venerdì 11 maggio 2018

Quando Bill Murray chiese scusa

Torno nuovamente a parlare del Saturday Night Live per portare alla luce uno fra gli episodi più curiosi mai registrati – anzi, in diretta – nella storia del programma. Come è scritto nel titolo, accadde che Bill Murray si ritrovò a chiedere scusa agli spettatori, non per una battuta o uno sketch offensivo, ma perché non si sentiva divertente. Al di là dell’incredibile umiltà che raramente sarà imitata da altri attori comici e dallo stesso Murray, vi invito a leggere cosa ho scoperto dietro questa “chiacchiera” fra lui e il pubblico perché se già lo amate senza eguali come il sottoscritto, troverete una vera ammirazione e astuzia nei suoi confronti. 

Il background in questo caso è fondamentale: Bill Murray, nativo di Chicago come quella peste di John Belushi, era stato nel maggior teatro di improvvisazione chiamato Second City a cominciare dal 1973, nella stessa settimana in cui anche John Candy entrò a farne parte. Leggenda vuole che reagì ad uno spettatore ubriaco che disturbava un suo sketch saltando dal palco per spezzargli un braccio. Successivamente entrò nel cast de The National Lampoon Radio Hour, uno show radiofonico prodotto dallo staff della rivista National Lampoon, assieme a John Belushi, Chevy Chase, Bill Murray, John DeBella, Gilda Radner, e Harold Ramis (da novembre 1973 a dicembre 1974); questo cast, ad eccezione di Chase e Ramis, realizzare uno spettacolo teatrale intitolato The National Lampoon Show nel 1975. A ottobre, Lorne Michaels scrittura gran parte di questi attori per il suo primo show televisivo, il SNL, senza però il nostro Bill.
Curiosamente, lui, il fratello Brian Doyle-Murray e Christopher Guest, erano nel cast di un altro Saturday Night Live, quello con Howard Cosell, che fu diretto concorrente sulla ABC per circa qualche mese, per poi essere cancellato a gennaio del 1976 dopo 18 episodi per i bassi ascolti registrati. Anche se andavano ad orari differenti (quello di Cosell alle 20:30, l’altro alle 23:30), appena venne cancellato la prima cosa che fece Michaels fu cambiare il titolo: così da NBC's Saturday Night diventò Saturday Night Live. Provvisoriamente disoccupato, il nostro Bill approfittò di un cambio di attori avvenuto all’inizio della seconda stagione del SNL: l’amato-odiato Chevy Chase aveva mollato la baracca per il richiamo di Hollywood, e John Belushi si proclamò capo comico chiamando Murray per unirlo al cast. 
Bill oscurato da Belushi e Aykroyd

Tuttavia, nonostante tutta la gavetta alle spalle e il grande talento, la voglia di emergere fu tarpata dalle presenze giganti del vecchio cast, Belushi e Danny in prima linea. Doveva scalciare di fronte alle ostilità dei suoi colleghi e in parte dello staff scrittori.
La prima puntata con Bill Murray è datata 15 gennaio 1977, e con poco incoraggiamento gli fu data la parte di un vecchio. Nelle puntate successive, è evidente il poco spazio che gli venne dato, imprigionato com’era nella parte del “secondo sbirro”: al di là del significato nel gergo teatrale pari ad un attore utilizzato per parti molto secondarie, Murray veramente fece il secondo sbirro in alcuni sketch.
Nella terza puntata dove appare, condotta da Fran Tarkenton, è praticamente la spalla di Dan Aykroyd, ma nel senso proprio alla sua destra, senza dir granché. Ad esempio, nello sketch “Alsatian Restaurant”, una coppia (Bill Murray, Jane Curtin) si gode la cena in un ristorante esclusivo gestito da Victor (Dan Aykroyd), sua moglie Ellen (Gilda Radner) e la loro figlia Francine (Laraine Newman), ma una faida interna fra di loro fa degenerare la situazione. In questo sketch, è la famiglia il vero perno comico. Quando la moglie accoltella Victor infilando il conto nel coltello, Bill lo prende e commenta, “Ehi, non è andata così male dopo tutto”.
Bullismo
Quando è la volta di Steve Martin a presentare il programma, la sua presenza schiaccia tutti, figuriamoci il novellino Bill. Nel primo sketch, Bill fa il bullo negli spogliatoi perché pensa che Martin si sia montato la testa. Lui sta al gioco e si fa quasi rompere un dito da Belushi mentre lui prova ad esclamare “Live, from New York!”.
A distanza di anni, così ricorda lo stesso Bill:
 “Feci tre puntate come una specie di prova. Penso che mi avessero preso proprio per tre puntate. Ormai ero nello show da un po’ di tempo ma ero come incastrato in quel ruolo. Ero lì, in un certo senso mi avevano assunto, mi pagavano, ma non riuscivo a venirne fuori. Ad un certo punto devi andare oltre, devi farti notare dal pubblico. Gli spettatori devono riuscire a capirti vedere un po’ che tipo sei ma da secondo sbirro non ne hai l’opportunità. Pensai di rivolgermi direttamente al pubblico, e quel giorno, quando arrivai lavoro, Lorne mi disse: “Sai, penso che dovresti provare un approccio diretto al pubblico”. Scrissi un discorso abbastanza divertente, non troppo ambizioso. Ci misi un pizzico di umiltà e qualche battuta, e credo che la combinazione di queste due cose abbia come rotto il ghiaccio fra me e gli spettatori. Il pubblico deve avere pensato: ‘Va bene, d’accordo, questo tipo e divertente. Mi ha fatto ridere con quel ‘sto morendo qui’. Ho visto molti attori fare la stessa cosa, tentare un approccio diretto al pubblico e fallire miseramente. Il fatto di averci provato e di essere riuscito a far ridere alleggerito la pressione. Mi fece sentire bene. Fu una specie di svolta, un momento di passaggio”.
La svolta lo portò in breve tempo – non immediatamente, ad essere onesti – a ruoli e personaggi più importanti. Quando il cast iniziò la terza stagione, era già nell’olimpo delle star televisive.
Ed eccolo qui sotto il famoso momento, datato 19 marzo 1977, dove Murray promise di essere più divertente.

