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lunedì 10 marzo 2025

Jack Lemmon, doppia presentazione della biografia italiana

Uscita il 10 febbraio scorso, la prima biografia italiana dedicata a Jack Lemmon, edita da Edizioni Sabinae e intitolata Jack Lemmon, l'uomo comune del cinema americano, sarà presentata a Roma in due diverse occasioni, azzardo nel definirle imperdibili, sia per il soggetto interessato che per gli ospiti coinvolti. Prendete nota:

La presentazione del 12 marzo sarà fatta al Teatro Le Sedie di Roma, in Via Veientana, 51, alle ore 18:30. Il sottoscritto dialogherà con Andrea Pergolari e Alberto Pallotta, due autori molto noti nella saggistica cinematografica (recentemente, insieme hanno firmato libri importanti su Franco e Ciccio, Louis De Funès, Alberto Sordi, un dizionario del cinema horror inglese anni Settanta, e un dizionario sulla commedia all'italiana raccontata in 160 film). L'ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

L'appuntamento del 22 marzo è invece nella libreria del Palazzo delle Esposizioni di Roma, Via Milano, 15/17, alle ore 11:30. Il sottoscritto dialogherà assieme ad un gruppo di eccezione composto da Alberto Crespi (autore e giornalista, e conduttore di Hollywood Party su Radio Rai 3, e autore della postfazione del libro su Lemmon), Paola Comencini (scenografa e costumista, figlia del grande regista Luigi, e nel 1972 stagista sul set italiano del film Avanti!, diretto da Billy Wilder), Paola e Silvia Scola (figlie di Ettore Scola, e rispettivamente aiuto regista e sceneggiatrice di alcuni film diretti dal padre, fra cui Maccheroni, girato a Napoli nel 1985).

Durante questi eventi sarà possibile acquistare il libro, altrimenti online qui.

domenica 25 settembre 2022

Vita privata di Sherlock Holmes

Nel ricordo come spettatore, The Private Life of Sherlock Holmes (1970) era per me uno dei migliori film di Billy Wilder, e rivedendolo recentemente posso ancora confermarlo, aggiungendo col senno di poi che è in assoluto la più bella versione apocrifa del famoso investigatore inglese. Eppure, quando uscì nelle sale fu un fallimento; per di più, ruota più interesse sulla sua travagliata storia produttiva che il film in sé, e nell’articolo di oggi cerco di ricostruire cosa successe attorno a questo “vulnerabile” Sherlock Holmes.

Billy Wilder aveva cercato di realizzare il suo film con Holmes sin dal 1955, quando lo propose senza successo a Rex Harrison, e poi nel 1963, con in lizza Peter O’ Toole e Peter Sellers nei panni rispettivamente di Holmes e del dottor Watson. Il film con i due “Peter” stava diventando realtà proprio agli inizi del’64 quando Sellers aveva cominciato le riprese di Kiss Me, Stupid per la regia di Wilder e le cose stavano procedendo filate. Purtroppo, il metodo di lavoro di Wilder rigido e ligio al copione si scontrò con la voglia di improvvisare di Sellers, e i rapporti cominciarono ad essere tesi. Il set confusionario com’era abituato avere Wilder stava stretto al concentrato Peter, sempre meno sicuro e tormentato dalle indicazioni del regista di fare come Jack Lemmon, di abbandonarsi cioè alla “magia” del set, e quando si presentò un fine settimana libero prese la famiglia, si fece prestare da Wilder dei soldi, e scappò a Disneyland. Sellers non tornerà più sul set: colpito da un grave infarto e costretto al riposo forzato, Wilder lo sostituirà velocemente, e così ogni progetto con l’attore sarà cestinato. 


Verso il 1967, Wilder e il suo sceneggiatore fidato I. A. L. Diamond cominciarono a scrivere la sceneggiatura basata su quattro storie inedite del dottor Watson che non erano state pubblicate perché contenevano questioni personali riguardanti Holmes, e venute alla luce cinquant’anni dopo la morte del dottore da suo nipote, incaricato come da disposizioni di Watson di aprire un baule contenenti ricordi delle sue avventure, e un manoscritto impolverato.  Disse Wilder: “Mi interessava questo scapolo misogino, il modo in cui funzionava il suo cervello. «Il migliore del secolo», come disse Watson del suo carissimo amico. Era solo una macchina pensante? Un occhio straordinario con grande intuizione? Con una grande combinazione di talenti? O c'era qualcosa nella sua vita che lo feriva, che gli dava emozioni? Odiava le donne? Perché si drogava? (lo sai che ha preso la cocaina.) Ho dovuto esplorare tutto questo, oltre alla sua meravigliosa relazione con Watson, un medico piccolo-borghese in pensione dall'esercito. Era una situazione come La strana coppia, solo con uno sfondo vittoriano: due scapoli che vivono insieme. L’abbiamo reso divertente e romantico. Non era un’analisi freudiana”. 

