giovedì 29 gennaio 2026

Stanlio e Ollio eroi del circo

Uno degli aspetti meno affrontati nella biografia di Stan Laurel e Oliver Hardy riguarda i collegamenti con il mondo circense che, seppur indirettamente, li hanno interessati. Provo qui a riepilogarli partendo da un’informazione di cui non avevo finora trovato traccia, e che ho rinvenuto in un bellissimo libro dedicato a Buster Keaton. A pagina 368 di Camera Man. Buster Keaton, the Dawn of Cinema, and the Invention of the Twentieth Century, scritto da Dana Stevens e pubblicato nel 2023, si legge che Jérôme Medrano, impresario circense che aveva ereditato il celebre circo Medrano dal padre, nel 1939 volò a Hollywood con l’intenzione di scritturare alcuni famosi comici dello schermo per esibirli in Europa. Fra questi figuravano Zeppo Marx, che aveva già lasciato la carriera d’attore per dedicarsi all’attività d’impresario dei fratelli Groucho, Harpo e Chico, e Laurel e Hardy.

Stevens scrive chiaramente che Stan e Oliver furono effettivamente scritturati per apparire come ospiti per una stagione. Anche se non esistono tracce documentarie che lo confermino in modo definitivo, in quel periodo i due comici erano realmente liberi da impegni cinematografici, poiché prossimi a lasciare Hal Roach alla ricerca di un nuovo contratto e, nel frattempo, stavano debuttando con una loro rivista teatrale. Tuttavia, a causa dell’imminente scoppio della Seconda guerra mondiale e delle crescenti tensioni con l’Europa, Medrano, pur avendo ottenuto l’interesse di Laurel, non riuscì a concludere alcun accordo. Fu invece Buster Keaton, nel 1947, a essere ingaggiato al Medrano per una stagione, proponendo alcuni sketch mimici condivisi con gli altri clown del circo, in quello che sarebbe stato uno degli ultimi grandi trionfi della sua carriera.

L’interesse di Medrano per le figure di Stanlio e Ollio non era affatto casuale. Le origini della coppia affondavano infatti nella tradizione della Commedia dell’arte, nella struttura classica del Clown Bianco e dell’Augusto – il comico e la spalla – e soprattutto nella maschera di Zanni, il servo che assisteva i padroni come il Magnifico, più noto come Pantalone, da cui sarebbero nati i servi sciocchi quali Arlecchino e Pulcinella. Nel bellissimo film documentario I clowns, girato nel 1970 da Federico Fellini per la RAI, compare una splendida scena in cui Tristan Rémy, il più importante storico del circo e dei clown, discute animatamente con alcuni celebri “augusti” sul loro ruolo all’interno della coppia. La conversazione si accende quando Rémy mette in dubbio che il clown bianco possa far ridere quanto – se non più – dell'Augusto, senza però giungere a una conclusione definitiva.

Grock e Antonet

Le difficoltà nel reperire testimonianze storiche sui clown, soprattutto visive – nonostante le rare eccezioni rappresentate da alcuni film muti girati direttamente da loro – costringono quindi a basarsi su ipotesi e racconti tramandati da vecchi pagliacci che, già nel 1970, erano avanti con l’età e dotati di una memoria non sempre affidabile. Eppure, come osservò Jacques Tati, da sempre affascinato dal mondo circense, i primi comici dello schermo a ribaltare il tradizionale rapporto tra comico e spalla furono proprio Stanlio e Ollio, entrambi comici e capaci, a turno, di sostenersi l’un l’altro.

Nel libro dedicato al film di Fellini si legge inoltre una nota curiosa, raramente riportata altrove: il primo nomignolo con cui Laurel e Hardy vennero battezzati in Italia, Crick e Crock (talvolta trascritto erroneamente negli annunci pubblicitari come Krik e Krok), fu scelto per aderire alla tradizione dei nomi buffi delle coppie di clown dell’epoca. In particolare, il riferimento principale sembra essere la coppia «Brick e Brock», formata agli inizi del Novecento da Marius Galante, clown marsigliese, e da un partner sconosciuto noto con il nome d’arte di Brock. Nel 1903 Galante sostituì il suo Augusto con Adrien Wettach, clown svizzero destinato a creare di lì a poco il celebre personaggio di Grock, con il quale sarebbe diventato noto in tutto il mondo come “il più grande clown di tutti i tempi”. I due formarono per diversi anni la coppia “Brick e Grock”, ma nonostante il successo si separarono per divergenze artistiche. Grock proseguì la propria carriera accanto all’italiano Umberto “Antonet” Guillaume, clown bianco del Cirque de Paris, fino ai primi anni Dieci, quando le sue ambizioni di passare dal ruolo di Clown a quello dell'Augusto posero fine anche a questa collaborazione (la storia dei clown è assai più vasta di quanto si creda: Antonet era fratello di Ferdinando, uno dei primi comici del cinema muto, noto con i nomi d’arte di Tontolini e Polidor).

