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domenica 15 ottobre 2023

Sherlock Holmes all’italiana

Dopo le parodie di Sherlock Holmes nel cinema muto italiano, l’argomento di oggi è l’unica versione italiana mai realizzata: e bisogna tornare indietro al 1968 per raccontare l’’unico Holmes made in Italy interpretato dal grande attore Nando Gazzolo. All’epoca le fiction si chiamavano sceneggiati ed erano trasposizioni televisive di opere teatrali o letterarie: avevano tempi televisivi che oggi potremmo considerare mortali, ma con un’alta eleganza nella confezione e una scelta di prim’ordine nel cast che, sottolineo, proveniva dal teatro classico. Era una Rai opposta a quella di oggi: gli sceneggiati fungevano da servizio pubblico per far arrivare al pubblico italiano dell’epoca storie, personaggi e paesaggi che a scuola avevano finto di apprendere. Basta fare un salto su Raiplay e godersi quella meraviglia degli anni ’60, per rendersene conto: Sherlock Holmes, andato in onda in sei puntate nel 1968, presente sulla piattaforma, non è da meno. Diretto dallo specialista Guglielmo Morandi, lo sceneggiato presentava due romanzi scritti da Arthur Conan Doyle, La valle della paura e Il mastino di Baskerville, rispettivamente ultimo e terzultimo della saga di Holmes, adattati da Edoardo Anton, sceneggiatore di grande esperienza (lavorò con Risi, Comencini, Bolognini, Blasetti). Questa produzione fu realizzata per rilanciare gli scritti di Conan Doyle in Italia, in quel periodo poco considerati nel nostro paese; la scelta di Gazzolo e Gianni Bonagura come Holmes e Watson non fu casuale, perché nel doppiaggio avevano prestato la loro voce in questi ruoli in due film: Gazzolo aveva doppiato Peter Cushing nel film La furia di Baskerville (1959), all’epoca una delle ultime versioni cinematografiche arrivate in Italia, mentre Gianni Bonagura, grandissimo, doppiò Donald Houston in A Study in Terror (Sherlock Holmes: notti di terrore, 1965). È opinione di molti esperti che Bonagura è stato uno dei migliori Watson di sempre: ironico, scaltro, rispettoso del suo amico più intelligente. Non da meno Gazzolo-Sherlock, più fisicamente possente rispetto ai precedenti, ma perfettamente calato nel ruolo: circondati da ottimi attori, il duo è piacevole, e la curiosità di vedere due italiani in questi panni inglesissimi suscitò interesse da parte della stampa italiana e da quella locale che seguì le riprese che si svolsero nell’estate del ’68 fra l’Inghilterra (per gli esterni), e e Napoli per gli interni. Il pubblico apprezzò l’operazione (l’indice di gradimento fu di 78-80: non essendoci ancora l’auditel, il sistema di ascolto si basava su delle telefonate random presso gli abbonati, e la cifra si intendeva come percentuale di apprezzamento), la critica meno: colpevole, a leggere le recensioni, un ritmo più lento del solito, e una prolissità nel racconto. Dividere due romanzi in sei puntate in effetti era un po’ troppo, almeno con quella lentezza che ancora oggi pesa sulla visione, ma il bianco e nero trasmette, soprattutto per Il mastino di Baskerville, un’atmosfera cupa, quasi gotica. Si trattò di una versione italiana unica, che nessuno ha avuto più coraggio – e fortunatamente, vista la qualità di oggi – di replicare.

E in radio? Qui, come direbbe Totò, casca l’asino: perché il primo Sherlock Holmes italiano fu radiofonico, e cioè il mitico Ubaldo Lay (il futuro tenente Sheridan televisivo): I gialli di Sherlock Holmes andò in onda sul Programma Nazionale (futura Radio Rai1) dal 2 luglio 1958 per dodici appuntamenti adattati da Marco Visconti, con Lay-Holmes e Renato Cominetti-Watson: nel cast di un paio di puntate, figurava proprio Gianni Bonagura. 


All’epoca della realizzazione di questo Sherlock Holmes, la televisione americana e britannica aveva già prodotto le sue versioni: nel 1954, toccò all’americano Ronald Howard, nel 1965 all’inglese Douglas Wilmer per una famosa serie della BBC, poi sostituito da Peter Cushing nel ’68; prima di Gazzolo, solo un altro attore non anglosassone era “stato” Sherlock, Erich Schellow, per la televisione tedesca, nel 1967: e proprio tedesco fu il primo “straniero” anche nel cinema, negli anni Dieci. 

Inoltre, l’Italia fu co-produttrice del film Sherlock Holmes und das Halsband des Todes (Sherlock Holmes – la valle del terrore, 1962), con Christopher Lee nel ruolo principale, considerato uno dei “peggiori” Holmes della storia.

 

Trame & credit

 

Per questo sceneggiato vengono scelti due romanzi che vedono Holmes e Watson fuori da Londra e dal loro quartier generale a Baker Street: ne La valle della paura, pubblicato nel 1915, sono chiamati dall’ispettore MacDonald a indagare sulla morte di John Douglas, americano trapiantatosi in Inghilterra e proprietario di un piccolo castello nella campagna inglese. Holmes risolverà il mistero della piccola truffa messa in piedi dal defunto (il cadavere è quello del suo assassino, che covava vendetta contro di lui da molti anni da parte di una società massonica chiamata I vendicatori), dalla moglie Ivy Douglas e del loro ospite Cecil Baker, amico di vecchia data di Douglas. Con Leonardo Severini (Ames), Cesarina Gheraldi (Mrs. Allen), Anna Miserocchi (Ivy Douglas), Mario Erpichini (Cecil Baker), Francesco Paolo D'Amato (Jack McDonald), Antonietta Lambroni (Mrs. Clarke), Francesco Sormano (Ispettore McDonald), Enrico Ostermann (Ispettore Mason), Giuseppe Mancini (Jackson), Mario Laurentino (Sergente Wood), Ernesto Colli (Turner), Francesco Vairano (usciere), Michele Borelli (Groom), Andrea Bosic (John Douglas/ John McMurdo), Nino Pavese (McGinty).

L’ultimo dei Baskerville, pubblicato nel 1902, è una delle storie più famose di Conan Doyle, qui raccontata con alcune differenze soprattutto nell’antefatto, ma la sostanza rimane la stessa: a seguito della morte misteriosa di sir Charles Baskerville, il nipote Henry diventa unico erede delle sue ricchezze e arriva nella tenuta di Baskerville dall’America per prenderne possesso. Holmes e Watson, giunti sul posto dopo aver ricevuto l’invito di sir Charles, iniziano le indagini scoprendo che la vicenda coinvolge una leggenda di famiglia vecchia di secoli e un fantomatico cane demoniaco. Fingendo di lasciare il solo Watson in aiuto dell'erede Henry Baskerville, nipote della vittima, Holmes continua l'indagine individuando il colpevole in John Stapleton, un vicino in realtà discendente dei Baskerville che, conoscendo la malattia di cuore di sir Charles, gli ha scatenato contro un vero grosso cane provocandone la morte per attacco cardiaco e attuando poi lo stesso piano contro il nipote allo scopo di diventare l'erede della proprietà. Salvato sir Henry per un soffio, Holmes e Watson inseguono Stapleton ma l'assassino commette l'errore fatale di entrare nella palude della brughiera in piena notte non emergendone più. Con Franco Volpi (Maggiore Frankland), Paolo Carlini (Sir Henry Baskerville), Antonio Salines (John Barrymore), Adolfo Geri (Dottor Mortimer), Anna Maria Ackermann (Elisa Barrymore), Marina Malfatti (Beryl), Sergio Reggi (Sergente Reynolds), Franco Scandurra (John Stapleton), Michele Mattera (Richard), Marco Pasquini (soldato), Attilio Fernandez (Perkins).