Il primo aspetto che caratterizzò una delle difficoltà che coinvolse la produzione fu la sceneggiatura. Tanto fu l’entusiasmo che Wilder e Diamond impostarono lo script come un film a episodi, che sono:

 

The Case of the Upside-Down Room

L’ispettore Lestrade invita uno annoiato Holmes a raggiungerlo nel quartiere di Limehouse per investigare sulla morte di un cinese, trovato senza vita in una stanza dove i mobili sono inchiodati al soffitto. Holmes liquida il caso come un falso architettato da Watson per distrarlo dall’uso di cocaina. (foto a sinistra)

The Singular Affair of the Russian Ballerina

Holmes viene invitato a passare del tempo con la famosa ballerina russa Madame Petrova in modo da concepire quello che lei definisce il futuro bambino perfetto, ma gentilmente l’investigatore declina l’offerta perché confessa di vivere con Watson poiché concubini. Watson, saputa la cosa, si arrabbia notevolmente con Sherlock per averlo fatto passare come omosessuale.

The Dreadful Business of the Naked Honeymooners

Holmes e Watson sono sulla nave di ritorno da Constantinopoli nell’estate del 1886, e vengono contattati dal capitano per investigare sue due cadaveri trovati in una delle cabine; per dimostrare la sua intelligenza, Watson propone a Holmes di investigare al suo posto, e letteralmente si scambiano i loro cappelli. Watson cerca di risolvere da solo il caso, quando si rende che si ritrovano nella cabina sbagliata. (foto sotto).

The Adventure of the Dumbfounded Detective

Una bellissima donna belga viene accompagnata a casa di Holmes priva di memoria e in fin di vita. Presto si scopre che è moglie di un ingegnere scomparso che stava lavorando ad un progetto di un sommergibile per conto del fratello di Sherlock, Mycroft, nella città di Loch Ness, in Scozia, camuffato proprio come il famoso mostro. Durante il viaggio in treno, Holmes confida a Gabrielle di essere stato innamorato di una ragazza quando era uno studente a Oxford, poi rivelatisi una prostituta. Questo inganno insegnò a Holmes che un coinvolgimento sentimentale nella sua posizione era impossibile.

 

Sono queste le storie che il regista voleva raccontare con il cast giusto. Senza O’Toole, troppo esigente per i suoi gusti, Wilder trova il volto giusto nell’attore Robert Stephens. Era il tipico attore inglese formatosi nel teatro impegnato, nel suo caso guidato dal mitico Laurence Olivier e spesso designato come suo erede. Al cinema aveva recitato in Cleopatra(1963), Romeo e Giulietta (1968) e La strana voglia di Jean (1969), ma a quanto pare Billy non aveva mai visto Stephens esibirsi sul palco o in un film prima d’ora. Aveva a malapena messo gli occhi su Stephens: “Non avevo mai visto Stephens se non per venti minuti al bar del Connaught Hotel. Ma ho pensato: «Ciò che è abbastanza buono per Larry Olivier è abbastanza buono per me»”. Come ha ricordato Stephens, “Abbiamo bevuto un drink. Non ho letto nulla o fatto un’audizione. Abbiamo chiacchierato e me ne sono andato. Ho pranzato con un amico drammaturgo e quando sono tornato a casa c’era un messaggio di chiamare il mio agente. Billy Wilder voleva che interpretassi Sherlock Holmes. Ero più euforico di quanto non lo fossi mai stato in vita mia”. Wilder disse a Stephens che non voleva che il film fosse buono o anche molto buono ma perfetto. Secondo Stephens, “Non gli importava quanto tempo ci volesse”.

Un attore scelto per il ruolo di Mycroft, il fratello maggiore di Holmes, fu George Sanders, ma dopo una settimana le sue condizioni di salute lo obbligarono a lasciare il suo film, con grande suo rammarico. Wilder lo sostituì con Christopher Lee. I fan di Sherlock ricorderanno che aveva già interpretato Henry Baskerville in The Hound of the Baskervilles (1959) con Peter Cushing, poi Sherlock Holmes in Sherlock Holmes und das Halsband des Todes (1962), e lo sarà ancora nei film per la tv Sherlock Holmes and the Leading Lady (1991) e Incident at Victoria Falls (1992). Per Lee, l’esperienza con Wilder fu una delle più importanti della sua carriera. Sul set, Wilder non faceva mai menzione della carriera precedente di Lee come il dottor Dracula, ma una volta solamente mentre giravano degli esterni notturni nel tetro lago di Loch Ness, mentre svolazzavano dei pipistrelli gli disse, “Scommetto che ti sentì un po’ a casa”. Colin Blakely fu scritturato come il dottor Watson: come Stephens, anche lui faceva parte della compagnia teatrale di Laurence Olivier.