Con ogni probabilità furono dunque i nomi eccentrici dei clown a ispirare i distributori italiani del 1930-31 nel lanciare Laurel e Hardy come comici della nuova stagione cinematografica. La denominazione resistette fino al 1933, quando con The Devil’s Brother divenne naturale adottare i nomi di “Stanlio e Ollio”, italianizzazione dei loro veri nomi, legata all’ambientazione italiana del film. Eppure Crick e Crock continuarono a comparire nei bizzarri manifesti dell’epoca, rimanendo impressi nella memoria degli spettatori più anziani.

con Rivel, 1947

Infine, come noto, Stan Laurel e Oliver Hardy ambientarono un solo cortometraggio nel mondo del circo, The Chimp (1932), nel quale non interpretavano dei clown in senso stretto, bensì due inservienti che mandavano in rovina il circo con un colpo di cannone, riuscendo paradossalmente a far ridere più degli stessi pagliacci. Stan e Oliver erano, del resto, apertamente ammirati dai clown. Fra i loro amici figurava lo spagnolo Charles Rivel, uno dei più celebri del secolo scorso, noto per un numero in cui imitava il vagabondo di Charlie Chaplin sulle piste dei circhi. Rivel arrivò persino a vantarsi di aver sconfitto Chaplin stesso in un concorso tra sosia, e dovette affrontare un’azione legale per plagio intentata dalla United Artists. Nel novembre del 1947, durante l’ingaggio al Lido di Parigi, Laurel e Hardy conobbero Rivel nel backstage; per l’occasione venne scattata una fotografia che il clown spagnolo conserverà fra i ricordi più cari.

Alla fine, Laurel e Hardy, come Chaplin e Keaton, seguirono l’evoluzione dello spettacolo comico che dal circo si era spostato nei varietà inglesi e americani, trovando nella pellicola una forma di conservazione eterna. Molti altri volti e nomi, invece, che sotto i tendoni – o per le strade – di tutto il mondo avevano sfidato il pubblico con i lazzi e i colpi dello slapstick, quella comicità violentemente fisica che affonda le sue radici nella Commedia dell’arte, sono svaniti nel buio di uno spettacolo che, prima o poi, finisce per tutti.

domenica 21 dicembre 2025

Laurel & Hardy Year Three: una recensione

Dopo cinque anni, si conclude il difficile quanto miracoloso restauro della produzione muta di Laurel e Hardy, pubblicato in tre volumi Blu-ray dalla Flicker Alley nel 2020, e accolto con una risposta sorprendentemente positiva da parte degli appassionati. Questo lavoro definitivo, irripetibile, ha restituito agli oltre trenta cortometraggi girati tra il 1921 e il 1929 uno splendore d’immagine tale che, in gran parte di essi, sembra di trovarsi davanti alle prime stampe dell’epoca.

Sì, perché probabilmente qualcuno ignora il fatto che, alla loro prima distribuzione cinematografica, questi film circolavano in copie perfette, prive di graffi e imperfezioni. Restituire oggi quella stessa nitidezza è un’impresa di cui solo chi lavora nel campo del restauro cinematografico può comprendere fino in fondo la difficoltà. Del resto, questi film hanno più di cento anni, e maneggiare materiali preziosi quanto instabili – spesso infiammabili come la celluloide d’epoca, che non prendeva fuoco: esplodeva direttamente – farebbe sudare anche Indiana Jones.