 

Le reazioni

 

Lo sceneggiato andò in onda dal 25 ottobre al 29 novembre 1968 sul Secondo Canale, alle 21:15. Avrebbe dovuto debuttare l’11 ottobre ma all’ultimo momento un cavillo contrattuale con gli eredi di Conan Doyle bloccò la messa in onda, slittando così al 25. All’epoca il giallo era un genere molto seguito dagli spettatori italiani – andavano forte il tenente Sheridan con Ubaldo Lay, Le inchieste del commissario Maigret con Gino Cervi, e da lì a poco avrebbe debuttato Nero Wolfe, con Tino Buazzelli – ma questo Holmes non entrò esattamente nel cuore del pubblico. Una lettera di uno spettatore, ad esempio, lamentava: “l’eccessiva lentezza, la suspense diluita in disutilissime lungaggini, i melensi complimenti reciproci fra Holmes-Gazzolo e Watson-Bonagura, tutto l'episodio conclusivo è stato guastato dalla recitazione nevrotica, quasi isterica dell'attore che impersonava l'ispettore di polizia”. Le altre sono su questo tenore, e i quotidiani non furono teneri. La Stampa del 9 novembre 1968, annota su La valle della paura: “è una storia lenta, diluita, che al lettore di oggi risulta quasi insopportabile. Comunque, con tutti i suoi gravi difetti, era un impianto nient’affatto disprezzabile, con un meccanismo che, depurato dai florilegi di un vecchio stile di sapore decadente e da divagazioni e disquisizioni inutili, si rivela piuttosto ben congegnato”; dopo averso visto Il mastino di Baskerville, il recensore finalmente rimane soddisfatto e il 16 novembre scrive: “L'avvio è stato impeccabile, come giallo (…) Bisogna dire che questa sequenza era molto ben realizzata, con un senso abile di suspense che ne «La valle della paura» avevamo atteso invano per tre puntate. Ma anche dopo, salvo un paio di brevi cadute qua e là, il ritmo s'è mantenuto soddisfacente. Il dialogo a tre (Carlini, Gazzolo e Bonagura) è andato in crescendo e il finale del capitolo con l'ululato agghiacciante dell'ignoto mostro, e col servo sorpreso a fare segnali, e Sherlock Holmes che insegue un individuo nella landa e che per poco non ci rimette la pelle, infilzato da un pugnale, era teso e condotto col gusto del classico racconto del terrore. (…) Nando Gazzolo ci è sembrato meno professorale e Gianni Bonagura meno stupefatto”. Le critiche dell’epoca hanno comunque fatto il suo tempo, al di là del contesto storico degli sceneggiati Rai che non brillavano per ritmo ma ricambiavano in grandezza d’attori e confezione, e oggi lo Sherlock Holmes di Gazzolo è fra i più ricordati negli attori non anglosassoni che si sono cimentati in questo non facile ruolo. 

 

Dietro le quinte

 

Edoardo Anton si approcciò al copione con il cruccio fondamentale di quale taglio dargli. “L’ostacolo maggiore ad una trasposizione di Sherlock Holmes per la televisione italiana era rappresentato dall'elemento più valido dell’epoca di Conan Doyle: il suo personaggio principale; che, proprio perché era assai tipico e controcorrente per la sua epoca, oggi ci è terribilmente lontano. Oggi l'ideale di Uomo per il Mito è esattamente l'opposto di Sherlock Holmes: è James Bond. E per contro l'ideale, non da mitizzare, ma per riconoscervisi, è il famigliare Maigret: grosso, comune, simile ai mille uomini della strada, tutto birra, salsicce e domenica alla osteria fuori porta con la «sua Signora». In quale modo la gente di oggi potrebbe accettare un tipo quale Sherlock Holmes, inventato da un baronetto dell'Ottocento inglese, che gli presta senza volerlo le deformazioni e i pregiudizi della sua casta? Holmes agli occhi del nostro lettore moderno appare decadente o «dannunziano», molto presuntuoso e un po' ridicolo, semplicistico, monotono nei metodi, molto fumo intellettuale e poco arrosto poliziesco, con una fortunaccia indecente nel trovare sempre, al momento giusto, la zacchera di mota conosciuta o il mozzicone di sigaro speciale o il tatuaggio rivelatore. E sopra tutto non gli sarà perdonato il suo non giustificato isolamento sentimentale, il suo disprezzo per le donne: all'occhio di oggi, un uomo simile è antipatico o sospetto. Comunque, in entrambi i casi, un eroe da rifiutare. D'altra parte, la straordinaria fama del Personaggio, l'epoca e il luogo (quella, anche letterariamente, favolosa Londra fine ‘800) sono indubbiamente elementi di fascino spettacolare che non vanno sottovalutati o buttati via alla leggera. Per tali contrastanti ragioni, accingendomi alla trasposizione televisiva di Sherlock Holmes, pensai sulle prime che la miglior soluzione fosse quella di insistere sui difetti del personaggio, rilevandoli satiricamente anziché nasconderli e smussarli, e presentare al pubblico un Holmes in chiave leggiadramente farsesca”. 

Fortunatamente Anton cambiò totalmente idea dopo aver visto (o saputo, poiché si cita una serie televisiva inedita in Italia) il telefilm della BBC del ’65 interpretato prima da Douglas Wilmer nel ruolo principale, e poi 

Da Peter Cushing. “Questa nuova linea della BBC mi convinse”, scrisse Anton. “Modificando la mia prima decisione, anch'io dunque avrei insistito sul clima alla Poe ogni volta che se ne offriva l'occasione, per dare a questa serie un suo carattere che la distingua fortemente da altre poliziesche di successo, ad esempio quella di Maigret; e per puntellare con altro colore l'oggi debole giallo di Conan Doyle. Come nelle precedenti versioni si era messo il rosa, il comico, accanto a quel giallo, io avrei messo il nero. Inoltre avrei prosciugato il personaggio di Sherlock Holmes non solo degli svolazzi esteriori ma anche di molti interiori. Gli avrei tolto parte di quell'ingenua vanità da filodrammatico che tende a far colpo, che vuole stupire, gli avrei tolto naturalmente la siringa per iniezioni e di conseguenza quel decadentismo estetizzante, e quel suo ostentato disprezzo per le donne. Non dico — con questo — che ne ho fatto un dongiovanni: sarebbe stato uno snaturarlo. Ma non ho toccato il problema. Holmes è uno scapolo e vive solo. Ecco tutto. Mi basta aver eliminato la inutile (e sospetta) polemica contro le donne”.