Tranquilli, ecco la traduzione (con la collaborazione di Chiara Mauli):

Ciao, sono Bill Murray. Potete chiamarmi "Billy" ma, da queste parti, tutti mi chiamano "Il tizio nuovo". Voglio ringraziare il produttore, Lorne Michaels, per avermi invitato a parlare direttamente con voi. Vedete, sono un po' preoccupato. Non penso che continuerò questo show. Sono un ragazzo divertente ma nello show non lo sono affatto. I miei amici dicono: “Come mai ti danno tutte quelle parti che non sono divertenti?". Beh, non è il materiale. Sono io.
Non è che non sono divertente, non lo sono nei momenti giusti. Onestamente. Prima potevo esserlo quando mi pareva ma ora, da professionista, devo imparare quando scegliere il momento. Questa mattina sono andato a prendere il bucato e il ragazzo del posto mi dice, “Sai ogni volta che vieni qui dici sempre qualcosa di divertente, ma poi ti ho visto nello show e facevi schifo”. Mi ha fatto male, mi ha distrutto completamente la fiducia.
Venerdì scorso sono andato ad una festa con Danny [Aykroyd]. Lì c'era una ragazza molto carina sulla quale volevo fare colpo e, uhu, io sono un animale da festa. Sono stato davvero divertente. Danny non ha parlato. Si è conservato per dopo. Lei mi ha detto: “Sei così divertente! Vorrei avere un registratore!" Beh, avrei voluto anche io che ce l'avesse, sapete? Il sabato sera, dopo lo show, quando è andata a casa con Dan, gliel'avrei fatta riascoltare la registrazione...
Ora, quello che sto chiedendo è il vostro sostegno. Ho ricevuto delle belle lettere da vecchi amici e persone a cui devo dei soldi. Ma, da voi gente, non sento nulla. Non sto chiedendo lettere ma - lo so che sembra banale - supporto. [leggera pausa] Sono cattolico. [applauso] Sono uno di nove figli. [snocciola rapidamente i nomi] Ed, Brian, Nancy, Peggy, Laura, Andy, John e Joel. Posso dirlo più velocemente ma volevo che tutti sentissero i loro nomi. Sono cresciuto a Wilmette, nell'Illinois, una piccola città mineraria, a nord di Chicago. Questo mi ricorda qualcosa di divertente. Mio padre è morto quando avevo diciassette anni. No, non è quello che è stato divertente. Lui era divertente. La gente mi ha sempre detto "Non crescerai mai per essere divertente come tuo padre". E, ora, non è nei paraggi a vedermi a non essere divertente come lui. Mia sorella Nancy è una suora. Mia madre lavora per sostenere la famiglia. Ma tutto questo per il succo della questione. Non vi interessa se hanno bisogno o meno dei soldi che faccio.
Quello di cui sto parlando è tra voi e me. Se potessi vederlo nel vostro cuore ridere ogni volta che dico qualcosa. Non mi interessa cosa sia. Oppure, se non puoi ridere, pensa alla mia famiglia ... e al padre che non ho mai avuto modo di conoscere. ... Se so che sei dalla mia parte, ti farò ridere così forte, dovrai tenere i fianchi per non tirarti un muscolo o strapparti una cartilagine. Tocca a voi. Si voi. Ora, non voglio lettere. Voglio solo farlo come un Non pronto per la Prima Serata. Quando ciò sarà fatto, sarò in grado di stare qui un sabato sera, nel mezzo del Rockefeller Plaza, New York, New York, uno-oh-oh-due-oh ... e dire, [guardando verso il cielo] "Papà? L'ho fatto". [alla telecamera, con un sorriso] A lui piacerebbe.


sabato 5 maggio 2018

L'ultima puntata del Saturday Night Live

Il 25 maggio 1979 il programma comico più famoso in America concludeva la sua quarta stagione con un cast di talenti irripetibile: il Saturday Night Live andò in onda per l’ultima volta con i Not Ready for Prime Time Players al completo.
Si erano auto definiti così, Gli attori non pronti per la prima serata, come provocazione nei confronti degli show classici americani, e per rispettare il format che lo stesso SNL si era deciso da solo: in diretta, e solo nella seconda serata del sabato. 
Nel 1975 il produttore e “papà” dello show, Lorne Michaels (ancora oggi al timone), aveva raggruppato i maggiori giovani talenti comici di quegli anni, sopratutto quelli che si erano formati al “Second City” di Chicago, e  avevano continuato a lavorare insieme con le produzioni radiofoniche e teatrali del “National Lampoon”. Dan Aykroyd e John Belushi, ad esempio, si erano formati al Second City separatamente (Dan nella succursale canadese, John in quella principale di Chicago), per poi iniziare a lavorare assieme nello show; Bill Murray, che arriverà al SNL alla seconda stagione nel 1977, anche lui era stato a Chicago ma è con il “National Lampoon” radiofonico che iniziò a lavorare con Belushi, Gilda Radner, Harold Ramis etc. Michaels, in poche parole, scelse il meglio.
 