 

Nel caso di Laurel e Hardy, il panorama è stato ancor più difficile, e in molti aspetti disastroso. Richard W. Bann, nel booklet allegato al terzo volume, afferma chiaramente quanto sia difficile credere, e accettare, che “quasi tutto il materiale cinematografico originale relativo alle commedie mute di Laurel e Hardy (negativi, pellicole a grana fine, stampe originali) sia ormai scomparso, andato”. Spiega come il consumo eccessivo, gli strappi accidentali nei laboratori di stampa, gli incendi di nitrato, la decomposizione, gli smarrimenti dovuti a negligenza o la distruzione deliberata – per recuperare l’argento o liberare spazio di stoccaggio in tempo di guerra – abbiano fatto sì che tutto ciò che è sopravvissuto lo abbia fatto quasi per caso, e non per scelta”.

 

Il tempo è spietato”, scrive Bann. La storia del cinema muto, oggi perduta per circa l’80%, attraversò un lungo periodo di indifferenza da parte degli studios negli anni successivi all’avvento del sonoro, poiché la produzione passata veniva considerata superflua, e nei periodi di crisi economica i magazzini di pellicole non erano che un peso. Sempre Bann ricorda come, nel 1933, Mack Sennett, dopo il fallimento della sua casa di produzione, svendette un magazzino di oltre duemila titoli per la cifra irrisoria di 875 dollari.

 

La differenza fondamentale tra le antiche comiche di Sennett e i film di Stanlio e Ollio stava nella loro persistente popolarità e nella continua richiesta del pubblico. Quando Laurel e Hardy lasciarono gli Studi Roach nel 1940 per lavorare alla Fox e alla MGM, la loro produzione diminuì e si fece più scadente, ma le sale continuavano a riempirsi. Hal Roach rilanciò allora i film degli anni Trenta tramite alcuni distributori indipendenti – il più noto dei quali fu la Film Classics – e gran parte delle loro opere sonore, ristampate e conservate, riuscirono così a salvarsi dall’oblio.

 

Destino ben diverso toccò ai film muti, dimenticati nei magazzini Roach e conservati chissà come, finché Robert Youngson, cineasta appassionato dei tempi d’oro della comicità, ristampò i negativi di numerosi titoli per inserirli nelle sue compilation dedicate alle comiche mute e a Laurel e Hardy in particolare. Parallelamente, la società di noleggio casalingo Blackhawk inserì i film muti della coppia nel proprio catalogo e, come ricorda Bann, “per generare le copie da vendere, la Blackhawk doveva prima produrre intermedi positivi a basso contrasto e a grana fine in 35 mm, ma spesso il lavoro consisteva in riduzioni in 16 mm direttamente dai negativi di macchina, che fortunatamente – grazie a un colpo di fortuna – si sono rivelati tra i migliori elementi sopravvissuti”.

 

Ed è qui che arriviamo a oggi. Il lavoro di recupero, ricostruzione e restauro realizzato da Serge Bromberg e dal suo staff ha coinvolto la collaborazione di numerose cineteche di tutto il mondo. Nonostante per alcuni titoli il negativo originale fosse ormai perduto per sempre a causa di negligenze imperdonabili da parte di chi avrebbe dovuto conservarlo (una storia raccontata nella recensione precedente), il risultato resta straordinario. Gli eventuali detrattori tacciano: Bromberg e i suoi collaboratori hanno potuto lavorare solo quando il tempo aveva già inflitto danni irreversibili, e gli inevitabili salti qualitativi sono il frutto di una ricostruzione minuziosa a partire da materiali eterogenei. Difficile, davvero, rimanerne delusi.

 

Nel dettaglio di questa recensione – qui e qui le precedenti – posso dire che la produzione del 1929 è stata una delle più transitorie di Laurel e Hardy, e per sottolineare il passaggio dal muto al sonoro sono stati inseriti i primi film parlati della coppia e le rare versioni mute, e altri bellissimi extra:

 

Ogni corto ha musiche originali e le sonorizzazioni dell’epoca della Vitaphone per i corti Liberty, Wrong Again, That’s My Wife, Bacon Grabbers, e Angora Love
Alcuni fra i primi sonori della coppia: They Go Boom! (1929), The Hoose-Gow (1929), e Unaccustomed as We Are (1929).

The Hollywood Revue of 1929 – la partecipazione di Stan e Ollie con un numero di magia comica in questo film musicale realizzato per la MGM.

Come esempio delle versioni fonetiche girate dalla coppia, un estratto dalla versione spagnola di Berth Marks.

La versione doppiata di Double Whoopee (1929), realizzata nel 1970 da Chuck McCann, doppiatore di entrambi gli attori, su testi di Al Kilgore.