Misoginia, droga, supponenza sparirono da questa trasposizione italiana, con pace per i severi censori della Rai dell’epoca.  

Come si è detto prima, la lavorazione si è svolta nell’estate del 1968 fra Napoli e Londra. Annota Il Radiocorriere Tv in un articolo dell’epoca: 

 

“Il regista Morandi, che un anno fa in Inghilterra diresse il film L'oro di Londra, ha scelto per ambientare le avventure di Sherlock Holmes due castelli della contea di Norfolk — a 170 miglia da Londra — con caratteristiche totalmente differenti: sinistro, desolante quello di Oxburg Hall per La valle della paura: e accogliente, ricco e vasto quello di Blickling Hall per ll mastino dei Baskerville. La troupe televisiva di Morandi ha trascorso più di un mese in Inghilterra, dove sono stati girati più di 10 mila metri di pellicola, equivalenti al materiale necessario per un paio di film. «Si è fatto in un mese», insinua Carlini, «un lavoro per cui la gente del cinema avrebbe impiegato sei mesi, perché a Cromer, dove risiedevamo, gli unici luoghi allegri, con dei fiori, erano i cimiteri! Si viveva ossessionati dalla luce e dalla solitudine: il sole calava alle 11 di sera e gli alberghi erano senza tapparelle! E già alle 8 di sera non c'era anima viva per le strade. Gli spaghetti poi ce li servivano con un sugo dolciastro di frutta». Il primo a portare a termine la sua fatica è stato Roby, il terribile mastino. «Un animale eccezionale», dice Morandi, «di un'intelligenza rara, che alla fine non ubbidiva più all'istruttore, ma a me. Scattava appena ordinavo “Motore, azione!”».

Poi il mastino e Sir Henry, lontano dal set, sono diventati amici. «Robv si è rivelato docile fino a quando non è stato preso a revolverate», interviene Bonagura, «c'era una scena in cui io, Watson, dovevo sparargli contro, ma senza colpirlo, perché questo onore è riservato alla mira infallibile di Sherlock Holmes. Ebbene Roby si è ribellato. Personalmente mi sentivo protetto dalla presenza, alle mie spalle, dell'istruttore; non altrettanto sicuro si è invece dimostrato il sergente Raynolds, cioè Sergio Reggi, il quale ha preferito darsi alla fuga!». 

La realizzazione de II mastino dei Baskerville è stata per la troupe una serie di corse al brivido. Lo stesso Paolo Carlini è rimasto vittima di una caduta da cavallo mentre al galoppo si recava all'appuntamento in un bosco con Beryl (Marina Malfatti). L'incidente ha successivamente indotto il regista a far ripetere la scena con l'innamorato su un più sicuro calessino. Ben più spaventevole per l'attore romagnolo, che non aveva voluto ricorrere alla controfigura, è stata la scena dell'aggressione da parte del terribile mastino: «Quando mi è saltato addosso, Roby ha spezzato con un morso il bastone che tenevo in mano per proteggermi il volto. Tempestivo è stato lo “stop” di Morandi! La scena non l'ho ripetuta: non mi sembrava proprio il caso di scherzare ulteriormente con Roby, che per l'occasione era stato aizzato». In questo giallo della serie di Sherlock Holmes, oltre a dar vita all'ultimo rampollo della dinastia dei Baskerville, Paolo Carlini impersona anche il vecchio Sir Charles, un uomo che ha fatto fortuna nelle Indie e che ha un grosso sfregio sul volto. Ed è Sir Charles la prima vittima del mastino che il pubblico vedrà sui teleschermi”.

 

Il ricordo di Nando Gazzolo

 


Lo Sherlock Holmes impersonato da Gazzolo, continuava l’articolo, “si differenzia da quello leggendario perché è stato modernizzato e spogliato di ogni frangia macchiettistica. Il «nuovo» Holmes ha in comune con quello tradizionale l'intelligenza superiore, lo snobismo e l'eccezionale freddezza: e naturalmente la pipa e il cappellino a doppia visiera. «E' un personaggio difficile da interpretare», spiega Gazzolo, «perché Sherlock Holmes tutti lo conoscono o credono di conoscerlo, e ognuno s'è fatto una sua idea del personaggio. Per entrare nei panni del celebre detective inglese ho dovuto leggere i gialli di Conan Doyle, che ignoravo». Il detective è celebre anche per la passione per gli esperimenti scientifici e il violino. «Sono stato costretto», prosegue Gazzolo, «a farmi prestare le mani da un violinista di professione perché io non so suonare una nota». Il personaggio ora «ricreato» da Gazzolo ha già incontrato i favori della «Sherlock Holmes Society» di Londra, che oggi si batte contro la deformazione macchiettistica della figura del leggendario investigatore, specie nei fumetti che si vendono in Inghilterra. Sfogliando queste pubblicazioni si ha la sensazione che con il passare del tempo Sherlock Holmes potrebbe diventare un James Bond con pipa e cappellino”.

Nel 2010, intervistato da Alessandra Calanchi, docente di lingue e letterature angloamericane all'Università di Urbino, l’attore ricordò: “l’esperienza è stata bellissima, ma più per aver scoperto Sherlock Holmes, perché in realtà io lo conoscevo di fama, ma non avevo letto neppure un libro, quindi per me la lettura è stata affascinante e bellissima; e poi capitare proprio in Inghilterra nei luoghi di Sherlock Holmes, bè, è stato emozionante, molto, molto emozionante. Sono stato molto felice di farlo, anche se io non sono affatto Sherlock Holmes caratterialmente, perché il motto di Sherlock Holmes è “osservare, concatenare e dedurre”: io non sono un bravo osservatore perché sono molto distratto. Quindi al contrario, non posso concatenare e nemmeno dedurre, perché se non osservo tutto il resto non funziona più̀: invece lui è un personaggio meraviglioso perché c’è questa intelligenza superiore alla media che lo rende così affascinante. Mi piace essere in certi momenti, o meglio, mi è piaciuto, essere come Sherlock Holmes, perché ha questa intelligenza superiore, che io non ho (ho un’intelligenza normale): un’intelligenza veramente superiore alla media, se no non riuscirebbe a risolvere certi casi. Lui li risolve perché ha un’intelligenza superiore alla media, e mi sentivo così importante anche io: «ah, come sono intelligente!»”.