Vita privata di Sherlock Holmes iniziò le riprese ai Pinewood Studios di Londra a metà maggio del 1969, con un budget di 10 milioni, di gran lunga il più grande della carriera di Billy. C’erano diversi set elaborati da costruire, tra cui una vasta distesa di Baker Street, un intero transatlantico costruito su scala considerevole e un sottomarino funzionante a forma di mostro di Loch Ness. La United Artists e la Mirisch Company giustificarono questi costi pianificando un trattamento speciale per Sherlock Holmes, seguendo lo schema che avevano già testato con altri precedenti grandi successi realizzati: una distribuzione limitata e un biglietto del cinema più caro, avrebbero reso il film più “esclusivo” e importante. La strategia aveva funzionato con My Fair LadyLawrence d’ArabiaDr. Zivago, e loro erano convinti che si sarebbe ripetuto il successo. 

Intervistato da Cameron Crowe, Wilder ebbe parole d’elogio per il suo prim’attore: “Stephens era un uomo meraviglioso. Era un bravissimo attore e somigliava moltissimo a Sherlock Holmes, almeno come me l'ero sempre immaginato. Nel privato era cordiale e gentile, e sul set recepiva le mie indicazioni con estrema docilità”. Crowe incalza che Stephens aveva dichiarato nelle sue memorie che quella di Sherlock Holmes era stata un'esperienza snervante, e allora Billy si giustificò: “Non era abituato a lavorare al mattino presto. Gli attori di teatro iniziano di pomeriggio e recitano tutto il testo senza interruzione. Adoravo lavorare con lui. Era un attore colto e molto professionale, capace di memorizzare pagine e pagine di dialogo senza errori. Ad ogni stop, avrebbe potuto tranquillamente andare avanti per altre quattro o cinque pagine!”.

Eppure, più scene girava Robert Stephens, più diventava esasperato per le richieste di precisione di Wilder e Diamond. La fiducia di Stephens veniva consumata ogni giorno che passava mentre lottava per dare forma, suono e gesti a quella che Billy continuava a chiamare la sua “storia d'amore tra due uomini”. Quando stavano girando la scena in cui Holmes, in un negozio abbandonato con Watson e Gabrielle, sega una inferriata, scivola attraverso il passaggio e salta su un materasso sottostante, a Wilder non piacque affatto quello che aveva visto. Agitando furiosamente le indicazioni con un fazzoletto, Billy gridò: “Dai! Ci sono cervello e muscoli lì! Fallo sembrare difficile!”. Ciak due, ma niente, “C'è una mancanza di eleganza in quel taglio!” urlò Billy. Gli attori erano scossi, in particolare Stephens. Fortunatamente per loro, la ripresa successiva fu buona. Tuttavia, Stephens si sentiva come se fosse “passato attraverso il tritacarne ogni giorno”. Riferendosi al modo in cui a volte tratta i suoi attori, Wilder una volta ha detto che “a volte devi solo farlo con una frusta e a loro piace”. Ma non sempre. Anche Colin Blakely non era felice, ma aveva affrontato la tensione meglio di Stephens. Entrambi gli uomini furono scioccati dall'insistenza di Billy nel sottolineare ogni gesto con l'ultima sillaba. “Passavamo ore su una frase del tipo «Se la porta dello studio fosse aperta...» il che non significava assolutamente niente”, scrisse Stephens, “cambiando l’enfasi, sbattendo un martelletto o un posacenere sulla scrivania proprio mentre dicevamo l’una o l’altra sillaba finché l'intera cosa non si è asciugata completamente e ti è venuta voglia di correre, urlare, fuori dal set. Che è più o meno quello che ho fatto”.


Ad un certo punto si rischiò di non finire il film. Il 14 ottobre 1969, su Variety apparve un minuscolo trafiletto con sopra scritto: “Robert Stephens, che ha recitato in La vita privata di Sherlock Holmes per Billy Wilder, ha dovuto ritirarsi per ordine del medico dal cast del film Tre sorelle, per la regia di Laurence Olivier. Stephens è stato sostituito da Alan Bates”. I giornali britannici riferirono in seguito che Stephens era crollato per la stanchezza e lo stress, ma in realtà si era quasi suicidato. I suoi nervi erano crollati. Dimagrato su richiesta di Wilder per il ruolo, si sentiva debole, ed era costretto ad un calendario di riprese fitto di dodici ore al giorno per settimane, mentre sua moglie, Maggie Smith, era andata nel Sussex con i loro due figli per recitare in una commedia. Il suicidio non era l'obiettivo di Stephens, almeno non a livello cosciente, ma nel bel mezzo delle riprese inghiottì una pila di sonniferi e li ha innaffiati con una bottiglia di whisky. La produzione si bloccò diverse settimane, e Wilder fu preso da un senso di colpa profondo. Come ha scritto Stephens, “Billy era terribilmente sconvolto e disse che era tutta colpa sua. Ma non lo era, davvero. È stato il culmine delle cose”. Billy, scosso e contrito, decise di non preoccupare la sua star: “Avremmo continuato e finito il film e saremmo andati un po' più piano e non avremmo affrettato le cose”, ha ricordato Stephens quanto gli disse Wilder. “Ma ovviamente quando sono tornato era tutto esattamente lo stesso”. Le riprese si concluderanno nel mese di novembre, con la troupe letteralmente sfinita.