Un video rarissimo e inedito di Stan e Ollie realizzato come contributo speciale per la Convention della MGM a Parigi del 1930. 

 

I film interessati, tutti del 1929, rappresentano la piena maturità comica di Laurel e Hardy e gli ultimi supervisionati – e in due casi anche diretti – da Leo McCarey, il vero “papà” artistico della coppia, che aiutò enormemente Stan e Ollie nella costruzione dei loro personaggi e della loro tecnica. Questo cofanetto contiene almeno due capolavori assoluti della loro opera, alcuni titoli sotto la media e altri a lungo sottovalutati, con Stan Laurel e Oliver Hardy ormai pronti alla parola e alle ultime, bellissime, distruzioni reciproche insieme ai loro antagonisti preferiti.


Liberty, di Leo McCarey, è uno dei vertici del loro cinema, capace di mescolare risate e autentici momenti di suspense a partire da una situazione semplicissima – Laurel e Hardy, evasi di prigione, devono trovare un luogo appartato per scambiarsi i pantaloni indossati di fretta, e finiscono in cima a un grattacielo in costruzione – sviluppata con straordinaria abilità fisica dai due attori. Uno dei loro film muti meglio conservati, grazie alle primissime riedizioni degli anni Quaranta, presenta tuttavia un problema d’immagine attorno al minuto 16 perché, come spiega Bromberg, la pellicola in quel punto era così compromessa che neppure un pesante intervento digitale è riuscito a risolvere la situazione. Il restauro resta comunque ottimo, e la profondità di campo trasmette ancora oggi una tensione notevole. Qui un esempio video.




Wrong Again, sempre di Leo McCarey, è un divertentissimo cortometraggio basato sull’equivoco: Laurel e Hardy apprendono che c’è una ricompensa per il ritrovamento di “Blue Boy”, ignari che si tratti di un quadro prezioso, e riconsegnano invece al proprietario il loro cavallo, che porta lo stesso nome. Il film contiene numerose scene d’antologia, come la movimentata sistemazione del cavallo sul pianoforte o le loro discussioni sull’eccentricità dei ricchi. Il restauro combina due fonti: un 16 mm Blackhawk completo ma danneggiato in alcuni punti, e una copia in 35 mm conservata alla Biblioteca del Congresso, anch’essa compromessa, ma indispensabile per migliorare la qualità visiva della celebre sequenza del cavallo sul pianoforte.


That’s My Wife, di Lloyd French, è un film minore, ma pone su un piano quasi ambiguo il rapporto di coppia di Laurel e Hardy: Stan si finge la moglie di Ollie per non fargli perdere l’eredità promessa da uno zio, con risultati complessivamente divertenti. La copia proviene da un ottimo 35 mm Blackhawk; la sequenza d’apertura con Ollio che strimpella nervosamente il pianoforte, assente in tutte le edizioni precedenti, è stata invece recuperata da un 8 mm di qualità nettamente inferiore e inserita comunque per garantire la completezza del film.


Big Business, di James W. Horne, vetta assoluta del cinema di Laurel e Hardy e della distruzione reciproca, con uno scatenato James Finlayson, è anche uno dei loro film più diffusi e meglio conservati. Il magnifico negativo custodito dalla Beta Film era già stato pubblicato su DVD in Germania (ex Kinowelt), ma anche questo 35 mm Blackhawk, conservato in condizioni eccellenti, non sfigura affatto. Il corto fu girato con due cineprese, un espediente pensato per ottenere più negativi da stampare, vista l’enorme richiesta dei loro film: le due copie presentano quindi angolazioni leggermente diverse. Ciò ha reso possibile un esperimento inedito, nascosto come easter egg nel menu del film: cliccando sulla freccia sinistra si accede a una versione in 3D. Qui un esempio video del restauro della copia originale:




Double Whoopee, di Lewis R. Foster, funziona solo in parte e si conclude in modo affrettato, ma Laurel e Hardy nei panni di portieri di un albergo di lusso restano comunque divertenti. La copia è molto buona, in alcuni punti eccellente, ed è la stessa utilizzata per la versione doppiata nel 1970. L’esperimento sonoro venne replicato anche in Italia nel 1985, per il programma Due teste senza cervello, con le voci di Giorgio Ariani ed Enzo Garinei.