Un team da brividi: Jane Newman, John Belushi, Jane Curtin, Gilda Radner, Dan Aykroyd, Garrett Morris, e Chevy Chase, poi sostituito da Bill Murray. Importante da ricordare che erano tutti comici impegnati anche nella scrittura, per quanto esistesse uno staff autori che a loro volta finivano davanti la telecamera: Al Franken, Tom Davis, Michael O’Donoghue.
Invariato il format: il presentatore cambia ad ogni puntata ha un suo monologo iniziale, e partecipa agli sketch con il cast originale, per poi concludere con un ospite musicale.
Il successo del programma era subito esplosofin dalle prime puntate, anche se il programma nella prima stagione era diverso da come lo conosciamo oggi (chissà quanti voi ricorderanno che persino i Muppet erano parte del cast!), e alcuni personaggi, se avevano avuto successo, tornavano spesso nelle puntate successive. E quasi sempre colpivano il segno: Belushi ad esempio sfruttò parecchio il personaggio del Samurai armato di spada e grugando una lingua incomprensibile alle prese con i mestieri più improbabili; Aykroyd diventò famoso per l’imitazione di Richard Nixon, oltre ad altri personaggi memorabili che ha interpretato (da ricordare in coppia con Steve Martin nei panni dei fratelli Festrunk, due immigrati polacchi che si muovono esageratamente cercando di rimorchiare); Gilda Radner, talento incredibile oggi dimenticato, era esilarante nei panni della eccessiva Roseanne Roseannadanna; Bill Murray segnò le antologie del SNL con il crooner cafone Nick, ma si fece notare in tutte le sue caratterizzazioni. Il massimo impegno che il cast diede era richiesto per quasi tutta la settimana lavorativa, fra scrittura, prove di lettura e di costume e quella generale, il venerdì pomeriggio, forse l’unico momento di sole che godevano, visto che erano abituati a lavorare di notte, fra prove e il live del sabato.
Diventò velocemente il fenomeno culturale del momento. Non esagero e cito una frase storica dell'epoca, il primo cast del SNL venne definito "I Beatles della comicità".
Fra stress e adrenalina, molti di loro cercarono valvole di sfogo e di ricarica, e siccome la Redbull non esisteva ancora, la cocaina veniva portata negli uffici della NBC assieme al giornale e i cornetti. Quando la puntata era conclusa, nelle loro vene scorreva ancora l’eccitazione e per trovare lo sfogo decisero – sembra leggenda, ma fu così – di aprirsi un locale battezzato Blues Bar. Un posto incredibile – non proprio il massimo della pulizia, sembra – ma assolutamente privato, fra amici e colleghi, dove era possibile rilassarsi, bere e sentire e suonare musica blues. Se vi state chiedendo se questo centri qualcosa con i Blues Brothers avete fatto bingo. Dan e John avevano stretto subito amicizia condividendo la loro passione in comune della musica jazz e blues, e il passo di salire sul palco per cantare fu spontaneo. Iniziò per gioco, poi chiesero di partecipare al SNL vestiti da cantanti blues – abito nero, occhiali neri – come ospiti musicali, presentandosi come i fratelli Blues, e ottenuto successo arrivarono i concerti, i dischi e poi il film che tutti conoscono.
Blues Bar. Non c’erano soldi, ma tanto da bere e solo amici: immaginate di entrare e trovarvi Robin Williams servire al banco, e Dan Aykroyd servire ai tavoli. Questo succedeva.
Tutta questa evoluzione portò profondi cambiamenti nelle abitudini di questi comici in erba – gioco di parole, scusate – e quando la posta in gioco cominciò ad essere molto grossa, soprattutto con il profumo del cinema che aleggiava nelle stanze dei loro manager, il SNL diventò ingombrante. Attorno al 1978, quando i Blues Brothers debuttarono in televisione, le cose stavano prendendo una piega fastidiosa per Lorne Michaels: il suo cast spariva per fare dei film. Quando John Landis scritturò Belushi per Animal House, Lorne si incazzò parecchio, tanto da litigare con Aykroyd e vietargli di parteciparvi. Successe di nuovo con Steven Spielberg per il film 1941-Allarme a Hollywood – dove nel cast c’erano sia John che Dan – e per evitare questa pressione alla fine i due amici decisero di lasciare il programma nel maggio del 1979. In quel periodo, Dan e John Landis aveva già iniziato il copione dei Blues Brothers, ed agosto avrebbero iniziato le riprese.
Lorne in parte la prese con filosofia. Fece spallucce. Murray sembra che rimase male, rimasto praticamente da solo fra la cricca del Blues Bar. Ma ormai John Belushi aveva preso con sé l’amico fraterno Dan per la loro missione per conto di Dio, e prima o poi anche Murray avrebbe spiccato il volo (e anche qui, per una serie di eventi e personaggi che si incastrano nella loro storia: i primi film li girò con Ivan Reitman, che aveva diretto lo spettacolo teatrale del National Lampoon, e assieme a Harold Ramis, che aveva conosciuto al Second City). È curioso, ma la successiva stagione che si sarebbe conclusa nel 1980 spazzò via ogni ricordo storico: Lorne Michaels lasciò il programma, e cambiò praticamente tutto. Anche se le successive gestioni si faranno notare per aver sfornato talenti come Eddie Murphy, il SNL più volte rischierà di chiudere i battenti, per le critiche ricevute e i bassi ascolti. Saranno necessari cinque anni, e il ritorno di Michaels, per resuscitare quello che i giornali avevano già battezzato il Saturday Night Dead.
Ancora oggi, giunto alla 43esima Stagione, va fortissimo e ha i maggiori comici del paese. 
Oggi mi sono rivisto l’ultima puntata dove c’è tutto il cast originale, andata in onda il 25 maggio 1979. Conduceva Buck Henry, attore e regista, noto per aver diretto Il paradiso può attendere, con Warren Beatty. Nell’insieme è una puntata senza infamia e senza lode, in una stagione che aveva vantato momenti migliori e ospiti incredibili come i Rolling Stones, Steve Martin, i due Monty Python Eric Idle e Michael Palin, Carrie Fisher, Walter Matthau, Kate Jackson, Frank Zappa, Milton Berle. Se avessero saputo che era l’ultima con Belushi e Aykroyd, gli scrittori avrebbero messo più impegno.
Eppure alcune cose sono ripetitive, seppur lontane a non far ridere. Belushi interpretava per l’ultima volta il Samurai, stavolta assurdo pasticcere, come sempre spalleggiato da Buck Henry. Aykroyd riportava Nixon disturbato dalla visione di un tv-movie sullo scandalo che lo vide coinvolto. “Lo Zio Roy” vedeva nuovamente Buck nei panni dello zio sporcaccione e pedofilo alle prese con le loro ingenue nipoti. E infine l’ultimo sketch del ristorante Olympia Cafe – quello dove tutti gridano Cheeseburger! – dove Pete, il proprietario greco interpretato da John Belushi, cerca di imbrogliare l’agente di assicurazioni venuta in loco per valutare i danni causati da un incendio che ha distrutto il locale, interpretata da Jane Curtin.
La donna legge la lista dei danni, compilata da Pete:

Jane: Cinquecento dollari di tovaglioli di carta distrutti nell'incendio?
Belushi: Era una fornitura di due anni, sai, li abbiamo persi tutti.
Jane: Duecento dollari per una foto di Spiro Agnew?
Belushi: Era autografata!
Jane: Oh, ok. Uh ... Non vedo nessun oggetto personale qui. Hai perso qualcosa come, uh, oh, ombrelli o mazze da golf o qualcosa del genere?
Belushi: Sì!
Jane: cosa?
Belushi: Uh ... mazze da golf.
Jane: mazze da golf?
Belushi: Sì.
Jane: E, ehm, come valuteresti il valore delle mazze da golf?
Belushi: Uhhhh, è difficile da dire, uh ...
Jane: Duecento?
Belushi: quattro.
Jane: Quattrocento dollari? Devono essere state ottime mazze!
Belushi: Ah, sì.
Jane: Qualcuno dei suoi impiegati ha perso oggetti personali?
Belushi: Sì! Tutti! Tutti!
Jane: Tutti hanno perso qualcosa nel fuoco?
Belushi: Mm, si.
Jane: Cosa?
Belushi: Mazze da golf.
Jane: Avete tutti perso le mazze da golf nell'incendio?
Belushi: [tutti fanno un cenno col capo senza capire] Sì! Sì. Tutti. Vedi, giochiamo tutti a golf insieme, sai, è per questo che dobbiamo tenerle qui.

Quando Jane viene a conoscenza che i dipendenti di Belushi vivono nel retro del locale, l’assicuratrice si dice rammaricata di non poterlo aiutare con il risarcimento: se i locali vengono usati come residenza, si perde la copertura.
Affranto, e dopo aver sopportato l’ennesima visita di due poliziotti scrocconi (perché la tradizione greca, dice Pete, vuole che la polizia non paghi, pena terribili sfortune), invita tutti a ballare una danza greca.
Ricorda Dan Aykroyd: “Lo stress era enorme, perché ci si preoccupava della qualità, volevi che tutto fosse perfetto, ed era una fatica pazzesca. Aggiungi poi la pompa di adrenalina. Com’è andare in combattimento, o fare lo sbirro o roba del genere. Non si può sopportare di vivere così una settimana dopo l’altra. È un gioco che poi condurre solo da giovane, non ci sono dubbi. Quando qualcosa ti riesce è una soddisfazione enorme, ma quando non riesce è tremendamente debilitante e ansiogeno”.

Quando John e Dan chiusero con la televisione, Bill Murray si ritrovò con un sacco di sketch da interpretare. Il circo avrebbe levato le tende l’anno successivo, nel maggio del 1980, portandosi con sé tutto quanto, autori cast e persino le tende delle finestre. Nessuno di loro voleva continuare con la tv, perché erano consapevoli di aver fatto il programma migliore, e desiderosi di nuove esperienze e del vero successo, uscirono dagli uffici della NBC per vedere cosa c’era là fuori, e tentarono col cinema.
Ma il loro curriculum intanto brillava delle migliori puntate del SNL mai andate in onda.


(Per chi si vuole documentare c'è un libro fondamentale: Live From New York: The Complete, Uncensored History of Saturday Night Live as Told by Its Stars, Writers, and Guests, di James Andrew Miller e Tom Shales: l'edizione italiana è a cura di Kowalski, 2004)


lunedì 23 aprile 2018

1941: quando la paranoia incontrò il pandemonio

Il film 1941- Allarme a Hollywood è ad oggi l'unico film comico diretto da Steven Spielberg, sul quale persiste una convinzione errata che si trattò di un film sbagliato e ancor peggio un flop al botteghino.
È vero, quando uscì nelle sale americane nel 1979 non venne preso bene dalla critica, e gli americani lo trovarono un po' assurdo per apprezzarlo davvero, ma a distanza di quarant’anni è ancora godibilissimo, e conserva alcune scene comiche memorabili. Ma all'epoca divise il pubblico. Ancora oggi gli stessi fan di Spielberg lo liquidano velocemente, altri ne ignorano l’esistenza, ma i disinteressati lo conservano affettuosamente. Io per primo considero 1941 un grande film comico. Conservo il pressbook originale e diverso materiale pubblicitario, e ho studiato per un periodo la storia della produzione perché nel cast c’era uno dei miei attori preferiti, John Belushi, e sapevo che n’erano successe di tutti i colori.


Ma voi, avete visto mai questo film? Siamo nel dicembre del 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale subito dopo l'attacco della flotta giapponese a Pearl Harbor, la psicosi bellica è alle stelle, ed è la storia di un gruppo di cretini totali con una preoccupante dedizione al dovere e, ancor peggio, con le armi in mano. Il cast è numeroso e ben assortito, ma è la storia stessa ad essere demenziale: convinti di un nuovo attacco delle truppe giapponesi stavolta nella città di Los Angeles, diversi membri dell’esercito sfruttano la situazione a loro piacimento. Il folle pilota “Toro” Wild Kelso (John Belushi) si aggira sperduto fra le montagne di Hollywood setacciando ogni possibile soldato giallo; il sergente Tree (Dan Aykroyd) con la sua scombinata squadra parcheggia nel giardino di Mr. Douglas (Ned Beatty) un bombardiere, scatenando le ire di sua moglie Joan (perché aveva da poco piantato il basilico), interpretata da Lorraine Gary; nella squadra di Tree, c’è un soldato mascalzone (Treat Williams) che vuole rubare la ragazza a Wally (Bobby DiCicco), promettente ballerino ma che non può partecipare al ballo dei militari perché civile, così la sua ragazza Betty (Dianne Kay) cercherà disperatamente di sfuggire alle grinfie del militare; il generale Stilwell (Robert Stack) pensa che siano tutti impazziti e preferisce godersi l’anteprima del film Dumbo; il Tenente cialtrone Birkhead vorrebbe impalmarsi la segreteria del generale, Donna, perché è bella ma raggiunge l’orgasmo solo in volo, e a lui mancano un aereo e il brevetto di volo; in mare, intanto, un sommergibile giapponese si avvicina senza bussola, capitanata dal comandante Mitamura (Toshiro Mifune) che deve sopportare il suo alleato tedesco (Christopher Lee) e un ostaggio che non c’entra nulla, ma che si chiama come il loro obbiettivo, Hollis Wood (Slim Pickens). A metà film, tutti questi personaggi si scontrano nel più folle attacco aereo mai registrato a Los Angeles, e che infatti non c’è, sono solo Kelso che insegue il suo aereo nemico, in verità solo Birkhead che sta cercando di scopare (e di volare) a bordo di uno scassato aeroplano donatogli dal folle capitano Maddox (Warren Oates). Alla fine, i giapponesi saranno attaccati da Mr. Douglas, che ci rimetterà la casa, e dalla ruota panoramica del Luna Park, dove sono appostati due volontari civili. Ok, viene un po' di mal di testa a seguire tutto, ma la guerra mica è stata fatta da un paio di personaggi e basta no?