 


Nel marzo 1970, Wilder tornò a Londra per un’apparizione al National Film Theatre, e rispondendo a una domanda su come si fosse rivelato Holmes, Wilder rispose: “È come chiedere a una donna incinta com'è il bambino. Non l'ho ancora visto e non lo farò finché non lo vedrò con un pubblico”. 

In effetti, aveva sicuramente visto il montaggio di tre ore e venti minuti che lui e il suo montatore, Ernest Walter, avevano consegnato alla Mirisch di Los Angeles. “Con mio grande stupore, si sorpresero parecchio”, ricorda Walter. “Ma avendo letto la sceneggiatura, in primo luogo, era ovvio che sarebbe stato un lungo film”. L’ansia della United Artists e dei fratelli Mirisch per il film lungo, esorbitante e intimo di Billy aumentò notevolmente dopo le anteprime iniziali: il pubblico l'aveva trovato noioso. Allarmati, chiesero a Billy di ridurre considerevolmente il film. 

Ricordò a Crowe: “L’anteprima andò piuttosto male e io... lo lasciai al suo destino. Non avevo nessuna voglia di risistemarlo. Mi trovai una situazione molto sgradevole, ed è stata l'unica volta che ho abbandonato un film. Era stato girato a Londra e non potevo tornare indietro e cercare di metterci una pezza girando nuove scene. Inoltre stavo già preparando il film nuovo”. Secondo lo scenografo Alexandre Trauner, il massacro di Holmes “non è avvenuto senza resistenza da parte sua. Ma Wilder pensava che se un film non è un successo immediato è perché ha fallito. Quindi ha lasciato che tagliassero le sequenze, e fu davvero un peccato”. Le parole del regista trent’anni dopo sono ancora ferite: “Misi Sherlock Holmes nelle mani fidate del mio montatore e degli amici della Mirisch Films - e lo massacrarono. Tanto che fui costretto a prendere un montatore inglese (Ernest Walter). Fu complicato da girare, molto. Il montatore e il produttore, poi, avevano idee ben precise su quali parti tagliare. Peccato che non coincidessero con le mie. Fu davvero un brutto periodo. Io adoravo quel film. Me lo hanno distrutto”. 

“Suggerii di rimuovere completamente l’episodio Upside-Down Room”, riferì Ernest Walter. Wilder lo fece ma la United Artists e i Mirisches erano ancora scontenti, quindi anche il prologo in banca con il nipote di Watson, il flashback su Oxford e la prostituta e l'intero Case of the Naked Honeymooners furono eliminati. Walter era preoccupato anche del finale poi montato, con Holmes che apprende della morte di Gabrielle e si ritira nella sua stanza con la cocaina, e suggerì a Wilder di tenere quello più buffo di Rogozhin, il valletto della ballerina russa che voleva accoppiarsi con Holmes, che arrivava a 221B di Baker Street per offrire delle rose a Watson, memore di quanto gli avesse detto Holmes sulla sua sessualità. Era un finale quasi omaggio di A qualcuno piace caldo, ma Wilder si rifiutò preferendo quello più triste. 


The Private Life of Sherlock aprì la sua corsa nelle sale al Radio City Music Hall di New York il 19 ottobre 1970 ed era già scomparso prima del Ringraziamento. Il suo intero guadagno fu di $1,5 milioni. La critica reagì bene sottolineando l’eleganza della operazione, mentre puristi gridarono alla lesa maestà e il pubblico non si divertì molto, forse perché non si aspettava uno Sherlock Holmes così diverso dal solito. In Italia uscì nel gennaio del 1971 con reazioni tiepide. Vale la pena citare almeno l’ottimo doppiato, con Gigi Proietti voce di Holmes e Luciano Melani voce di Watson.