Bacon Grabbers, sempre di Foster, è un divertente film quasi interamente ambientato all’esterno, concentrato nello spazio della casa di Edgar Kennedy, assediato da Laurel e Hardy, incaricati dallo sceriffo di recuperare una radio mai pagata. Il ritmo è sostenuto e le gag fisiche hanno un’impostazione quasi circense. Il film ha sempre circolato in copie pessime, a causa della decomposizione avanzata dell’unico elemento esistente: il restauro ha miracolosamente recuperato il titolo grazie a un 16 mm Blackhawk, oggi l’unica fonte disponibile, nonostante graffi e immagini compromesse in diversi punti. Nessun 35 mm è sopravvissuto.


Angora Love, ancora di Foster, non è un film eccezionale, ma disponeva di materiale sufficiente per essere rielaborato più volte dalla coppia, e la bellezza di questa copia restituisce parte del valore smarrito nel tempo. Laurel e Hardy alle prese con una capra da nascondere al padrone di casa sono uno spasso continuo. Bromberg spiega che il restauro è stato particolarmente complesso: il negativo B della Biblioteca del Congresso risultava gravemente deteriorato, ma l’accesso a un 16 mm incompleto proveniente da Robert Youngson ha permesso di migliorare numerosi passaggi. La copia finale è in effetti ottima, con l’eccezione del finale, ormai irrimediabilmente compromesso.


Unaccustomed as We Are e Berth Marks, rispettivamente primo e secondo sonoro di Laurel e Hardy, nelle versioni mute funzionano persino meno delle edizioni sonore – il primo inutilmente verboso, il secondo eccessivamente insistito su una singola situazione comica – ma sono presentati in ottime copie in entrambe le versioni.


Insomma, un prodotto da acquistare assolutamente. Fatevi un regalo di Natale: Qui per l'acquisto.

lunedì 8 dicembre 2025

Swabbies - il film inedito della Disney


Lo scorso giugno il sito d’aste online “Julien’s” ha venduto per 2600 dollari una videocassetta VHS contenente l’unica copia nota di un progetto Disney mai completato per la televisione americana. Si tratta di Swabbies (in italiano, Mozzi), un cortometraggio animato realizzato nel 1985 con protagonisti Topolino, Paperino e Pippo. Nei piani dei dirigenti dell’epoca, Michael Eisner e Jeffrey Katzenberg, il corto – affidato alla neonata divisione Disney Special Projects Unit – avrebbe dovuto rilanciare i personaggi classici dopo il successo ottenuto con Mickey’s Christmas Carol (1983).

Il primo progetto effettivamente portato a termine fu *Sport Goofy in Soccermania* (Pippo sport), un corto di 20 minuti trasmesso dalla NBC nel 1987. Swabbies, invece, venne interrotto bruscamente per l’insoddisfazione degli stessi realizzatori. La videocassetta contiene l’intero animatic di 25 minuti: Topolino, Paperino e Pippo si arruolano nella Marina e si ritrovano subito alle prese con un sergente istruttore estremamente aggressivo (Pietro Gambadilegno) e con i perfidi Bassotti. L’animatic fu realizzato filmando layout e storyboard disegnati a mano e montandoli per simulare il ritmo del cortometraggio, includendo interpretazioni vocali complete e musica temporanea. Topolino era doppiato da Wayne Allwine, Paperino da Tony Anselmo, Pippo da Bill Farmer, Minni da Russi Taylor, mentre Pietro e i Bassotti erano affidati a Will Ryan. Deluso dalle prime impressioni, il regista Darrell Van Citters espresse in una nota interna la sua preoccupazione, dicendo che “non c’è niente di intrinsecamente cartoonesco” in quella versione, e dubitando che la natura “militare/comica” del soggetto potesse davvero funzionare con i personaggi Disney classici. Il progetto si ispirava infatti al film Stripes (1981), diretto da Ivan Reitman e interpretato da Bill Murray e Harold Ramis. Dopo alcuni mesi di lavorazione, però, gran parte della troupe venne destinata ad altri progetti – tra cui Roger Rabbit – e l’uscita prevista per il 1989 fu cancellata. Inaspettatamente, qualcuno ha recentemente caricato l’animatic completo su YouTube.



giovedì 5 giugno 2025

Il libro su Jack Lemmon in televisione!

