Nella metà degli anni Trenta i fratelli Marx erano il gruppo comico più famoso in America. I film girati per la Paramount - The Cocoanuts (1929), Animal Crackers (1930), Monkey Business (1931), Horse Feathers (1932), Duck Soup (1933) – aveva fatto accettare la loro comicità demenziale, divisa fra battute senza senso e gag visive ai limiti del surreale. Eppure bisognerà aspettare il passaggio alla potente Metro Goldwyn Mayer per trovare il momento giusto per distribuirli in Italia, con due film che avevano avuto un enorme successo in America, A Night at the Opera (1935), e A Day at the Races (1937). Il post di oggi racconta come e perché questo lancio non andò esattamente come avevano pianificato i distributori italiani.Premessa storica
Perché l’Italia ha fatto sì che diventassero una meteora nelle sale italiane durante il fascismo, quello sì, posso raccontarlo. Da quando la MGM entrò in Italia nel 1934 con una sede a Roma in Via Maria Cristina, mise le radici con una imponente base di lanci pubblicitari e presenza quasi totale nelle sale italiane: del resto gran parte dei film di maggiore successo nel nostro paese erano produzioni straniere, soprattutto americane. Un film in uscita diventava un evento straordinario, le tattiche di lancio erano scritte nere su bianco con vere guide al film, brochure che oggi sono pezzi da collezione e spiegano perfettamente la cura e le strategie da utilizzare: dai manifesti di più dimensioni, alle figure cartonate degli attori, alle frasi da inserire nei “flani” sui quotidiani e nelle numerose riviste specializzate. L’ufficio stampa della Metro aveva un bollettino che io stesso ho collezionato negli anni dal titolo La voce del leone: in un periodo di tempo importante, dal 1932 al 1938, venivano presentate le novità della stagione corrente. Nel ’38, poi, le leggi razziali e la chiusura del mercato italiano presso le case di produzioni straniere costrinsero gran parte degli Studi americani a ritirarsi (la Metro, fra questi). Praticamente i film americani importati in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale furono pochissimi, e, a volte, anche clandestinamente. L’ente che controllava questo monopolio si chiamava E.N.A.I.P.E. (Ente Nazionale Acquisto e Importazione Pellicole Estere). Sull’argomento vi segnalo un bellissimo libro di Gian Piero Brunetta, Il ruggito del leone (sottotitolo, Hollywood alla conquista dell’Impero dei sogni nell’Italia di Mussolini), pubblicato da Marsilio nel 2013.
Tuttavia, negli anni Trenta il cinema americano faceva il bello e il cattivo tempo nelle nostre sale, i distributori si affacciavano direttamente ai gestori, e l’umore del pubblico era più importante di una critica. Lo spettatore sognava le grandi stelle, incluse quelle comiche: la Metro aveva da poco licenziato il grande Buster Keaton quando la majors arrivò ufficialmente in Italia – per questo motivo il materiale d’epoca su di lui è troppo “vecchio” e difficile da trovare – ma aveva in scuderia Stan Laurel e Oliver Hardy, così famosi in Italia che nel ’34 la sede parigina fondò un vero e proprio fan club che nel giro di un anno aveva raccolto due milioni d’iscritti. Alla ricerca di novità sul campo comico, non appena i Marx arrivarono alla Metro, si preparò lo sbarco di Groucho, Chico e Harpo con i due film sopra citati.
Ma prima?
Rispetto a tutti i comici venuti prima di loro, Groucho, Chico e Harpo (escludendo il quarto, Zeppo, che aveva abbandonato il team anni prima) erano totalmente senza freni e come elemento preoccupante per i dirigenti della Metro avevano il fattore anarchia: i Marx lo erano fino al midollo, e il loro maggiore successo fino a quel momento era stato Duck Soup (1933), diretto da Leo McCarey, un capolavoro assoluto di comicità folle e che di base prendeva ferocemente in giro l’autarchia e i regimi. Si narra leggenda che Mussolini in persona si oppose alla distribuzione del film in Italia (ma forse, più plausibilmente, il film era poco commerciabile). L’Italia rimase così senza questo film per parecchio tempo, fino a quando venne doppiato per la televisione e mandato in onda il 12 aprile 1972, con il titolo La guerra lampo dei fratelli Marx.