Quindi, nei suoi finali 125 minuti il film racconta il fallimento di Sherlock come investigatore ma anche come uomo, distratto dai sentimenti e dall’ambiguità del personaggio di Gabrielle. Purtroppo, eliminando l’episodio di Oxford e della delusione con le donne, il film non spiega chiaramente la misoginia del personaggio con l’episodio della ballerina russa, lasciando il dubbio che Holmes più che non fidarsi per motivi passati, le donne sono per lui un ostacolo per la sua mente. C’è da dire che nonostante la travagliata storia produttiva, il film funziona benissimo ancora oggi e anzi conquista maggior fascino con il tempo che passa.

 

Il “macello” in moviola

 

Nonostante a Wilder non importasse più nulla del materiale tagliato, negli anni grazie alle edizioni home-video è stato possibile ricostruire quali sequenze avessero insoddisfatto i dirigenti della United Artists e della Mirisch. Dapprima nel laserdisc uscito nel 1994, e nel Blu-ray della Kino del 2014, nessuna scena è stata ritrovata completa di audio e video, e sono ricostruzioni effettuate con il sonoro ritrovato, brani di sceneggiatura e un filmato muto, sottotitolato per l’occasione. Qui trovate una recensione dettagliata del blu-ray. L’unico frammento di cui è rimasto un video è quello della coppia in luna di miele. La ricerca continua…

 

 


Fonti di riferimento

 

Sherlock Holmes on screen (Titan Books, 2011), di Alan Barnes; Knight Errant: Memoirs of a Vagabond Actor (Hodder & Stoughton, 1995), di Robert Stephens, con Michael Coveney; On Sunset Boulevard: the life and times of Billy Wilder(Hyperion, 1998), di Ed Sikov; Sherlock Holmes: a centenary celebration (Harper & Row, 1986), di Allen Eyles.

 

sabato 30 dicembre 2017

Quando Peter Sellers non fece Baciami, stupido

Wilder e Sellers, set di Baciami stupido
Questa è la storia di uno sfortunato incontro fra due grandi artisti: quando la star del cinema inglese Peter Sellers incontrò il regista Billy Wilder.
Nel 1964, Sellers coronò il suo sogno personale: girare un film con l’indiscusso re delle commedie di Hollywood. All’epoca, aveva da poco girato Uno sparo nel buio, di Blake Edwards, secondo capitolo della saga della Pantera Rosa, ed era in lizza per il premio Oscar come Miglior Attore per il film di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore, mentre Wilder era già collezionista di statuette ed aveva firmato capolavori come Viale del tramonto, A qualcuno piace caldo, L’appartamento. Quindi accettò la proposta di Wilder immediatamente.