In due occasioni, il sottoscritto è intervenuto in televisione per raccontare la figura di Jack Lemmon, compito non facile, ma aiutato da un libro che mi sta dando soddisfazioni inaspettate, e, nella prima ospitata, spalleggiato nientemeno da Piera Detassis, la mitica presidente dell'Accademia del cinema italiano, ma per me, sentimentalmente, la signora di Ciak fino al 2019! Ospite della deliziosa Paola Saluzzi a L'Ora Solare, abbiamo parlato di Lemmon a cominciare da una intervista che la Detassis gli fece a Venezia nel 1992. 

Seconda ospitata, una intervista a Movie Mag dello scorso 4 giugno, che in apertura ha ricordato Jack Lemmon con un raro filmato del 1990, intervistato da Raffaella Carrà. Ecco qui sotto i due video. Magic Time!

Qui per ordinare il libro Jack Lemmon, l'uomo comune del cinema americano.




lunedì 10 marzo 2025

Jack Lemmon, doppia presentazione della biografia italiana

Uscita il 10 febbraio scorso, la prima biografia italiana dedicata a Jack Lemmon, edita da Edizioni Sabinae e intitolata Jack Lemmon, l'uomo comune del cinema americano, sarà presentata a Roma in due diverse occasioni, azzardo nel definirle imperdibili, sia per il soggetto interessato che per gli ospiti coinvolti. Prendete nota:

La presentazione del 12 marzo sarà fatta al Teatro Le Sedie di Roma, in Via Veientana, 51, alle ore 18:30. Il sottoscritto dialogherà con Andrea Pergolari e Alberto Pallotta, due autori molto noti nella saggistica cinematografica (recentemente, insieme hanno firmato libri importanti su Franco e Ciccio, Louis De Funès, Alberto Sordi, un dizionario del cinema horror inglese anni Settanta, e un dizionario sulla commedia all'italiana raccontata in 160 film). L'ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

L'appuntamento del 22 marzo è invece nella libreria del Palazzo delle Esposizioni di Roma, Via Milano, 15/17, alle ore 11:30. Il sottoscritto dialogherà assieme ad un gruppo di eccezione composto da Alberto Crespi (autore e giornalista, e conduttore di Hollywood Party su Radio Rai 3, e autore della postfazione del libro su Lemmon), Paola Comencini (scenografa e costumista, figlia del grande regista Luigi, e nel 1972 stagista sul set italiano del film Avanti!, diretto da Billy Wilder), Paola e Silvia Scola (figlie di Ettore Scola, e rispettivamente aiuto regista e sceneggiatrice di alcuni film diretti dal padre, fra cui Maccheroni, girato a Napoli nel 1985).

Durante questi eventi sarà possibile acquistare il libro, altrimenti online qui.

venerdì 31 gennaio 2025

Jack Lemmon, l'uomo comune del cinema americano

Il prossimo 10 febbraio, arriverà nelle librerie online e fisiche il mio quinto libro, tutto dedicato alla carriera del grande attore Jack. In occasione dal centenario dalla nascita, per la prima volta in Italia viene raccontato il percorso artistico e umano di Jack Lemmon, il geniale interprete che ha raccontato le difficoltà ad affrontare quella tragicommedia che è la nostra vita, attraverso le sue parole e le testimonianze dei grandi del cinema che hanno lavorato con lui, da Billy Wilder a Blake Edwards, Walter Matthau, Neil Simon, e le star di Hollywood che sono state al suo fianco, come Judy Holliday, Rita Hayworth, Sophia Loren. Questa è la vita di un uomo divertente con le fragilità e le insicurezze di qualsiasi essere umano; è stata soprattutto “tempo di magia”.

Jack Lemmon, l'uomo comune del cinema americano, 328 pagine edite da Edizioni Sabinae, può essere preordinato anche qui.

domenica 8 dicembre 2024

Saturday Night: recensione

Ho recuperato in ritardo “Saturday Night”, di Jason Reitman, distribuito limitatamente nel mondo – in Italia per soli tre giorni – con notevole successo di critica, e di quel pubblico di nicchia cui si rivolge il film. Sì perché nonostante il “Saturday Night Live” sia uno dei programmi più famosi in America che ha raggiunto quest’anno la stagione numero 50, il film che racconta quello che successe poco prima della messa in onda del primo show, nel lontano 11 ottobre 1975, è per un target di appassionati che probabilmente ignorano alcuni dei numerosissimi dettagli inseriti nella sceneggiatura, scritta dal regista con Gil Kenan con il gusto della reverenza nei confronti di Lorne Michaels, il pazzo canadese che ha avuto l’idea di proporre questo show in diretta alle mummie della NBC prendendo al balzo l’occasione di sostituire le repliche del “Johnny Carson Show”: ma a parte tutto questo, è un ottimo film godibile, con ritmo, virtuosismo tecnico, e un gran lavoro di attori. 

