ci sono state difficoltà e sfighe – morti sul campo – discussioni, opposizioni (eh, caro Renato…), ma anche tante soddisfazioni. Lo abbiamo diviso in due parti, per distinguere lo stile e la storia della coppia fra inizi nel cabaret e il debutto in televisione e nel cinema, ma è stato un lavoro di team che ha coinvolto Amatetti, ormai grigio chiaro perlato, e che abbiamo intitolato Cochi e Renato, la biografia intelligente, uscito nel 2019. Flavio Oreglio, altro archivio vivente del cabaret, ha scritto L’arte ribelle quasi contemporaneamente.

E’ bello lavorare per una casa editrice che ha la comicità faro principale: mi sento partecipe di una missione bibliografica importante, lasciare nella memoria dello spettatore il ricordo di un comico da riscoprire.

Nel 2020-21 ci saranno nuove uscite nella collana Di Profilo (oggi argomento di questo post perché mi interessa personalmente ma Sagoma ha un catalogo esteso che vi consiglio di spulciare, soprattutto nella narrativa umoristica) che aspetto a citare. Non ho fatto mistero però che sto lavorando al mio terzo libro che uscirà nel 2021 in occasione del centenario di Nino Manfredi, ufficialmente il quarto comico italiano che entra nella collana di Sagoma, colma di volti anglosassoni. L’ho intitolato Alla ricerca di Nino Manfredi, sarà pieno di sorprese, fotografie, ma poi ne parleremo, tranquilli. Amatetti ormai è imbiancato.

lunedì 29 luglio 2019

Pellegrinaggio a Ulverston, città di Stanlio

Un sogno diventato realtà: la scorsa settimana ho visitato Ulverston.

Sapete dove sta Ulverston? A Nord dell’Inghilterra, nella regione della Cumbria, ci arrivate con due ore di viaggio dall’aeroporto di Manchester con un treno della linea Northern. Da casa mia, sono in linea d’aria oltre 2000 km di distanza. Abbiamo fatto tutta questa strada – con qualche disavventura – per sentire l’atmosfera e lo spirito di una città piccola, definiamola anche di “campagna”, che è famosa in tutto il mondo per il loro concittadino più celebre: Stan Laurel. Quando non aveva ancora questo nome d’arte, si chiamava Arthur Stanley Jefferson e a Ulverston vide la luce il 16 giugno del 1890. Laurel, lo conoscete, era il magro della coppia Laurel e Hardy, Stanlio e Ollio, e sono giunto alla conclusione che ogni loro fan almeno una volta nella vita deve fare questa esperienza.

Io e il mio amico Luca avevamo pianificato questo viaggio molti anni fa, come nostro desiderio intimo di vedere la casa dov’era nato Stan, il famoso museo, e altre location degne di nota. Finalmente ci siamo riusciti, e per un periodo pure fin troppo lungo di cinque giorni (22-25 luglio) abbiamo visitato la città in ogni punto possibile.
Ulverston è in realtà una città che si visita in due giorni, tanto è piccola (11,000 abitanti) e con poche cose da offrire, nonostante abbiamo scoperto essere una meta fra le preferite dagli inglesi di città: perché c’è aria buona, quiete assoluta (a parte i gabbiani, insistenti e numerosi), cibo buono (ma su questo ho qualcosa da raccontare) e tanta cortesia, tipica delle campagne inglesi. Girando con delle magliette con sopra le figure di Stan e Ollie attiravamo facilmente l’attenzione dei paesani, anche perché la prima vera attrazione è proprio il Laurel and Hardy Museum. La sua storia è curiosa: il concittadino Bill Cubin, fanatico della coppia (e per due volte sindaco della città), raccolse materiale per riempire una stanza e tracciare una cronologia dell’infanzia di Stan e della sua famiglia Jefferson.
 