Il film da girare era Kiss Me, Stupid (Baciami, stupido), la storia di Orville J. Spooner, pianista di professione, che attende da anni una opportunità per diventare famoso con le sue canzoni, finché nella sua sperduta città arriva per puro caso il famoso cantante italo americano Dino; complice un suo amico meccanico, gli manomette la macchina e riesce a convincerlo ad accettare la sua ospitalità, con la scusa di fargli conoscere le sue canzoni e mettendogli fra le braccia una famosa entraineuse spacciandola per sua moglie. Sellers viene scritturato per la parte di Orville, mentre Dean Martin ovviamente per quella di Dino, una parte scritta su misura, mentre Kim Novak è la “bionda esplosiva” che finisce fra le braccia dell’italiano. Wilder e il suo sceneggiatore di fiducia I. A. L. Diamond adattano una storia italiana, L’ora della fantasia di Anna Bonacci, già portato sullo schermo da Mario Camerini nel film Moglie per una notte (1952), e per questo desiderava in realtà un cast italiano: per un momento, si pensò seriamente a Monica Vitti nella parte che andrà poi alla Novak. 
Peter godette giorni da vera star hollywoodiana: l’attrice francese Capucine organizzò una festa in suo onore il 25 febbraio, in presenza di Blake Edwards, i coniugi Wilder, Jack Lemmon; il 6 marzo lasciò le sue impronte delle mani e dei piedi nel pavimento dello storico Grauman’s Chinese Theatre di Hollywood; il 20 marzo registrò la sua partecipazione al famoso Steve Allen Show (la puntata andrà in onda il 3 aprile), durante il quale deliziò il pubblico una lunga telefonata a Scotland Yard completamente improvvisata. Kiss Me Stupid, per il quale Peter doveva essere pagato 250,000 dollari più una percentuale sui profitti, era solo il primo film progettato da Wilder con Sellers attore; il secondo era una versione di Sherlock Holmes, con Peter O’Toole nei panni dell’investigatore inglese e Peter in quelli del Dottor Watson.
Ovviamente la stampa seguì la produzione visitando il set svariate volte. Il 20 marzo, Sellers dichiara: “Si sta dimostrando una meravigliosa opportunità, davvero molto piacevole”. Un altro pezzo viene scritto da Murray Schumach per il New York Times e si intitola “Peter Sellers e Dean Martin si divertono in 'Baciami stupido' di Wilder”: vengono riportate le continue interruzioni di riprese perché Martin non riusciva a trattenersi dalle risate per via delle espressioni di Sellers. “Come uno scolaretto con la ridarella”, Martin si scusava con la troupe cercando di riprendersi ma Peter lo faceva ridere solo con un ghigno. Un dirigente ospite di Sellers si rivolge al reporter per dirgli di star attenti, fa battute, ma è un perfezionista incredibile, continuamente preoccupato della sua performance, tant’è che una volta svegliò nel cuore della notte un regista inglese alla vigilia del primo ciak, tormentato dal “debutto”. Questo articolo è stato di un pessimo tempismo: parla di risate generali, professionalità e cameratismo fra gli attori, ma esce il 5 aprile 1964, proprio quando il set si ferma improvvisamente all’apice dei problemi.
Comunque, Wilder è entusiasta e non si preoccupa se la Novak è nota per essere capricciosa sul set, confida in Dean Martin, Mr. Rilassatezza, per avere una piacevole lavorazione.
Tuttavia, Sellers era sconvolto dalla disinvoltura che dominava il set di Billy. Regista autocratico sugli attori e sulla troupe, sembrava non esercitare alcun controllo sulla porta degli Studi. Alcuni registi tenevano il set blindato, ma all’inizio degli anni ‘60 Billy era così rilassato nel ruolo di comandante supremo del cinema che trasformò i suoi set nell’equivalente operativo del Romanisches Café, il famoso bar per artisti di Berlino: ed era una festa perenne con il continuo via vai di attori, scrittori, amici di sua moglie Audrey, compagni di poker. Il solitario Sellers non era d’accordo.
Quando si lamentava con Wilder di non riuscire a lavorare con così tanta gente attorno, il regista rispondeva: “Peter, fai come Jack Lemmon. Ogni volta che inizia una scena lui chiude gli occhi e dice tra sé e sé “E' tempo di magia!” e si dimentica di tutto il resto”. Questo portò molta tensione quando cominciarono a lavorare insieme, ma niente di più rispetto al normale stress che corre tra un tenace regista che richiede totale controllo e un’ipersensibile e stravagante star con problemi di egocentrismo. Famoso per le sue abili improvvisazioni, Sellers si ritrovò costretto a confinare le sue invenzioni alla sfera mimica e gestuale; le parole non andavano assolutamente alterate. Il fatto che Sellers non fosse felice non era una novità. Poteva essere geniale e affascinante se voleva, ma anche arrivare in studio nel tardo pomeriggio e far sprecare un'intera giornata di riprese. Era il prezzo da pagare per la sua performance.
"Fai come Jack Lemmon!"
Stando a  Jack Lemmon quella stessa settimana Sellers era stato afflitto da un massiccio orzaiolo sull’occhio destro. Sheilah Graham aveva dichiarato che Peter “sembrava avvicinarsi sempre di più all’esaurimento nervoso”. Era stanco, ansioso, irritato. Poteva inventarsi pezzi di scene fisiche che piacessero al suo regista-sceneggiatore, ma non poteva cambiare neanche una parola all’interno del dialogo. L’orzaiolo era, dal punto di vista clinico, una reazione isterica - una manifestazione corporea di ciò che Peter sentiva dentro di sé.
Sellers in quel periodo faceva la “bella” vita. Erba e anfetamine erano le sue preferite e ne consumava senza freni. Già estremamente nervoso per il suo bene, le automedicazioni di Sellers lo portarono a spingersi ancora più vicino alla catastrofe, nonostante né lui né i suoi amici e famiglia sembrassero rendersene conto. Sellers passava i giorni a monitorare la moglie, a seguire le esigenti istruzioni di Wilder e a odiare profondamente la sua esposizione sul set ad occhi sconosciuti; di notte fumava erba, sniffava popper e desiderava di non doversi presentare sul set di Kiss Me, Stupid il mattino successivo.