La paranoia incontra il pandemonio, era una frase di lancio molto azzeccata. Il copione voleva infatti descrivere quello che accadde realmente alla fine del ’41, nella vita quotidiana degli americani. E poi si ispirava lontanamente ad un fatto reale avvenuto nella notte fra il 24 e il 25 febbraio 1942, definita la Grande Battaglia di Los Angeles, durante la quale qualcuno fece scattare l’allarme aereo, la città venne oscurata per sei ore e tutti cominciarono a sparare in aria. Chiamatela psicosi e guerra di nervi, ma questo falso allarme rimase negli annali anche come un possibile avvistamento UFO. Idiozie? Eppure ha ispirato 1941. E la scena dove tutti sparano dai tetti dei grattacieli è tipica di quel periodo. “Ma dove sparate?” chiede un ufficiale, “Non lo so, sparo dove sparano gli altri”, gli grida un soldato.


E poi tutto questo in sole due ore, fra esplosioni incredibili e un frastuono perenne. John Williams compose una colonna sonora memorabile, mentre Robert Zemeckis e Bob Gale – prima di ritornare al futuro – sono gli sceneggiatori di questo costoso giocattolo, che la Universal e la Columbia Pictures hanno pagato di tasca loro con 26,5 milioni di dollari.
Una breve genesi è d’obbligo: nel 1975, i due Bob approcciarono il produttore John Milius per proporgli un copione intitolato Tank, e di tutta risposta John apprezzò più il loro stile che il soggetto stesso. Proposero così un altro copione, intitolato The Night the Japs Attacked, e per un anno e mezzo ci lavorarono per proporlo alla MGM. La Metro rifiutò sdegnata il copione, e così Milius lo propose al suo amico di tiro al piattello Steven Spielberg. A lui piacque molto, e promise di dirigerlo subito dopo Incontri ravvicinati. Infatti, cominceranno a lavorarci insieme proprio durante la fase di montaggio, mentre Michael Kahn era alla moviola, i due Bob scrivevano con Steven.
La produzione fu molta caotica e caratterizzata dalla paura di non riuscire a fare un buon film. All’epoca, Spielberg era già il numero uno del cinema americano. Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo avevano avuto un enorme successo, e tutti volevano lavorare con lui, a costo di fare un film comico sulla seconda guerra mondiale. Oddio, non proprio tutti presero bene la notizia: John Wayne e Charlton Heston furono presi in considerazione per interpretare il generale Stilwell che si commuove con Dumbo (storia vera, fra l’altro), ma entrambi declinarono sdegnati. Wayne, soprattutto, definì il copione antiamericano, ammonendo Spielberg che non avrebbe dovuto fare una commedia sulla Seconda Guerra Mondiale. La vera idea originale, tuttavia, era quella di un film drammatico, finché Stanley Kubrick, amico di Spielberg, gli disse che secondo lui un soggetto del genere lo potevi vedere in entrambi i modi. E Kubrick aveva ragione, al di là della sua personale esperienza con Il dottor Stranamore, capolavoro assoluto che tratta su scala differente la psicosi bellica e sul rischio di una guerra nucleare. Lì erano i comunisti, qui i giapponesi che attaccano di sorpresa.

E così Steven decise per la commedia. Il cast fu deciso su più fronti: prese fra i giovani il comico più famoso, John Belushi, che si trascinò il suo partner Dan Aykroyd, e qualche allievo del Second City, come John Candy; per rendere credibile l’atmosfera di guerra, con intelligenza infilò volti drammatici come Robert Stack, Toshiro Mifune (al suo primo film in lingua inglese), lo stesso Lee che come ufficiale nazista (credibilissimo); di kubrickiana memoria, chiama Pickens come lo strambo e rozzo Hollis Wood, scambiato dai giapponesi come informatore; si autocita ricreando il set della pompa di benzina del suo debutto alla regia Duel, e rispedisce in acqua Susan Backlinie, stavolta senza squalo. Fra tutti, il personaggio di Belushi fu memorabile: con la dedizione che pochi fan conoscono, curò il suo personaggio nei più piccoli dettagli, anche se Spielberg – che aveva conosciuto John dietro le quinte del Saturday Night Live – tagliò alcune sue idee e aggiunse qualche gag volgare mentre guida l’aereo. Belushi però si fidava di Steven, e nonostante si presentasse sul set in condizioni non ottimali, più volte rischiò di farsi male a costo di portare a casa la scena (guardate la gag di lui che cade dall’ala dell’aereo mentre due soldati lo aiutano a salire: Belushi cadde davvero, ma Steven mantenne il ciak). Kelso era un personaggio che nello script era minore: la presenza di John cambiò tutto. 


 
Nonostante un cast superbo ed un copione che demolisce tutto e tutti, Spielberg si aggirava sul set preoccupato e indeciso. Più volte gira la sequenza dell’aereo di Kelso che cade rovinosamente sulla strada, troppe volte e senza un vero motivo. Aykroyd disse agli altri sul set, “Questi qui giocano all’autoscontro con le Ferrari”. Nel dubbio, tutti urlano, e le lunghe riprese durate 247 giorni finiscono nel maggio del 1979 con molta pellicola girata (trecento chilometri di pellicola). Al montaggio, Spielberg abbozza una versione di due ore e mezza. I produttori però si spaventano del risultato e lo obbligano a scendere a due ore di film, contro la sua volontà. Spielberg organizza una anteprima nello stesso cinema dove aveva proiettato con successo tutti i suoi precedenti film, il Medallion Theater, a Dallas, come buon auspicio: ma dopo le prime risate e sghignazzi, quando il film si faceva più chiassoso, in sala subentrò stupore e sbigottimento finché Spielberg si accorse che molti spettatori si tappavano le orecchie con le mani. I dirigenti della Columbia e della Universal, fuggirono come cani bastonati. La “prima” del film che si tenne il 13 dicembre 1979 a Los Angeles, con la presenza di John Belushi e Dan Aykroyd, impegnati in quel periodo con le riprese di Blues Brothers, non andò meglio. Dai ricordi della vedova Judith Belushi, la sala si gelò subito dopo la prima gag della ragazza in sella al periscopio. Con il film prossimo alla sua uscita il giorno dopo, non fu una reazione incoraggiante.
(La produzione di Blues Brothers in un certo senso ne rimase coinvolta: il film di John Landis stava lievitando nei costi, e il rischio di fare un altro floppone era dietro l’angolo. A metà gennaio del 1980, ci fu una festa di compleanno organizzata per Belushi, dove tutti indossavano delle spille con sopra scritto: “John Belushi: nato 1949 - morto 1941”)
Tuttavia, non fu un flop, semplicemente incassò meno del previsto: se in patria il guadagno fu di 31 milioni, andò molto meglio all’Estero, con oltre 60 milioni incassati, per un totale di 92 racimolati in tutto il mondo.