Inaugurato nel 1974, questo piccolo ma visitatissimo museo si amplierà molti anni dopo per generosità di un fan olandese diventato ricco per aver vinto un quiz in tv, e che nel 1992 donò la possibilità di costruire una seconda stanza che Cubin fece diventare una piccola sala cinematografica per proiettare le comiche di Stanlio e Ollio per i visitatori. Quando Cubin è morto nel 1997, l’attività è continuata grazie alla figlia Marion e poi da suo nipote Mark, oggi gestore della nuova sede del Museo, oggi molto più grande e completamente rifatto: il percorso è didattico e dei pannelli informativi raccontano la storia di Stan e della coppia, circondati da molti oggetti preziosi (attualmente ci sono una bombetta originale di Stan, una di Oliver usata in Swiss Miss, e un fez dal film Sons of the Desert) si trovano centinaia di pupazzi, statue e fotografie, e una sala cinematografica centrale. Il biglietto costa 5 sterline, e alla fine del percorso trovate un piccolo shop.
Il Museo è situato all’interno del cinema “Roxy”, a Brogden Street. Basta girare l’angolo per ritrovarsi a County Rd, dove si trova il Coronation Hall (il municipio): lì si trova una bellissima statua in bronzo raffigurante Laurel e Hardy, un appuntamento fisso per le fotografie. Dal vivo, è veramente emozionante: sul marciapiede si trovano alcune delle battute più famose dei loro film e una manciata dei titoli più famosi. Tre targhe poste alle loro spalle ricordano il giorno della inaugurazione, il 19 aprile 2009, in presenza del sindaco della città e del comico inglese Ken Dodd, e di centinaia di Figli del deserto, i soci del club dedicato alla coppia. 

Oliver e Stan affacciati dal balcone del municipio
È molto importante anche buttare un occhio alla balconata del municipio: da lì si affacciarono Laurel e Hardy durante la loro trionfale visita nel maggio del 1947, mentre erano impegnati nel loro tour teatrale in tutto il Regno Unito. Per Stan fu davvero emozionante tornare nella sua città natale, e soprattutto visitare la casa dove vide la luce: è ancora in piedi, e c’è una targa commemorativa della sua nascita. A dire il vero, se non fosse per le banche e le automobili, Ulverston è rimasta molto simile a com’era nel 1890: provare per credere, e andate al n.3 di Argyle Street dove si trova la vecchia casa di Laurel, con gli stessi colori di 130 anni fa. In una lettera che inviò il 27 maggio 1947 ad una sua amica di nome Mary, Stan scrisse:

Stan esce dalla casa dove vide la luce. Ulverston, 1947
“È buffo che mi menzioni Ulverston. Sono tornato proprio oggi da una visita veloce. Sono stato presentato alla città al Coronation Hall e fuori sul balcone mi hanno dato una copia del mio certificata di nascita. Poi siamo andati al 3 di Argyle St. – dove c’è la mia vecchia casa – portandomi dietro nella memoria di molti ricordi. Abbiamo cenato con tutti gli ufficiali al Golf Club – un momento meraviglioso – ero emozionato da morire”.

Come ricordava lo stesso Stan, la sua infanzia a Ulverston durò molto poco, e attorno ai sette anni la famiglia Jefferson si trasferì a Bishop Auckland per proseguire fra North Shields e Glasgow, in Scozia. Com’è noto Stan era figlio d’arte, e il padre, impresario e autore teatrale, lasciò che intraprendesse la difficile carriera d’attore, dopo averlo visto debuttare all’età di sedici anni in un numero comico a Glasgow.
Dopo il museo, la statua e la casa di Stan, rimane da vedere un pub più che un vero monumento, comunque dedicato alla sua memoria: lo Stan Laurel Inn. Dal nome si capisce che è anche una pensione con alcune stanze disponibili, oltre che un semplice pub (il primo nome del locale era proprio Stan Laurel Pub, poi cambiato con la nuova gestione dal 2007; purtroppo non sono riuscito a trovare informazioni storiche a riguardo), ovviamente con molte caratteristiche care ai fan della coppia: ci sono numerose statuine di L&H (alcune provengono dal vecchio museo, perché durante il trasloco qualcosa si è rotto ed è stato recuperato apposta), fotografie e caricature, e lo stesso menu ha dei riferimenti a Stan (una birra si chiama proprio Stan’s Ale, scura e dal sapore particolare). Due cappelli a bombetta fanno da cornice alla pila di bottiglie dietro il bancone, e alcune bevande sono intitolate come alcuni film di Laurel e Hardy – ad esempio una birra chiara si chiama Flying Elephants, come un loro corto del 1927. Fattore non secondario: si mangia molto bene ed è incredibilmente economico, ma come tutti i pub in Inghilterra seguono un orario ben diverso dai nostri in Italia (il lunedì niente cibo!), si serve “food” dalle 12 alle 14 e dalle 18 alle 21, un orario dove di solito molti locali chiudono (mentre i negozi alle 17:30 sono tutti chiusi, occhio turisti quando credete di comprare qualcosa dopo le 18, neanche Tesco vi salverà!). Questo grazioso e accogliente pub si trova al 31 di The Ellers (a pochi isolati dalla casa di Stan).