Gli uffici stampa accorsero con un numero dedicato nella copertina e nell’articolo principale della Voce del leone nel n. 105 del 1 giugno 1937, qui sotto riportato.
Chico: "I'm a stranger here myself" (questa battuta c'è nel dvd, ma c'è un taglio subito dopo)
Groucho: "Aren't you an italian?"
Chico: "No, only my mama and papa is italian."
Groucho: "What's his name?" (riferendosi al tenore che vuole scritturare)
Chico : "It's an italian name." (questa è stata tagliata di netto) "I can't pronunce it."
La storia ruotava attorno ad una clinica in difficoltà economiche che un bizzarro dottore raccomandato da una ricca paziente cerca di risollevare, ma la salvezza arriva grazie ad una vincita alle corse dei cavalli.
Possiamo solo ipotizzare l’effettivo responso positivo del pubblico, ma l’accoglienza della critica è discordante. Su Cinema Illustrazione si divertono ma rinfacciano a Chico e Harpo di essere antiquati per il trucco e i costumi da vecchio circo, mentre Filippo Sacchi, storica firma del Corriere della sera, l’11 marzo 1938 scrive favorevolmente: “Tre superpagliacci. tre clowns trascendentali, per i quali l'arte e la tecnica del lazzo non hanno più nessun segreto, tre saltimbanchi della risata che hanno la mimica mediterranea dei Fratellini accoppiata all'ironia musicale di Grock, con un'infusione di frenesia americana che li fa stordenti e spasmodici: questi sono i fratelli Marx. Con essi è il circo equestre che entra ufficialmente al cinematografo. Perché i loro sketchs, le loro trovate, sono pure pantomime da circo equestre: di quegli intermezzi che i pagliacci usano improvvisare nell'arena, tra un numero e l'altro, mentre gli inservienti rastrellano la pista e drizzano gli attrezzi. Naturalmente, anche qui, il cinematografo ne fa un'altra cosa. Ne fa un'altra cosa, prima di tutto perché consente un'esecuzione che, senza perdere nulla del suo carattere estemporaneo, ha il rigore di un congegno perfetto. Ma soprattutto perché, con le sue infinite possibilità di prospettiva di tempo, la macchina da presa ne moltiplica l'acerbo funambolismo e la sbellicante forza (…).Tutto il film si accentra però sui fratelli Marx e sulla loro irriverente e pirotecnica follia. Questo è il quinto film girato dai Marx. Potremmo umilmente domandare di vederne un altro paio?”.

L’avventura delle meteore Marx finì così, e complice anche un miserabile antisemitismo che travolse l'Italia e una stampa che definiva Hollywood un covo di ebrei comunisti, il terzetto finì nel dimenticatoio.
Nel dopoguerra, il recupero dei film americani appena sbloccati non trovò subito spazio per loro, perché nella valanga di titoli bisognava rilanciare Laurel e Hardy, Abbott e Costello, Jerry Lewis e Dean Martin, Red Skelton, Danny Kaye più la nuova scuola italiana capitanata da Totò. La Metro rilancia il terzetto con At the Circus, un film del 1938 ora intitolato Tre pazzi a zonzo, e portato nelle sale nel 1948. Un indipendente, la Union Films, importa il film Una notte a Casablanca (1946) nel 1950, mentre il loro ultimo lavoro insieme, Una notte sui tetti (1949), viene distribuito nel 1954. In sala, quindi, arrivano filmetti senza conto, lasciando il pubblico perplesso e senza la possibilità di cogliere la loro genialità.