In Europa, oltre a piacere al pubblico, furono deliziati soprattutto i critici. In Italia, dove uscì nell’aprile del 1980, furono pubblicate recensioni entusiaste. Il Messaggero scrisse: “Riuscitissima farsa corale, elegantemente spregiudicata, oltre che animatamente e bizzarramente condotta da un regista che non spreca davvero i molti mezzi posti a sua disposizione”; La Stampa: “Lo consigliamo volentieri, anche una sola risata liberatrice contro i riti isterici della guerra e le trappole della retorica vale tutta la spesa della produzione…non mancano le contaminazioni di gusto europeo”; L’Unità: “A noi questo mirabolante senso dello spreco piace moltissimo, ci ricorda Orson Welles e tutti i geni dissoluti che mandarono sul lastrico le majors con gusto perverso. Questa farsa forsennata apparentemente sempliciotta, può essere una franca alternativa a certe satire tutte di testa e in punta di piedi che spesso gratificano lo spettatore, paradossalmente, di un eccesso di riflessione”; ovviamente, qualche voce contro ci fu, come quella di Tullio Kezich su La Repubblica, che lo definì di comicità sporcacciona e di grana grossa, e di Giovanni Grazzini sul Corriere della Sera, ammonendo che il troppo stroppia, e che “1941 è un colosso con i piedi di gomma talmente eccessivo da essere insignificante”. E sentenziò: “Avendo perduto l’innocenza dei bambini, 1941 Allarme a Hollywood ci è infatti sembrata la baracconata d’un Paperon del Paperoni del cinema che accumula tanti motivi comici, tanti spunti grotteschi, da non poterli più ordinare, e da smarrire l’intenzione satirica nei confronti della California, stato demenziale, in una farsa frenetica e fracassona. In una carnevalata priva di stimoli surreali.  Lasciamo perdere Hellzapoppin, gli innumeri echi delle vecchie comiche, lo sforzo compiuto da tanti attori di buon nome. Un film nel quale un regista bravissimo, che dispone di mezzi straordinari e di specialissimi trucchi, fa, peccato, cilecca. O forse no: sembra che i bimbi si divertano”.

L’edizione italiana godeva di un doppiaggio ben fatto dalla C.V.D. che, per motivi a me oscuri, ha subito un peggioramento di qualità nelle edizioni home video. La prima VHS della C.I.C. (1988) rifaceva i titoli e sottotitoli al computer con la qualità che potete immaginare, e sono stati necessari molti anni prima di avere il primo DVD, per giunta bootleg e neanche ben fatto, edito dalla Pulp Video nel 2011. La Universal farà ammenda con il Bluray nel 2015, assolutamente da avere anche per il Making of di quasi due ore (con i sottotitoli), e l’incredibile qualità video e audio (tuttavia, per pulire qualcosa, qualche battuta del doppiaggio è sparita). Ancor più interessanti sono le scene tagliate, alcune incluse nel documentario (assieme a diversi film amatoriali girati da Spielberg sul set), una su tutte quella dove Belushi e Aykroyd si incontrano nel finale, per la prima ed unica volta nel film, mentre Kelso nuota verso il sommergibile: ed è molto carino che si salutano sospettando di conoscersi già.


martedì 16 gennaio 2018

Il carabiniere a cavallo..censurato

L’anno scorso tenni un seminario di sei incontri sul cinema comico e il rapporto con la censura, dai tempi del Codice Hays in America ai fratelli Marx, dal salace Totò alle imitazioni coraggiose di Chaplin dei grandi dittatori, fino agli apparentemente innocui Don Camillo e Peppone. Ottenendo l’interesse del pubblico accorso, è stato anche per me un continuo riscoprire e in molti casi conoscere lo zoccolo duro dei censori nei confronti della satira e delle battute che oggi potremmo definire innocue, ma che all’epoca scatenavano continue polemiche. E siccome avevano il potere del timbro del Ministero dello Spettacolo, erano dolori: nel mirino non c'era solo il nudo, le parolacce o l’eccessiva violenza. Bastavano un Totò che interpretava un funzionario pubblico ignorante obbligato ad ottenere la licenza elementare, o un giudice troppo buono con le prostitute, come Peppino De Filippo in un “Giorno in pretura”, che questi alfieri saltavano sulle loro sedie. Esagero? Quando si diffuse la notizia che Mario Monicelli avrebbe iniziato un film sulla Grande Guerra con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, si scatenarono le polemiche più assurde, per un accostamento di “commedianti” ad un tema storico così importante per il nostro paese. Sono tante le commedie censurate che avrei voluto approfondire a più riprese, e oggi ho analizzato la disavventura censoria di un film diretto da Carlo Lizzani, Il carabiniere a cavallo, prodotto da De Laurentiis e interpretato da Nino Manfredi.
 
E’ un film del 1961, molto godibile grazie soprattutto alla inedita coppia Manfredi – Peppino De Filippo, e spalleggiati dall’attrice svedese Annette Strøyberg e da Maurizio Arena, che nonostante la pubblicità lo riportasse come spalla di Nino, sullo schermo appariva ben poco. La esile storia raccontava le disavventure di un giovane carabiniere, in servizio a cavallo, che si sposa di nascosto per evitare il trasferimento di sede in caso di matrimonio, come previsto dal regolamento dell’Arma. Il giorno prima delle nozze, però, le cose si complicano perché alcuni zingari gli rubano il cavallo durante il servizio e assieme al suo amico ex brigadiere Tarquinio (De Filippo) girerà tutta Roma per ritrovarlo.
 