Nel ’99, in una intervista telefonica, parlò invece delle riprese in Inghilterra: “Ricordo che girammo gli esterni nell'East England. Mi piacque moltissimo la campagna inglese. Ne rimasi innamorato. Credo che il clima sia il principale responsabile di quei prati verdi, di quelli scorci indimenticabili che ancora ricordo. Io vivo in campagna, amo la campagna, ma di quella inglese mi infatuai. Non ricordo precisamente il nome del luogo. La scelta delle zone dove girare può differire dalla originale in cui si sono svolti i fatti, e questo per varie ragioni. Bisogna guardare anche alla facilità di raggiungere i luoghi, alla vicinanza con posti "utili" per registrare. Si cercava un luogo dove ci fosse vicino un castello, una brughiera ed una pianura in modo da poter limitare gli spostamenti con la troupe. Ma ricordo che il castello dove girammo non andava bene. Un signore inglese mi fece notare che non era fedele alla storia. C'era la necessità di un fossato dove doveva sparire l'arma del delitto. Ma quel fossato non era adatto. Proprio un inglese che assisteva alle scene me lo fece notare. Ricordo invece la gentilezza e la cortesia degli abitanti del luogo. Se giravamo vicino ad una villetta, ad esempio, capitava spesso di essere invitati per una tazza di the. Ricordo anche che la stampa locale fu molto interessata al nostro lavoro. Fummo intervistati dalla BBC, se non erro, ed anche da alcuni giornali locali. Ricordo ancora il titolo di uno di questi «Giovane attore italiano interpreta SH». Allora ero giovane, beh, ero più giovane. Ma suscitammo un certo scalpore e nei giornali locali si dovrebbe poter trovare una traccia”.

 

Watson

 

“Un aspetto molto importante è costituito dai rapporti fra Holmes e il suo amico e collaboratore dottor Watson”, scrisse lo sceneggiatore Edoardo Anton in un articolo per Il Radiocorriere Tv. “Nelle versioni diciamo «comiche» delle Avventure di Sherlock Holmes era logico che Watson fosse la «spalla» sciocca da prendere in giro. Che questo atteggiamento sia divenuto un cliché è provato dalla famosa frase che Holmes dice spesso a Watson: «Elementare, Watson!». Chi non la conosce? Ebbene questa frase non è mai stata scritta da Conan Doyle. Non appare in alcun romanzo né nei racconti. È una espressione nata dalle versioni comiche altrui. Conan Doyle, al contrario, ha impostato il rapporto Watson-Holmes su di una franca amicizia reciproca e su reciproca stima. In più — è naturale — c'è in Watson grande ammirazione per il celebre amico, ma questi non sottovaluta né il buonsenso del suo collaboratore, né le sue generose qualità morali neppure la sua perspicacia anche se talvolta si diverte — lui, lo specialista — a fargli sotto gli occhi i suoi giochi di prestigio mentali. D'altronde Sherlock Holmes, se è un dilettante nell'esercizio dell'investigazione per ciò che riguarda il denaro (per quanto... di che altro vive?), si considera un professionista quale criminologo e non s'aspetta certo, su questo terreno specifico, che un medico possa stargli alla pari. Sarebbe quindi illogico che lo offendesse o lo prendesse in giro”.

Parlando di Bonagura e su come avesse costruito il personaggio di Watson, Gazzolo disse: “È stata un’esperienza molto bella, perché lui è riuscito a dare al personaggio un’intelligenza, quindi era un collaboratore di Sherlock Holmes, non era... invece tante volte lo si vede come un po’ passivo, uno che purtroppo non è intelligente e se non ci fosse Sherlock Holmes non avrebbe capito niente. Invece no, lui l’ha fatto intelligente: non come il suo grande amico, ma intelligente, comunque. E quindi il rapporto era più bello, perché era uno scambio di intelligenze: dove Sherlock Holmes ovviamente andava sempre oltre...”. 

Bonagura, intervistato anche lui telefonicamente nel ’99, parlò soprattutto delle location: “Mi ricordo che un posto dove sicuramente abbiamo girato è Cromer. Se lei guarda su una carta lo trova a meno di cento chilometri da Londra. Ci stemmo una settimana, credo, girando in un castello dove avevano affittato alcuni locali. E poi nei dintorni per gli esterni. Per altri esterni abbiamo girato, per esempio, sul lago di Nemi. Non saprei dirle con precisione in che posto. Però evidentemente, o la vegetazione od in riva al lago qualche cosa poteva richiamare, poteva essere così ingannevole ed equivoco tanto da potersi usare come se fosse Inghilterra. Mi ricordo che girammo in estate perché ricordo che soffrivamo il caldo con i costumi, con i cappotti”. 

Uno degli aspetti più interessanti di questo Sherlock Holmes, secondo me, è che gli interpreti principali erano due eccellenti attori e doppiatori: poiché la scuola all’epoca era il teatro, gli attori erano tutti dotati di una bella, carismatica o caratteristica voce. E su questo aspetto, segnaliamo due ulteriori contributi nel mondo di Holmes da parte di Bonagura: prestò la voce a Marty Feldman nel personaggio del Sergente Orville Stanley Sacker, specie di Watson minore nel film parodia di Gene Wilder Il fratello più furbo di Sherlock Holmes (The Adventure of Sherlock Holmes' Smarter Brother, 1975), e a Peter Cushing nel film tv La maschera della morte (1984), in una storia apocrifa di Sherlock Holmes. Gazzolo, invece, fu chiamato per prestare la voce all’attore inglese Lance Percival in Concerto per pistola solista (1970), “stracult” di Michele Lupo, nel quale interpretava un commissario di Scotland Yard: nel doppiaggio non a caso ripete spesso “elementare, elementare” e ha un tono alla Holmes…

 

Dove vederlo

 

La Fabbri Editori pubblicò una lunga collana di DVD dedicata agli sceneggiati di genere giallo prodotti dalla RAI, incluso ovviamente Sherlock Holmes, nel 2009. Nel 2013, è la stessa Rai ad aver pubblicato un cofanetto di due dischi, oggi ancora in catalogo. Ma più facile cliccare qui: https://www.raiplay.it/programmi/sherlockholmes-losceneggiato  

 

Fonti bibliografiche

 

Edoardo Anton, Il professore che batté Scotland Yard, Radiocorriere Tv, n. 31 del 28 luglio-3 agosto 1968.

Ernesto Baldo, Brividi fuori programma per girare Sherlock Holmes, Radiocorriere Tv, n. 41 del 6-12 ottobre 1968.

Gianluca Salvatori, Al telefono con Sherlock Holmes, The Strand Magazine, n. 3, dicembre 1999 (http://www.unostudioinholmes.org/telefono.htm).