Ma i film? Nota dolente. In televisione saranno trasmessi col contagocce quelli doppiati, nonostante salutati dalla stampa come eventi culturali – come accadde nel 1963 con I cowboys del deserto e Il bazar delle follie – o persino unici, come nel caso nel 1972 con la messa in onda di Zuppa d’anatra, re-intitolato chissà perché La guerra lampo dei Fratelli Marx, e nel 1986 con Horse Feathers, doppiato con il titolo I fratelli Marx al college. Come era accaduto negli anni Settanta con Totò, il rilancio fu gestito dai gloriosi cineclub e in dettaglio cito l’Obraz Cinestudio di Milano, fondato da Enrico Livraghi, che nell’aprile del 1982 ospitò una rassegna che fece epoca sui fratelli Marx, tanto da essere replicata al Ciak di Milano, per poi andare in “tour” a Roma e Bari. L’occasione fu quella di proiettare tutti i film dei Marx, inclusi quelli inediti, grazie all’impegno di Francesca Dragone Bandel, che curò i sottotitoli per Monkey Business, The Cocoanuts, A Day at Races, Animal Crackers, Horse Feathers. Ebbe così successo il lavoro accurato di sottotitolazione della Bandel da essere utilizzato in più occasioni: nel 1992 L’Unità pubblicò la traduzione dei primi quattro film dei Marx (volumetti che trovate facilmente su Ebay e che consiglio di prendere assolutamente), e poi nel 1995 per una importante rassegna televisiva su Fuori Orario (Raitre) della loro intera filmografia. Chi scrive, scoprì i Marx proprio in questa ultima occasione, registrando faticosamente le messe in onda notturne su cassette che ha smarrito nel tempo, poi sostituite da altre edizioni VHS (si ricordano quelle del Gruppo Editoriale Bramante, della Univideo e della Ricordi, tutte degli anni Novanta) che ancora conserva. Il successo di Woody Allen e il suo entusiasmo per i Marx, o il ruolo di Groucho nei fumetti di Dylan Dog, ha un po’ influenzato il ricordo del terzetto in Italia. Nelle ricerche per questo articolo, si è scoperto persino che la commedia Room Service, scritta da Allen Boretz e John Murray, alla base del film dei Marx del ’38, è stata portata al teatro Trastevere di Roma nell’ottobre 1985 con Giorgio Lopez, Mino Caprio, Vittorio Amandola, Sandro sardone, Renato Cortesi, Maurizio Mattoli.
Per un periodo il mercato DVD aveva pubblicato tutti i film dei Marx in edizioni notevoli, oggi purtroppo fuori catalogo (l’astuzia del collezionista vi porterà a scoprire che le edizioni straniere più recenti, però, hanno l’audio italiano, eccetto Monkey Business, misteriosamente privo dell’esistente doppiaggio). Il dvd era comunque la nuova occasione di rivedere i fratelli Marx in originale, spiace dirlo, unico modo genuino per gustarli appieno. Il doppiaggio, quando è stato fatto dignitosamente con voci perfette per Groucho come quella di Elio Pandolfi o di Giorgio Lopez, è stato anche piacevole, ma ovviamente le battute hanno sofferto parecchio nell’adattamento, almeno quanto le traduzioni dei testi o nei sottotitoli odierni (quelli fatti dalla Bandel, salvati da Raitre, sono smarriti da tempo). Tuttavia, come scriveva Alberto Crespi su L’Unità, “fate uno sforzo e cercate di vederli, e decrittarli, in inglese. Sarete ricompensati da una ricchezza inventiva senza pari. Ve ne diamo un solo esempio, che vede Groucho alle prese con la solita, simpatica, monumentale Margaret Dumont, l'attrice che era, nei film, la loro vittima preferita. È l'inizio di Zuppa d'anatra e Rufus T. Firefly è stato appena eletto dittatore dello staterello di Freedonia (da «freedom», libertà). Tutti lo aspettano a corte ma lui entra dal retro e comincia a combinarne di tutti i colori (ad esempio tira fuori un mazzo di carte e dice a un tizio: «Scelga una carta. Non quella! L'ha scelta? Ok, se la tenga, ne ho altre 51»), poi si avvicina alla Dumont e le chiede il perché di tutti quei festeggiamenti, e qui l'inglese diventa intraducibile. «It's your gala day», risponde lei, è il vostro giorno di gala. Groucho ribatte: «That's fine, I couldn't make it with more than a gal a day», che a un primo livello significa «Perfetto, non ce la farei con più di un giorno di gala», ma spezzando «gala» in «gal a» significa anche «Perfetto, non ce la farei con più di una ragazza al giorno». (Groucho. Un altro Marx è possibile, 19 agosto 2007).





