Scritto da Antonio Pietrangeli con la coppia di sceneggiatori Ettore Scola (inizialmente previsto come regista) e Ruggero Maccari, il film, intitolato semplicemente “Il carabiniere”, viene girato fra gennaio e febbraio del 1961 a Roma, con esterni a Mentana, e pronto per uscire per Pasqua. Viene richiesto il visto censura dichiarando 2600 metri di pellicola, ma il 18 marzo viene respinto per la proiezione in pubblico. Firma il decreto il Ministero dello Spettacolo Renzo Helfer, che alla fine del 1961 si scaglierà pesantemente contro Pasolini con il suo Accattone. Il 3 aprile il Corriere della Sera titola: Sequestrato a Viareggio il film "Il carabiniere", e si limita a scrivere, “Secondo voci che  circolano, il sequestro sarebbe  avvenuto su richiesta del comando dell'Arma”. Storicamente, era il primo film dove un carabiniere era protagonista, e l’argomento era troppo delicato per passar inosservato: le divise e le fiamme sul berretto non dovevano essere derise, e la storia raccontava di un giovane carabiniere che fa una figuraccia che si porta appresso un ex brigadiere, radiato dall’Arma perché colpevole di essersi rubato delle coperte previste per gli alloggi in caserma.. La produzione cerca una soluzione e chiede una nuova revisione. 



Il 15 giugno 1961, sono presenti ad una proiezione Helfer, la commissione al completo, e, come rappresentante del Ministero dell'Interno, il Dottor Vincenzo Agnesina, Vice Capo della Polizia. La commissione si prude le mani con alcune scene, come quella della confessione e quella del villico che sequestra la sua fidanzata nel fienile. La sequenza rispecchiava fedelmente le faide familiari tra la gente semplice di campagna, ma la censura impose la modifica di alcune battute:

Rita: "No, Lazzaro, no, così non voglio, io, no, no, lasciami, Lazzaro lasciami"
Lazzaro: "Tu m'hai detto che nun so bono a gnente eh! e mo te lo faccio vedè io"
Rita: "Lazzaro! Ti prego! ah così roviniamo tutto, non l capisci?"
Lazzaro: "Ci ho pensato! E' l'unica maniera Ritarè!".


Nel film, la minaccia di compromettere la ragazza è decisamente più velata anche se rimane chiara. E inoltre: "la scena che si svolge nell'interno del casale assediato, tra Rita e Lazzaro, deve iniziare con l'ingresso di Manfredi nella stalla o con la battuta di Lazzaro: “M’hanno voluto fa incattivì peggio pe loro” e deve terminare con l'uscita di Lazzaro arrestato dal brigadiere (Peppino De Filippo). Detta scena deve essere di complessivi mt. 72".
Al doppiaggio viene richiesto di modificare altre battute:

Letizia: “Non ha combinato niente lui e non vuole far combinare niente agli altri”.

“Buongiorno Signora!”
Letizia: “Prego, Signorina, e lei lo dovrebbe sapere!”


Maniscalco: “Io ai cavalli gli guardo il culo e non la faccia!” (e il “culo” viene coperto da un nitrito del cavallo).
 
Tuttavia, il Vice Capo della Polizia non è d’accordo. Non è questione di qualche parolaccia o di due villici sporcaccioni, ma di altro. Si legge: “…nel suo complesso, permane lesivo del prestigio di una Istituzione dello Stato e fa presente quanto segue: 1) - la lieve modifica del titolo originario "Il carabiniere" accentua e non sminuisce la ridicolarizzazione del personaggio principale, militare dell'Arma Benemerita, in quanto i carabinieri dei reparti a cavallo fanno parte di una "specialità", i cui componenti sono sottoposti a selezione ed addestramento ancor più rigorosi; 2) – l’eliminazione della scena della confessione e le modifiche di altre due scene, che si propongono in questa sede, non valgono ad impedire che le figure e le azioni dei protagonisti – l’uno, carabiniere scelto, in servizio attivo, e l'altro, sottoufficiale dell’Arma, collocato in pensione a seguito di furto di oggetti di casermaggio - si riflettano, nel loro complesso negativamente, sul prestigio e sulla dignità dell’Arma dei Carabinieri”. E imperterrito chiedeva la conferma del primo giudizio della Commissione, vietando la proiezione in pubblico.
la brochure col titolo originale
La proiezione si scalda, e si decide di togliere tutte le sequenze dove viene (apparentemente) offesa la divisa, e il film viene accorciato di 200 metri di pellicola, circa 8 minuti di film buttati sul pavimento della moviola, per un totale di ben 19 tagli. Saltano così alcuni bambini che deridono Franco, carabiniere a cavallo, o lui che viene ripreso dalla cinepresa con la testa che ritmicamente va su e giù, con effetto comico, tutta una sequenza dove Franco viene convocato a rapporto per una spiata che un commilitone ha fatto i superiori, dove il capitano interroga Franco e un suo commilitone a proposito della fidanzata di quest’ultimo che in realtà afferma Franco è “fidanzata dell’intero squadrone”, o sempre lui che si lamenta perché gli è sparita la roba in camerata, esclamando, “Meno male che siamo in caserma di carabinieri, figuriamoci se stavamo a Regina Coeli!”. Viene pesantemente accorciata la scena della confessione con Don Roberto (interpretato da Luciano Salce), specie quando il parroco prende in giro Franco che in dieci anni di fidanzamento non ha mai tradito la sua ragazza e gli consiglia di non sposarsi, che tanto ci sono molte ragazze in giro. Oppure il collega Renato (interpretato da Arena) che si congratula scherzosamente con Franco dicendogli, “Da domani c’è un cornuto in più”; l’ex brigadiere Tarquinio che da del cretino a Franco per essersi fatto rubare il cavallo; qualche “culo” di troppo, le già citate battute delle scene nel casale, fino a Letizia in “baby doll” nella scena finale, circa 14 metri che saltano così, rinchiusi in una scatoletta finita chissà dove.
 