 

La prima puntata del Saturday Night Live non assomiglia niente alle puntate successive, né a quello che è oggi lo show: chi diamine ricordava che i Muppet facessero parte del cast? Conoscendo molto bene la storia del programma, studiando a suo tempo alcune pubblicazioni che raccontavano i retroscena non solo dello show, ho vissuto quei momenti di tensione, caos, collera, improvvisazione che caratterizzarono la lunga settimana di prove di quella serata. Reitman compie, in questo, un vero miracolo: è così trascinante che quando Chevy Chase annuncia, “In diretta, da New York, è Saturday Night”, sui cadaveri di John Belushi e Michael O’Donoghue, si tira un sospiro di sollievo. Ce l’hanno fatta, questi teppisti!

Michaels voleva proporre qualcosa di alternativo alla vecchia televisione che scalciava con arroganza e snobismo la nuova generazione di attori e autori che avrebbero cambiato la televisione e la comicità degli anni ’70: Milton Berle, “Mr. Tv”, con la sua “dote” da divo stronzo (e il suo leggendario pene: eh sì, questa è storia della tv ragazzi!), le telefonate minatorie di Johnny Carson, la inquietante figura del dirigente televisivo, sono personaggi che guardavano dall’alto al basso questa troupe di scalmanati ragazzini. Ad un certo punto appare, seduto sul divano, Bernie Brillstein: agente cinematografico e futuro produttore, veniva dalla vecchia scuola e si aspettava che la band indossasse lo smoking, ma si adattò subito, mentre i musicisti e i comici prendevano cocaina, fu lui a firmare il contratto con John Belushi e diventare, su due piedi, il suo agente personale. Una figura fugace, ma importante per il cambiamento radicale e anticonformista che Michaels riuscì ad imporre con il suo programma. Del resto, uno show in cui l’unico noto è il fumatissimo dalla bocca pericolosa George Carlin, e l’ospite musicale era Andy Kaufman, tenero e lunare, la dice lunga su quanto anche legittimamente i colletti bianchi della NBC fossero preoccupati.




Sugli attori, due parole: la somiglianza (checché i soliti fan rompipalle hanno avuto da ridire) non è importante, nonostante il loro ottimo lavoro di reinterpretare Aykroyd, Belushi, Chase, Gilda Radner, Laraine Newman, Garrett Morris, Jane Curtin con i loro disagi alle prese con un nuovo mezzo per loro, la televisione in diretta. Perché, importante ricordarlo, erano tutti giovanissimi e gran parte sconosciuti. E cito Matt Wood come John Belushi perché ne fa una versione probabilmente veritiera: tossico, aggressivo, ribelle e dolcissimo allo stesso tempo. Michaels lo sopportava perché aveva un grande talento. Sullo sfondo, Billy Crystal e il suo mancato debutto, Michael O’Donoghue, autore sprezzante e geniale, e Alan Zweibel, sudato gagman che sarebbe stato uno dei migliori sulla piazza (soprattutto con Crystal), sono delle chicche rendono “Saturday Night” un gioiello da recuperare.


PS: Discutere qui quanto abbia profondamente cambiato lo spettacolo in America, è fuorviante (e potrei perdermi fra migliaia di nomi, personaggi, sketch: non chiedetevi dov’è Bill Murray, arriverà nella seconda stagione, nel ’77, quando Chase lasciò il programma per Hollywood), ma consiglio caldamente la nuova edizione del libro Saturday Night: A Backstage History of Saturday Night Live, di Doug Hill e Jeff Weingrad, oppure, se vi sentite gradassi, Live From New York: The Complete, Uncensored History of Saturday Night Live as Told by Its Stars, Writers, and Guests (2015), di Tom Shales e James Andrew Miller, di cui esiste persino una edizione italiana della prima edizione, pubblicata dalla Kowalski (2004).