 

mercoledì 27 settembre 2023

Sherlock Holmes nel cinema muto italiano


Non fatevi ingannare dal titolo di questo articolo: non esiste nessun Sherlock Holmes italiano nel cinema muto. Eppure, il personaggio nato dalla penna di Arthur Conan Doyle è considerato fra i più rappresentati nella storia del cinema. Chi scrive, è un appassionato che ha cominciato a leggere i primi romanzi in età prescolare, per diventare poi accanito spettatore delle numerosissime serie cinematografiche. Tutte le fonti concordano che il primo film dedicato all’investigatore privato risalga addirittura al 1903, intitolato Sherlock Holmes Baffled: in meno di un minuto, l’investigatore viene buggerato da un ladro che scompare e appare a suo piacimento. Quindi il primo film su Holmes fu una produzione non inglese e una aperta parodia del personaggio. In Italia l’infallibile Holmes sarebbe arrivato nel 1895 con una manciata di romanzi per la Casa Editrice Verri di Milano, per poi passare, nel 1899, al Corriere della Sera che pubblicherà, a puntate su La Domenica del Corriere, gran parte dei racconti di Holmes: il grande successo ottenuto presso i lettori italiani spingerà una serie di editori a pubblicare i romanzi e varie antologie in più edizioni. Nei primi anni Dieci del Novecento Holmes era quindi abbastanza famoso per essere imitato o trasportato nel pioneristico cinema italiano che proprio in quel periodo stava correndo verso una produzione ampia e persino esportabile all’estero. L’affermazione che il primo e unico (per il momento) Sherlock Holmes italiano è stato Nando Gazzolo per la serie di telefilm prodotti dalla Rai nel 1968, è corretta; ma in precedenza, nel periodo del muto, sono state diverse le parodie girate dai primi comici del cinema italiano. Gran parte di questi film, alcuni brevissimi, sono andati perduti, ma ne riportiamo qui titoli e dati necessari per l’approfondimento necessario (la fonte principale è I comici del muto italiano, a cura di Paolo Cherchi Usai e Livio Iacob, «Griffithiana», La Cineteca del Friuli, nn. 24-25, ottobre 1985). 

NB: in alcuni film il titolo storpia il nome di Sherlock Holmes in Sherlok, sicuramente un espediente per evitare noie per i diritti, o un plausibile e costante errore ortografico.

NB2: Nell'autorevole libro Sir Arthur Conan Doyle at the cinema (1996), di Scott Allen Nollen, viene riportato il film The Flea of the Baskervilles (1915) come produzione italiana, ma era in verità il tedesco Der Floh von Baskerville, prodotto dalla Luna Films.

NB3: il film muto più noto di Sherlock Holmes, interpretato da William Gillette nel 1916, nonostante alcune fonti lo indicano distribuito da noi, è in verita inedito in Italia. E' stato proiettato durante le Giornate del cinema muto di Pordenone nel 2015, in seguito al clamoroso ritrovamento di una copia francese, avvenuto l'anno precedente.


***

 

Un rivale di Sherlock Holmes (1907). Prodotto dalla Ambrosio (Torino), 165 metri. Film perduto di cui si sa veramente pochissimo. Il film è però uscito negli Stati Uniti, dove ha ricevuto anche una recensione favorevole (“Numerose le scene emozionanti e gli scontri fisici. Un soggetto sensazionale di superbo effetto drammatico, senza caratteristiche discutibili”, The Moving Picture World, 2 maggio 1908).

 

Il piccolo poliziotto (1909), prodotto dalla Itala Film, è noto anche come Il piccolo Sherlock Holmes. È un film di genere drammatico dove è presente vagamente lo spirito investigativo di Holmes nel personaggio del figlio di un viaggiatore rapito da due briganti in cambio di un riscatto (la cifra riportata è di diecimila lire: sono quarantaduemila euro odierni!). Il giovane trova il covo dei briganti, li affronta uccidendoli con un fucile e libera così suo padre. 

 

Fricot emulo di Sherlok Holmes (1913), con Armando Pilotti (Fricot). Prodotto dalla Ambrosio (Torino), 205 metri. Il personaggio di “Fricot” fu inventato nel 1910 dall’attore Ernesto Vaser (Torino, 1876-1934), piccolo di statura, un po' corpulento, ma agile, per la casa di produzione piemontese Ambrosio. Nel febbraio del 1912 Vaser lasciava l’Ambrosio per l'Itala, dove avrebbe impersonato un altro analogo personaggio, Fringuelli, e, a quanto pare, venne sostituito nella serie di Fricot da Armando Pilotti e da Cesare Gravina. La comica è andata perduta.

 

Più forte che Sherlock Holmes (1913), regia di Giovanni Pastrone, con Emilio Vardannes (Totò Travetti), prodotto dalla Itala Film (Torino). Sono due episodi rispettivamente da 198 e 230 metri (il secondo ha un visto censura datato 1914): dal 1989 il Museo del cinema di Torino conserva una copia ritrovata al Nederlands Filmmuseum, ed è visionabile nel loro profilo Vimeo. “Conferma – ove ce ne fosse ancora bisogno – la grande abilità di Segundo De Chomón nell’utilizzo dei trucchi, qui profusi a piene mani e tutti finalizzati a dare alla divertente vicenda un ritmo cinematografico vivacissimo ed incalzante, una vera e propria elettrizzazione del racconto”. (Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano, 1913, Bianco e Nero, Nuova Eri, 1994, pag. 132). Link: film.
Vardannes, il cui nome era in verità Emile in quanto parigino, aveva inventato il personaggio di Totò nel 1911 dopo essere stato assunto come attore dall’Itala Film; l’anno successivo passò alla Milano Films con un personaggio molto simile a Totò di nome Bonifacio. 

 

Krì Krì contro Sherlok Holmes (1915), con Raymond Frau nel ruolo di Krì-Krì. Prodotto dalla Cines, 125 metri.  La disfatta di Sherlok Holmes o Krì-Krì sconfigge Sherlok Holmes (1915), con Raymond Frau nel ruolo di Krì-Krì. Prodotto dalla Cines, 145 metri.  
L’attore Raymond Fran, in arte Ovaro, nato nel Senegal nel 1887 da padre italiano e madre francese, era diventato in Francia un clown/acrobata da circo, e si esibiva in un duo nei varietà e nei caffè-concerto, compiendo tournées anche in Italia. Notato e assunto dalla Cines nel 1912, con il personaggio di Kri Kri creò un personaggio di “viveur” elegante, segaligno e mattacchione, per certi versi ispirato al modello messo in auge in Francia da Max Linder. Nel ruolo di Kri Kri, Ovaro raggiunse comunque larga popolarità e risultati di buon rilievo, qualitativo e quantitativo, nel cinema italiano e internazionale, spesso lavorando assieme ad altre macchiette della Cines, come Checco, Lea e Cinessino. Nel 1915 ritornò in Francia, dove creò un altro personaggio di successo, Dandy.

 


Rodolfi emulo di Herlock Sholmes
 (1915), con Eleuterio Rodolfi. Prodotto dalla Ambrosio (Torino), 1050 metri. Film perduto.

Il bolognese Eleuterio Rodolfi (1876-1935), dopo una lunga attività teatrale, trovò la sua strada quando Arturo Ambrosio lo scritturò per il cinema, facendolo diventare subito popolare in una miriade di comiche e brevi commedie dove tratteggiava una lepida figurina di elegante e spesso sfortunato dongiovanni. Realizzatore oltre che attore, lavorò molto spesso in coppia con Gigetta Morano e con Emma Veda. Dal 1913 Rodolfi partecipò anche alla direzione artistica dello stabilimento Ambrosio, occupandosi soprattutto del settore comico e brillante. 