Lizzani, per cercare un ulteriore compromesso, cambia il titolo specificando che il Carabiniere è “A cavallo”, cambiando goffamente manifesti e trailer (ma la brochure è rimasta col titolo originale), e viene così approvato per il nulla osta il 15 giugno.
Il 29 luglio, partecipa al Festival Internazionale del Film Comico e Umoristico di Bordighera , e ottiene come premio speciale la “Targa d’oro”. Il 31 agosto finalmente esce nelle sale.
La critica lo tratta con sufficienza. Il Corriere della sera, si è divertito: “Una indovinata  sceneggiatura di Scola e Maccari, fertile di trovate e di invenzioni e abbondantemente innaffiata di battute imbroccate. Qualche volta la pellicola va fuori tema, come nell’episodio dell’energumeno nella fattoria, ma  anche questi capitoli si salvano grazie alla rapidità e scioltezza dell’esecuzione. Nino Manfredi ha in quest’occasione  incontrato il personaggio che gli si addice e Peppino De Filippo gli dà la replica con la sua nota bravura”. Invece buio per La notte: “Il film certamente diverte in più di un punto: ma non oseremmo proprio darne il merito alla regia e meno ancora agli sceneggiatori. È un film su misura per permettere a Nino Manfredi di sfruttare ancora una volta la nota macchietta del ciociaro: e Manfredi lo fa con ineccepibile mestiere, coadiuvato del resto da un ottimo Peppino de Filippo. Ma basta la bravura di due attori e qualche battuta divertente per mettere insieme un film comico?”. 
Lo stesso Manfredi, imprigionato in un contratto con De Laurentiis che stava cominciando ad andargli stretto, non ricordava l’operazione con affetto: “Era un film di cui non mi importava niente, un film minore, fatto con un Lizzani che con un film comico come questo aveva ben poco a che fare. Eppure aveva dei collaboratori incredibili: Di Venanzo, Scola, Maccari, Gherardi, tutti per fare un filmetto; mi sembrava una presa in giro; tutti infatti lo fecero non con la mano sinistra ma con il piede sinistro”.
Tutto sommato, anche se non graffia come gli sceneggiatori avrebbero voluto, e l’arma dei carabinieri ha sopportato film ben peggiori di questo, le ambizioni satiriche in parte stravolte dalla censura sono comunque godibili ancora oggi, e se vi dovesse capitare di vederlo, mi ringrazierete.

domenica 14 gennaio 2018

Ritrovato Stanlio detenuto

Una piacevole notizia che farà gioire molti fan di Laurel e Hardy, e del cinema muto in particolare: dopo che per molti anni era circolata una copia incompleta, sono state ritrovate le scene mancanti di un film girato da Stan Laurel nel 1924, Detained. La scoperta è stata fatta dal Frisian Film Archive di Leeuwarden, Capitale europea della cultura per il 2018, e l’archivio olandese lo ha reso disponibile per intero sul loro canale YouTube.  

Questa comica faceva parte di un grosso progetto di digitalizzazione di pellicole al nitrato dove l’archivio Frisian Film è coinvolto, e dopo aver individuato di quale film si trattasse, hanno inviato la “pizza” alla Lobster Films di Parigi per il restauro dalla pellicola in 35MM, con didascalie in olandese. In verità, questo cortometraggio era finito nell’archivio già da molti anni, dal 2007 per essere precisi, quando un collezionista locale di Leeuwarden di nome Dirk Swierstra aveva donato una parte della sua raccolta, come egli stesso ha raccontato proveniente da un laboratorio fotografico della città: questo negozio, appartenente alla famiglia Van Kampen, aveva acquistato decine di film in 35mm con lo scopo di proiettarli al pubblico, ma quando l’attività venne chiusa negli anni Settanta, queste pellicole erano rimaste nel magazzino del negozio. Il caso ha poi voluto che Dirk Swierstra, amico della famiglia Van Kampen, ha donato la collezione di film alla Frisian Film, senza immaginare di trovare un film muto di Stan Laurel, fino ad allora incompleto. 

Il film venne girato nel febbraio del 1924, quando Stan Laurel, ancora senza Oliver Hardy, si era messo in affari con un produttore di nome Joe Rock: assieme girarono un ciclo di dodici comiche fra il ’24 e il 1925 intitolato semplicemente “Stan Laurel Comedies” e che ebbe un notevole successo, il massimo raggiunto da Stan solista. Detained, il primo girato di questa serie, è oggi di pubblico dominio, anche perché quando uscì nelle sale non fu registrato al copyright,  probabilmente perché si trattava di un film pilota. Le scene che erano andate perdute erano quelle centrali, dove Stanley era alle prese con il tecnico della sedia elettrica,e finisce poi sulla forca, con il collo che con una gag surreale si allunga a dismisura – una tipica gag dello Stan Laurel prima maniera, ma che verrà riutilizzata molti anni dopo nel film di Stanlio e Ollio Way Out West (I fanciulli del west, 1937).  

Curiosamente, altre gag ritrovate in questa copia saranno usate da Stan quando farà coppia con Oliver, come nella comica sempre a tema carcerario The Second Hundred Years (I due galeotti, 1927), inclusa la fuga dei due prigionieri che finisce malauguratamente nell’ufficio del direttore del carcere; i più esperti noteranno che erano tematiche che Stan aveva già affrontato, sempre in coppia ma stavolta con Larry Semon (il quasi dimenticato Ridolini), nel film Frauds and Frenzies (Ridolini e Stanlio al bagno penale, 1918), l’unico fra i pochi girati insieme che erano quasi alla pari di una vera coppia comica.
Detained, nella sua interezza, rimane un film bizzarro, con qualche movimento divertente (le guardie che per natale infilano nella calza dei prigionieri un piccone per spaccare le pietre), e a tratti davvero surreale (il tecnico che muore sulla sedia elettrica, e va in cielo strimpellando un’arpa), ma personalmente non ho mai digerito molto lo “Stanlio” prima maniera – rideva eccessivamente, e la sua personalità assomigliava troppo a quella di Chaplin – anche se Detained contiene uno dei primi pianti isterici di Stan, un manierismo che diventerà parte integrante dello “Stanlio” che conosciamo.
Ed ecco il film, nella copia più integrale oggi disponibile.