Dopo sei settimane di riprese, colse l’occasione di un giorno di riposo e chiese a Wilder 300 dollari in prestito, col desiderio di portare la famiglia e qualche amico a Disneyland. La carovana parte la mattina di domenica 5 aprile, lo stesso giorno della pubblicazione dell'allegro articolo del New York Times. Ma Wilder non rivedrà più la sua star insoddisfatta. Quella sera, tornati a casa, Sellers e Britt si sfogano a letto, quando all’improvviso Peter si sente molto male. Viene portato in ospedale e i medici lo mettono in osservazione: due giorni dopo, l’infermiera lo trova per terra fuori dal suo letto. Va in crisi cardiaca. Alle 4,32 del mattino dell’8 aprile 1964 il suo cuore si ferma per un minuto e mezzo. La stampa è già pronta a titolare “Peter Sellers è morto alle ore..”, ma fortunatamente questo non avviene. Il cuore riparte, e Peter è definitivamente salvo.
Il 9 aprile, Il corriere della sera riporta: “Un portavoce della casa  produttrice del film ha dichiarato di non avere alcuna idea di chi potrebbe rimpiazzare Peter  Sellers. «La sua parte — ha detto — è congegnata in modo tale che solo Sellers può  interpretarla»”. Infatti il 13 aprile l’attore Ray Walston, già attore nel film L’appartamento, viene chiamato per interpretare Orville. Sellers viene così sostituito dopo sei settimane di riprese, una scelta che non scuote tanto Wilder. Anzi, gli è attribuita questa dichiarazione: “Attacco di cuore? Devi avere un cuore, per avere un attacco”. Freddo e distaccato, Wilder decide di rigirare tutte le sequenze fatte con Sellers, ma non rimarrà comunque soddisfatto del risultato. “Non ho mai amato quel film, né credo mi sarebbe piaciuto di più con Peter Sellers, che era troppo inglese. Ma lo avevo scelto io, perché mi aspettavo chissà cosa da lui. Rimpiazzai Sellers, che era troppo inglese, ma non servì. Fu tutto sbagliato, dall’inizio alla fine. Era una commedia italiana e avrebbe funzionato in italiano. Non in inglese. Sellers parlava con un accento talmente marcato che non poteva mai aver vissuto dove la storia diceva di essere vissuto. Ma l’attore che lo sostituì era perfino peggio”. Alla domanda – inevitabile – che fine avesse fatto quel materiale, rispose, “Non ne ho la minima idea”.
(Ed i problemi non finirono neanche dopo aver messo fuori Sellers: Kim Novak l'8 maggio venne ricoverata al “Memorial Hospital” di Hollywood per problemi dorsali dovuti in seguito ad una caduta sul set).

Jack Lemmon in visita sul set
Intanto, Sellers se n’era andato ma la sua ombra era rimasta. E trovò voce propria in giugno. A quel punto completamente guarito e pronto per rimettersi in gioco, Sellers disse ad Alexander Walker dell’Evening Standard che a Hollywood, gli Studios “Ti forniscono ogni comodità possibile e immaginabile ad eccezione della soddisfazione di tirare fuori il meglio di te”. Si lamentò di tutti quei parassiti sul set di Kiss Me, Stupid e di quanto lo avessero distratto dal suo lavoro. Sellers inoltre non si fece scrupoli a parlare del suo malcontento riguardo allesigente e rigoroso controllo cui lo sottoponeva Wilder. Pochi giorni dopo la pubblicazione di questa intervista, Sellers ricevette un telegramma. “PARLA DEI CHIACCHIERONI POCO PROFESSIONALI”, firmato da Wilder. I suoi contenuti erano stati misteriosamente rilasciati alla stampa prima ancora che Sellers lo ricevesse.
La cosa lo amareggiò parecchio, e da come si legge nel Corriere della sera del 21 giugno 1964, “Peter Sellers sta forse  pensando di rinunciare  definitivamente all'attività  cinematografica. L'attore, che ha trentotto anni, e che sta riprendendosi nella sua casa del Surrey dalla malattia che lo portò in fin di vita, ha confidato a un  giornalista: “Sto pensando  seriamente di ritirarmi. Per il momento non ho proprio nessuna voglia di rimettermi a lavorare. Vorrei solamente andarmene in  giro per il mondo e non far  null’altro per il resto dei miei giorni”.
Sellers riceve la visita di Britt, la moglie, in ospedale
Il telegramma del chiacchierone cominciò a scottare. Sellers accusò profondamente l’ingiustizia di quell'attacco e, il 1° luglio, comprò un annuncio a tutta pagina su Variety per sfatare definitivamente quell'idea che lo dipingeva come “un inglesuccio ingrato e chiacchierone che non aveva fatto altro che abusare di Hollywood alle sue spalle”. Chiarificando “Io non sono andato a Hollywood per stare male. Ci sono andato per lavorare  e ho scoperto, con mio rammarico, che il mio lato creativo non poteva accettare le condizioni sotto le quali andava fatto il lavoro. E' una questione personale. Non ho critiche riguardo a Hollywood in sé, ne ho per quanto riguarda il lavorarci. L'atmosfera era sbagliata, per me. Allo stesso tempo chiunque è libero di dire che quello sbagliato sono io”.
L’ammenda arrivò ormai a frittata fatta: al “chiacchierone” Hollywood velatamente gliela fece pagare. Ad un anno esatto dal suo ricovero, il 5 aprile 1965, i premi Oscar vennero consegnati lasciando Sellers a bocca asciutta nonostante meritasse la statuetta per il triplice ruolo del Dottor Stranamore.
Niente più Sherlock Holmes – anche se Wilder riuscirà a realizzare la “sua versione” nel 1970 – mentre Sellers si butta nelle braccia dell’altro regista che più ammirava: Vittorio De Sica. Nel marzo del 1965 sbarca a Roma per parlare col regista di Ladri di biciclette, e si decide una storia di due imbroglioni, in coppia con Paolo Stoppa. A maggio, il soggetto cambia ma il film si realizza, e si intitolerà Caccia alla volpe, purtroppo non quello che si dice un film memorabile. Ma Peter trovò l’energia e le atmosfere giuste per lavorare ancora e regalarci nuovi capolavori, spesso diretti da Blake Edwards.
Col senno di poi, il film Baciami stupido era molto riuscito e piuttosto ardito per l’epoca, ma fu un fiasco di pubblico e di critica, che lo definì a torto volgare, ed ebbe molti problemi con la censura, persino in Italia dove venne vietato ai minori di 14 anni (divieto revocato solamente nel 1997).