 

Camillo emulo di Sherlok Holmes (1921), con Camillo De Riso. Prodotto dalla Caesar-film (Roma), 1050 metri. Film perduto.

Camillo De Riso (1854-1924), aveva alle spalle una carriera teatrale quan-do, nell'ottobre del 1912, venne assunto all'Ambrosio di Torino. Qui formò con Gigetta Morano ed Eleuterio Rodolfi un trio comico di successo, ma fu solo quando passò alla Gloria, alla fine del 1913, che egli poté lanciare un personaggio tutto suo. Camillo, allegro buongustaio e impenitente libertino. Nella seconda metà degli anni Dieci fu anche regista di qualche opera di maggior impegno, come Spiritismo (1919), con Francesca Bertini.

 

Saetta più forte di Sherlock Holmes (1921), con Domenico Gambino (Saetta). Prodotto dalla Saetta-film (Torino), 1590 metri. Conosciuto anche come Saetta contro Sherlok Holmes.

Nel castello di Changeloup viene rapita la cagnetta della baronessa, un pechinese di nome Rirì. Accusata di scarsa sorveglianza, viene licenziata una cameriera, anch'ella di nome Rirì. La baronessa incarica due poliziotti privati, Sherlock e Holmes di ritrovare la preziosa bestiolina, ma i due non vengono a capo di nulla. Attratto dalla ricompensa di cinquemila lire, inter-viene Saetta, che dopo mirabolanti peripezie ritrova il cagnolino, ma chiede, oltre ai soldi, an-che la riassunzione dell'innocente cameriera. Intascato il premio di cui non sa che fare, capita in un istituto di trovatelli, gioca con loro e consegna i soldi al direttore dell'Istituto, perché li impieghi a favore dei piccoli. E ritorna alla sua solita vita di generoso vagabondo. (Aldo Bernardini, Il cinema muto italiano, 1921, Bianco e Nero, Nuova Eri, 1996, pag. 290).

Domenico Gambino, altro piemontese (1890-1968), aveva iniziato all’Itala Film nel 1910 come comparsa nella serie di Cretinetti (André Deed); passò all'Ambrosio Film nel 1916 come attore-regista e poi alla Pasquali Film. Due anni dopo fondò una propria casa cinematografica, la Delta Film, e nel 1920 fu interprete di un nuovo personaggio dal nome Saetta, trasformando la stessa Delta in Saetta Film. In seguito, Gambino rimarrà dietro la cinepresa anche nel cinema sonoro: nel 1949, ad esempio, girerà Torna a Napoli, che segnò il debutto cinematografico di Nino Manfredi.





domenica 25 settembre 2022

Vita privata di Sherlock Holmes

Nel ricordo come spettatore, The Private Life of Sherlock Holmes (1970) era per me uno dei migliori film di Billy Wilder, e rivedendolo recentemente posso ancora confermarlo, aggiungendo col senno di poi che è in assoluto la più bella versione apocrifa del famoso investigatore inglese. Eppure, quando uscì nelle sale fu un fallimento; per di più, ruota più interesse sulla sua travagliata storia produttiva che il film in sé, e nell’articolo di oggi cerco di ricostruire cosa successe attorno a questo “vulnerabile” Sherlock Holmes.

Billy Wilder aveva cercato di realizzare il suo film con Holmes sin dal 1955, quando lo propose senza successo a Rex Harrison, e poi nel 1963, con in lizza Peter O’ Toole e Peter Sellers nei panni rispettivamente di Holmes e del dottor Watson. Il film con i due “Peter” stava diventando realtà proprio agli inizi del’64 quando Sellers aveva cominciato le riprese di Kiss Me, Stupid per la regia di Wilder e le cose stavano procedendo filate. Purtroppo, il metodo di lavoro di Wilder rigido e ligio al copione si scontrò con la voglia di improvvisare di Sellers, e i rapporti cominciarono ad essere tesi. Il set confusionario com’era abituato avere Wilder stava stretto al concentrato Peter, sempre meno sicuro e tormentato dalle indicazioni del regista di fare come Jack Lemmon, di abbandonarsi cioè alla “magia” del set, e quando si presentò un fine settimana libero prese la famiglia, si fece prestare da Wilder dei soldi, e scappò a Disneyland. Sellers non tornerà più sul set: colpito da un grave infarto e costretto al riposo forzato, Wilder lo sostituirà velocemente, e così ogni progetto con l’attore sarà cestinato. 


Verso il 1967, Wilder e il suo sceneggiatore fidato I. A. L. Diamond cominciarono a scrivere la sceneggiatura basata su quattro storie inedite del dottor Watson che non erano state pubblicate perché contenevano questioni personali riguardanti Holmes, e venute alla luce cinquant’anni dopo la morte del dottore da suo nipote, incaricato come da disposizioni di Watson di aprire un baule contenenti ricordi delle sue avventure, e un manoscritto impolverato.  Disse Wilder: “Mi interessava questo scapolo misogino, il modo in cui funzionava il suo cervello. «Il migliore del secolo», come disse Watson del suo carissimo amico. Era solo una macchina pensante? Un occhio straordinario con grande intuizione? Con una grande combinazione di talenti? O c'era qualcosa nella sua vita che lo feriva, che gli dava emozioni? Odiava le donne? Perché si drogava? (lo sai che ha preso la cocaina.) Ho dovuto esplorare tutto questo, oltre alla sua meravigliosa relazione con Watson, un medico piccolo-borghese in pensione dall'esercito. Era una situazione come La strana coppia, solo con uno sfondo vittoriano: due scapoli che vivono insieme. L’abbiamo reso divertente e romantico. Non era un’analisi freudiana”. 

Il primo aspetto che caratterizzò una delle difficoltà che coinvolse la produzione fu la sceneggiatura. Tanto fu l’entusiasmo che Wilder e Diamond impostarono lo script come un film a episodi, che sono:

 

The Case of the Upside-Down Room

L’ispettore Lestrade invita uno annoiato Holmes a raggiungerlo nel quartiere di Limehouse per investigare sulla morte di un cinese, trovato senza vita in una stanza dove i mobili sono inchiodati al soffitto. Holmes liquida il caso come un falso architettato da Watson per distrarlo dall’uso di cocaina. (foto a sinistra)

The Singular Affair of the Russian Ballerina

Holmes viene invitato a passare del tempo con la famosa ballerina russa Madame Petrova in modo da concepire quello che lei definisce il futuro bambino perfetto, ma gentilmente l’investigatore declina l’offerta perché confessa di vivere con Watson poiché concubini. Watson, saputa la cosa, si arrabbia notevolmente con Sherlock per averlo fatto passare come omosessuale.

The Dreadful Business of the Naked Honeymooners

Holmes e Watson sono sulla nave di ritorno da Constantinopoli nell’estate del 1886, e vengono contattati dal capitano per investigare sue due cadaveri trovati in una delle cabine; per dimostrare la sua intelligenza, Watson propone a Holmes di investigare al suo posto, e letteralmente si scambiano i loro cappelli. Watson cerca di risolvere da solo il caso, quando si rende che si ritrovano nella cabina sbagliata. (foto sotto).