In vista del festival del Buddismo in corso, non siamo riusciti ad alloggiare lì e in altri hotel in zona, e abbiamo fatto ricorso alla Swarthmoor Hall, una “mansion” del 17esimo secolo immersa nel verde, molto accogliente e dall’incredibile fascino. Bisogna però mettere in conto una camminata di circa venti minuti per arrivare al centro della città (praticamente, al centro di tutto), perché si trova fuori zona e a mezzo miglio dalla stazione ferroviaria. Siamo stati fortunati che il meteo ci ha graziato e la famosa “pioggerellina” inglese ha fatto capolino solo un paio di volte.
Oltre alle mete “laurelhardiane”, Ulverston offre comunque un paio di posti davvero ottimi per mangiare, e solo girare per la città e perdersi nei vari negozi è molto bello e rilassante. Mi rendo conto di non aggiungere niente di originale, ma un po' di relax non guasta mai credo. Ulverston è una città che ha combattuto per non avere un centro commerciale enorme, e ha vinto per rimanere il posto quieto, storico che è.
Tutto non è stato rose e fiori, ovviamente. Per esempio siamo andati come serata finale in una pizzeria “italiana”, una mossa cretina spinta dalla curiosità: non dico il nome del locale, ma gli spaghetti alla carbonara erano panna e prosciutto a cubetti, la mia pizza parma era besciamella e bacon. Inglesi, ma perché non mollate la cucina italiana?
Abbiamo avuto disavventure con le ferrovie inglesi piuttosto seccanti all’andata, e certamente ci aspettavamo molte cose più tipiche nel famoso Market Hall (punta di diamante del turismo della città), o nell’unico book shop aperto, e se dovessimo trovare un neo al museo di Laurel e Hardy, consiglio di rendere lo shop più organizzato (va bene trovare magliette, calamite, portachiavi, penne e bloc-notes con sopra l’immagine di Stan e Ollie, ma mi aspettavo dvd, spille, libri, gadget e qualche statua!) e lavorare di più sull’illuminazione. Rispetto all’altro museo esistente dedicato alla coppia, situato nella città natale di Oliver Hardy, a Harlem (Georgia, USA), qualche punto lo perde. Ma ad avercene posti così, ovviamente.

mercoledì 1 maggio 2019

Stanlio e Ollio - recensione in bombetta

Oggi esce nelle sale Stanlio e Ollio, il film di Jon S. Baird con Steve Coogan e John C. Reilly che ripercorre, in due flashback, la vita di Stan Laurel e Oliver Hardy. Ma attenzione, non giudicatelo come un film biografico vero e proprio, inizia nel 1937, quando Stanlio e Ollio erano già all’apice del successo, e fa un balzo di sedici anni, nel 1953, dove i due, stanchi e invecchiati, sbarcano in Inghilterra per intraprendere un tour teatrale incerto, e con la speranza di realizzare una parodia di “Robin Hood”. Non è quindi un racconto completo della loro storia – com’era, per esempio, Chaplin (1992) di Richard Attenborough – e ci sono diverse licenze artistiche che ai puristi potrebbero non piacere. Ma è un film bello, divertente e commovente, e che personalmente aspettavo di vedere da una vita. A volte i miracoli succedono, pur se c’è da chiedersi: perché fare un film semi biografico su Stanlio e Ollio? È da considerarsi come un omaggio, scritto con intelligenza da Jeff Pope, necessario a far riscoprire quanto fossero grandi Stan e Babe anche nella vita reale.
Steve Coogan e John C. Reilly sono stupefacenti nei panni di Stan e Oliver, aiutati da uno straordinario make-up, e da un lavoro meticoloso di preparazione: Coogan ad esempio ha ascoltato molte registrazioni al telefono di Stan Laurel, mentre Reilly ha visto qualsiasi cosa che ha girato Hardy, letto le lettere che scrisse alla moglie, per cogliere il lato romantico di un uomo che ha sempre vissuto con disagio il problema del peso ma, come diceva lo stesso Babe, “Cerco sempre di camminare con leggerezza. Non mi piace vedere gli uomini grassi barcollare in giro; non ce n’è alcun bisogno. Ho sempre amato ballare e penso che sia per questo motivo che ho imparato a camminare con agilità”.