(le dichiarazioni di Wilder provengono dal libro di Cameron Crowe Conversazioni con Billy Wilder, 1998; altre fonti utilizzate: On Sunset Boulevard: The Life and Times of Billy Wilder, di Ed Sikov, dello stesso autore anche Mr Strangelove; A Biography of Peter Sellers; ringrazio Chiara Mauli per l’aiuto insostituibile per le traduzioni dall’inglese).

sabato 21 aprile 2012

A qualcuno piace Wilder

Con un tempismo unico, dedico qualche riga, da bravo ammiratore e collezionista di Billy Wilder, per ricordare i dieci anni dalla scomparsa, avvenuta il 27 marzo 2002, alla bella età di 96 anni. Praticamente gli è caduto il cuore dal sedere. Dotato di una ironia acuta e molto intelligente, Wilder (di origini polacche, si pronuncia Wilder, non Ualder, come molti americanizzano), studia a Vienna, fa il giornalista a Berlino, odora puzza di nazismo e si trasferisce, agli inizi degli anni Trenta, a Parigi. L'aria si fa pesante e va negli Stati Uniti. La sua carriera cinematografica inizia come sceneggiatore, specie per Ernst Lubitsch, il regista che poi avrebbe ammirato di più, tenendolo come punto di riferimento specie durante la stesura dei suoi copioni, 'come lo farebbe Lubitsch' era una frase incorniciata sulla sua parete del suo ufficio: il tocco malizioso e pungente avrebbe distinto le sue commedie migliori. Nella sua lunga carriera, costellata tutt'altro di successi, Wilder avrebbe messo in scena personaggi vittime degli eventi, complessati sessualmente, immorali, con un occhio molto moralista: sicuramente non ci andava leggero. Ironizzava sulla prostituzione morale e sociale, sui mass media, sul travestitismo, la ricerca al successo e su Hollywood, al servizio di attori come Jack Lemmon, con il quale girò sette film, Tony Curtis, William Holden, Walter Matthau, Marilyn Monroe, che rischiò di mandarlo in esaurimento, lo splendido trio del film "Testimone d'accusa", Tyrone Power, Marlene Dietrich, e Charles Laughton, ma anche James Cagney, che interpretò un film che potremmo definire istant-movie, girato sul Muro di Berlino quando il muro era in costruzione, Un, due, tre, splendido fuoco d'artificio del 1961. Non mi sento all'altezza di poter tracciare un profilo su Wilder, sappiate però che è il mio regista preferito, quasi tutti suoi film sono delle gemme e ha diretto alcuni dei miei preferiti, oltre ovviamente all'ultra classico "A qualcuno piace caldo" (1959), alcuni capolavori, come "Stalag 17", il già citato film con Laughton, da una opera di Agatha Christie, ma anche "L'appartamento"  e "Prima pagina", ultimo gioiello della sua carriera, con la coppia Lemmon-Matthau. Era dotato di un umorismo cinico, tagliente, e di grandi abilità creative. Ha praticamente inventato il genere noir, ha scavato come non pochi sulle contraddizioni del successo e sull'America stessa: per questo, anche se vincitore di sette premi Oscar, di cui uno alla carriera, ed è stato acclamato come uno dei migliori registi del mondo, Wilder termina la sua carriera nel 1981, con il simpatico ma lontano dai suoi capolavori "Buddy, buddy", ancora con il binomio Lemmon-Matthau, praticamente condannato al silenzio. Quando morì, dieci anni fa, sono stati tanti a scrivere che nessuno è perfetto, ma forse Wilder lo era davvero.