The Adventure of the Dumbfounded Detective

Una bellissima donna belga viene accompagnata a casa di Holmes priva di memoria e in fin di vita. Presto si scopre che è moglie di un ingegnere scomparso che stava lavorando ad un progetto di un sommergibile per conto del fratello di Sherlock, Mycroft, nella città di Loch Ness, in Scozia, camuffato proprio come il famoso mostro. Durante il viaggio in treno, Holmes confida a Gabrielle di essere stato innamorato di una ragazza quando era uno studente a Oxford, poi rivelatisi una prostituta. Questo inganno insegnò a Holmes che un coinvolgimento sentimentale nella sua posizione era impossibile.

 

Sono queste le storie che il regista voleva raccontare con il cast giusto. Senza O’Toole, troppo esigente per i suoi gusti, Wilder trova il volto giusto nell’attore Robert Stephens. Era il tipico attore inglese formatosi nel teatro impegnato, nel suo caso guidato dal mitico Laurence Olivier e spesso designato come suo erede. Al cinema aveva recitato in Cleopatra(1963), Romeo e Giulietta (1968) e La strana voglia di Jean (1969), ma a quanto pare Billy non aveva mai visto Stephens esibirsi sul palco o in un film prima d’ora. Aveva a malapena messo gli occhi su Stephens: “Non avevo mai visto Stephens se non per venti minuti al bar del Connaught Hotel. Ma ho pensato: «Ciò che è abbastanza buono per Larry Olivier è abbastanza buono per me»”. Come ha ricordato Stephens, “Abbiamo bevuto un drink. Non ho letto nulla o fatto un’audizione. Abbiamo chiacchierato e me ne sono andato. Ho pranzato con un amico drammaturgo e quando sono tornato a casa c’era un messaggio di chiamare il mio agente. Billy Wilder voleva che interpretassi Sherlock Holmes. Ero più euforico di quanto non lo fossi mai stato in vita mia”. Wilder disse a Stephens che non voleva che il film fosse buono o anche molto buono ma perfetto. Secondo Stephens, “Non gli importava quanto tempo ci volesse”.

Un attore scelto per il ruolo di Mycroft, il fratello maggiore di Holmes, fu George Sanders, ma dopo una settimana le sue condizioni di salute lo obbligarono a lasciare il suo film, con grande suo rammarico. Wilder lo sostituì con Christopher Lee. I fan di Sherlock ricorderanno che aveva già interpretato Henry Baskerville in The Hound of the Baskervilles (1959) con Peter Cushing, poi Sherlock Holmes in Sherlock Holmes und das Halsband des Todes (1962), e lo sarà ancora nei film per la tv Sherlock Holmes and the Leading Lady (1991) e Incident at Victoria Falls (1992). Per Lee, l’esperienza con Wilder fu una delle più importanti della sua carriera. Sul set, Wilder non faceva mai menzione della carriera precedente di Lee come il dottor Dracula, ma una volta solamente mentre giravano degli esterni notturni nel tetro lago di Loch Ness, mentre svolazzavano dei pipistrelli gli disse, “Scommetto che ti sentì un po’ a casa”. Colin Blakely fu scritturato come il dottor Watson: come Stephens, anche lui faceva parte della compagnia teatrale di Laurence Olivier.


Vita privata di Sherlock Holmes iniziò le riprese ai Pinewood Studios di Londra a metà maggio del 1969, con un budget di 10 milioni, di gran lunga il più grande della carriera di Billy. C’erano diversi set elaborati da costruire, tra cui una vasta distesa di Baker Street, un intero transatlantico costruito su scala considerevole e un sottomarino funzionante a forma di mostro di Loch Ness. La United Artists e la Mirisch Company giustificarono questi costi pianificando un trattamento speciale per Sherlock Holmes, seguendo lo schema che avevano già testato con altri precedenti grandi successi realizzati: una distribuzione limitata e un biglietto del cinema più caro, avrebbero reso il film più “esclusivo” e importante. La strategia aveva funzionato con My Fair LadyLawrence d’ArabiaDr. Zivago, e loro erano convinti che si sarebbe ripetuto il successo. 

Intervistato da Cameron Crowe, Wilder ebbe parole d’elogio per il suo prim’attore: “Stephens era un uomo meraviglioso. Era un bravissimo attore e somigliava moltissimo a Sherlock Holmes, almeno come me l'ero sempre immaginato. Nel privato era cordiale e gentile, e sul set recepiva le mie indicazioni con estrema docilità”. Crowe incalza che Stephens aveva dichiarato nelle sue memorie che quella di Sherlock Holmes era stata un'esperienza snervante, e allora Billy si giustificò: “Non era abituato a lavorare al mattino presto. Gli attori di teatro iniziano di pomeriggio e recitano tutto il testo senza interruzione. Adoravo lavorare con lui. Era un attore colto e molto professionale, capace di memorizzare pagine e pagine di dialogo senza errori. Ad ogni stop, avrebbe potuto tranquillamente andare avanti per altre quattro o cinque pagine!”.

Eppure, più scene girava Robert Stephens, più diventava esasperato per le richieste di precisione di Wilder e Diamond. La fiducia di Stephens veniva consumata ogni giorno che passava mentre lottava per dare forma, suono e gesti a quella che Billy continuava a chiamare la sua “storia d'amore tra due uomini”. Quando stavano girando la scena in cui Holmes, in un negozio abbandonato con Watson e Gabrielle, sega una inferriata, scivola attraverso il passaggio e salta su un materasso sottostante, a Wilder non piacque affatto quello che aveva visto. Agitando furiosamente le indicazioni con un fazzoletto, Billy gridò: “Dai! Ci sono cervello e muscoli lì! Fallo sembrare difficile!”. Ciak due, ma niente, “C'è una mancanza di eleganza in quel taglio!” urlò Billy. Gli attori erano scossi, in particolare Stephens. Fortunatamente per loro, la ripresa successiva fu buona. Tuttavia, Stephens si sentiva come se fosse “passato attraverso il tritacarne ogni giorno”. Riferendosi al modo in cui a volte tratta i suoi attori, Wilder una volta ha detto che “a volte devi solo farlo con una frusta e a loro piace”. Ma non sempre. Anche Colin Blakely non era felice, ma aveva affrontato la tensione meglio di Stephens. Entrambi gli uomini furono scioccati dall'insistenza di Billy nel sottolineare ogni gesto con l'ultima sillaba. “Passavamo ore su una frase del tipo «Se la porta dello studio fosse aperta...» il che non significava assolutamente niente”, scrisse Stephens, “cambiando l’enfasi, sbattendo un martelletto o un posacenere sulla scrivania proprio mentre dicevamo l’una o l’altra sillaba finché l'intera cosa non si è asciugata completamente e ti è venuta voglia di correre, urlare, fuori dal set. Che è più o meno quello che ho fatto”.