“Stan & Ollie”, utilizza parte della vita di Laurel e Hardy per raccontare la loro amicizia e il rapporto che avevano con il proprio lavoro, già di per sé molto curioso, come lo stesso Stan Laurel aveva detto al suo biografo John McCabe: “Sembravamo capirci l’un l’altro nel profondo. È singolare come non ci conoscessimo davvero personalmente fino a quando non abbiamo iniziato la tournée insieme. Quando giravamo i film, si trattava di fare un mestiere, sebbene fosse divertente. Ci vedevamo raramente tra un film e l’altro. La sua vita fuori dagli Studi cinematografici era dedicata allo sport, e la mia era fondamentalmente fatta tutta di lavoro… anche dopo che era finito. Mi piaceva montare e tagliare le pellicole, mentre lui non ne aveva alcun interesse. Ma qualsiasi cosa facessi, lui era sempre d’accordo con me. Non c’è mai stato un litigio tra noi, mai”. 

Oltre alla loro amicizia, si parla della loro famiglia, le due mogli così diverse e esigenti (il mondo femminile ha sempre avuto un ruolo fondamentale e burrascoso nella loro vita), la loro carriera, con un produttore che li ha lanciati in coppia ma li tiene a secco di soldi (Hal Roach, anche se in verità il motivo dei disaccordi fra lui e Stan era sulla scelta delle storie da girare; sul libro paga, lo stesso Stan ha sempre ammesso di essere stato pagato bene), il successo che non c’è più (nella realtà, non era il 1953 ma il 1947 il primo anno dei loro tour, ne seguirono altri due, nel ’52 e poi nel ’53: in tutti e tre casi, ebbero sempre un notevole successo di pubblico; il film fa corretto riferimento al loro declino cinematografico, sorpassati da Gianni e Pinotto, e con la persa fiducia dei produttori – la storia del film mancato “Robin Hood” è vera, pur se risale al ’47), ma soprattutto l’affetto del pubblico, motivo per cui loro, ultrasessantenni, nel momento in cui si sentono soli e superati, trovano l’ultimo grande applauso per l’inchino finale. Uniti ancora, come due piselli in un baccello.

Girato nella primavera del 2017, è stato proiettato in anteprima mondiale nell’ottobre 2018, prima al BFI Film Festival di Londra, e alla Festa del cinema di Roma, ed è uscito in America il 28 dicembre 2018. Ha avuto un notevole successo in patria, dove ha incassato 10 milioni di sterline, e raccolto molte recensioni positive, tanto da ottenere il certificato “Fresh” dal sito Rotten Tomatoes (con una approvazione del 93%). Nonostante alcune prestigiose nomination, il film non ha avuto premi, ed è stato scandalosamente dimenticato agli Oscar. Oggi che esce in Italia, è già disponibile in home-video in America.
Sulla questione del doppiaggio, mi sento di dire di aver letto tante cretinate, al di là delle legittime opinioni. Dico solo di esser d’accordo sulla scelta di far parlare i bravissimi Coogan e Reilly, nei momenti cui citano con notevoli sfumature i personaggi, con le “voci” tipiche di Stanlio e Ollio, così come le conosciamo da 80 anni. I doppiatori sono Angelo Maggi e Simone Mori, bravissimi come sempre, che hanno questo compito difficile di non far rimpiangere le voci storiche ma, in questo caso, non era questo l’obiettivo principale.

Andate a vedere Stanlio e Ollio, vi farete un regalo.