Ad un certo punto si rischiò di non finire il film. Il 14 ottobre 1969, su Variety apparve un minuscolo trafiletto con sopra scritto: “Robert Stephens, che ha recitato in La vita privata di Sherlock Holmes per Billy Wilder, ha dovuto ritirarsi per ordine del medico dal cast del film Tre sorelle, per la regia di Laurence Olivier. Stephens è stato sostituito da Alan Bates”. I giornali britannici riferirono in seguito che Stephens era crollato per la stanchezza e lo stress, ma in realtà si era quasi suicidato. I suoi nervi erano crollati. Dimagrato su richiesta di Wilder per il ruolo, si sentiva debole, ed era costretto ad un calendario di riprese fitto di dodici ore al giorno per settimane, mentre sua moglie, Maggie Smith, era andata nel Sussex con i loro due figli per recitare in una commedia. Il suicidio non era l'obiettivo di Stephens, almeno non a livello cosciente, ma nel bel mezzo delle riprese inghiottì una pila di sonniferi e li ha innaffiati con una bottiglia di whisky. La produzione si bloccò diverse settimane, e Wilder fu preso da un senso di colpa profondo. Come ha scritto Stephens, “Billy era terribilmente sconvolto e disse che era tutta colpa sua. Ma non lo era, davvero. È stato il culmine delle cose”. Billy, scosso e contrito, decise di non preoccupare la sua star: “Avremmo continuato e finito il film e saremmo andati un po' più piano e non avremmo affrettato le cose”, ha ricordato Stephens quanto gli disse Wilder. “Ma ovviamente quando sono tornato era tutto esattamente lo stesso”. Le riprese si concluderanno nel mese di novembre, con la troupe letteralmente sfinita.

 


Nel marzo 1970, Wilder tornò a Londra per un’apparizione al National Film Theatre, e rispondendo a una domanda su come si fosse rivelato Holmes, Wilder rispose: “È come chiedere a una donna incinta com'è il bambino. Non l'ho ancora visto e non lo farò finché non lo vedrò con un pubblico”. 

In effetti, aveva sicuramente visto il montaggio di tre ore e venti minuti che lui e il suo montatore, Ernest Walter, avevano consegnato alla Mirisch di Los Angeles. “Con mio grande stupore, si sorpresero parecchio”, ricorda Walter. “Ma avendo letto la sceneggiatura, in primo luogo, era ovvio che sarebbe stato un lungo film”. L’ansia della United Artists e dei fratelli Mirisch per il film lungo, esorbitante e intimo di Billy aumentò notevolmente dopo le anteprime iniziali: il pubblico l'aveva trovato noioso. Allarmati, chiesero a Billy di ridurre considerevolmente il film. 

Ricordò a Crowe: “L’anteprima andò piuttosto male e io... lo lasciai al suo destino. Non avevo nessuna voglia di risistemarlo. Mi trovai una situazione molto sgradevole, ed è stata l'unica volta che ho abbandonato un film. Era stato girato a Londra e non potevo tornare indietro e cercare di metterci una pezza girando nuove scene. Inoltre stavo già preparando il film nuovo”. Secondo lo scenografo Alexandre Trauner, il massacro di Holmes “non è avvenuto senza resistenza da parte sua. Ma Wilder pensava che se un film non è un successo immediato è perché ha fallito. Quindi ha lasciato che tagliassero le sequenze, e fu davvero un peccato”. Le parole del regista trent’anni dopo sono ancora ferite: “Misi Sherlock Holmes nelle mani fidate del mio montatore e degli amici della Mirisch Films - e lo massacrarono. Tanto che fui costretto a prendere un montatore inglese (Ernest Walter). Fu complicato da girare, molto. Il montatore e il produttore, poi, avevano idee ben precise su quali parti tagliare. Peccato che non coincidessero con le mie. Fu davvero un brutto periodo. Io adoravo quel film. Me lo hanno distrutto”. 

“Suggerii di rimuovere completamente l’episodio Upside-Down Room”, riferì Ernest Walter. Wilder lo fece ma la United Artists e i Mirisches erano ancora scontenti, quindi anche il prologo in banca con il nipote di Watson, il flashback su Oxford e la prostituta e l'intero Case of the Naked Honeymooners furono eliminati. Walter era preoccupato anche del finale poi montato, con Holmes che apprende della morte di Gabrielle e si ritira nella sua stanza con la cocaina, e suggerì a Wilder di tenere quello più buffo di Rogozhin, il valletto della ballerina russa che voleva accoppiarsi con Holmes, che arrivava a 221B di Baker Street per offrire delle rose a Watson, memore di quanto gli avesse detto Holmes sulla sua sessualità. Era un finale quasi omaggio di A qualcuno piace caldo, ma Wilder si rifiutò preferendo quello più triste. 


The Private Life of Sherlock aprì la sua corsa nelle sale al Radio City Music Hall di New York il 19 ottobre 1970 ed era già scomparso prima del Ringraziamento. Il suo intero guadagno fu di $1,5 milioni. La critica reagì bene sottolineando l’eleganza della operazione, mentre puristi gridarono alla lesa maestà e il pubblico non si divertì molto, forse perché non si aspettava uno Sherlock Holmes così diverso dal solito. In Italia uscì nel gennaio del 1971 con reazioni tiepide. Vale la pena citare almeno l’ottimo doppiato, con Gigi Proietti voce di Holmes e Luciano Melani voce di Watson.

Quindi, nei suoi finali 125 minuti il film racconta il fallimento di Sherlock come investigatore ma anche come uomo, distratto dai sentimenti e dall’ambiguità del personaggio di Gabrielle. Purtroppo, eliminando l’episodio di Oxford e della delusione con le donne, il film non spiega chiaramente la misoginia del personaggio con l’episodio della ballerina russa, lasciando il dubbio che Holmes più che non fidarsi per motivi passati, le donne sono per lui un ostacolo per la sua mente. C’è da dire che nonostante la travagliata storia produttiva, il film funziona benissimo ancora oggi e anzi conquista maggior fascino con il tempo che passa.

 

Il “macello” in moviola

 

Nonostante a Wilder non importasse più nulla del materiale tagliato, negli anni grazie alle edizioni home-video è stato possibile ricostruire quali sequenze avessero insoddisfatto i dirigenti della United Artists e della Mirisch. Dapprima nel laserdisc uscito nel 1994, e nel Blu-ray della Kino del 2014, nessuna scena è stata ritrovata completa di audio e video, e sono ricostruzioni effettuate con il sonoro ritrovato, brani di sceneggiatura e un filmato muto, sottotitolato per l’occasione. Qui trovate una recensione dettagliata del blu-ray. L’unico frammento di cui è rimasto un video è quello della coppia in luna di miele. La ricerca continua…

 

 


Fonti di riferimento

 

Sherlock Holmes on screen (Titan Books, 2011), di Alan Barnes; Knight Errant: Memoirs of a Vagabond Actor (Hodder & Stoughton, 1995), di Robert Stephens, con Michael Coveney; On Sunset Boulevard: the life and times of Billy Wilder(Hyperion, 1998), di Ed Sikov; Sherlock Holmes: a centenary celebration (Harper & Row, 1986), di Allen Eyles.