Ho sempre avuto l’immagine di Renato Pozzetto in Da Grande (1987), dapprima messo da parte, anche dall’edicolante, poi, cresciuto, un attimo preso in considerazione anche per i suoi apparenti 40 anni. Pozzetto rimane, per tutto il film, spaesato di questo cambiamento per quanto alcuni suoi comportamenti continuano a sconcertare (“Sto facendo la pipì. Non si può più fare la pipì?”, si chiede mentre la fa addosso ad un muro, in pieno centro commerciale) e altri entrati nella normalità, tant’è che la sua voglia di giocare con gli altri bambini sarà scambiata per una abilità a fare il baby-sitter. Io mi sono sempre identificato in quel film, da piccolino volevo avere quella come esperienza. Diventare grande, perché sentivo di dover dire un sacco di cose. Fin da piccolo, ho sempre sparato cazzate, ma tante, e spesso azzeccavo la risata pure per mia incoscienza di quello che dicevo. Ubriaco fradicio di televisione sin da bambino (telefilm, cartoni, comiche) e di film, sentivo di avere una cultura tale nell’argomento che era come se mi avessi creato un repertorio mio. Senza talento e una scuola di recitazione, però, ero limitato. Sicuramente la mia esuberanza servì alle medie, per uscire da quell’inferno e per essere accettati. Facendo il buffone, ancora oggi incontro ex compagni delle medie che ricordano due recite che feci in seconda e terza media. Che si dice ad un ragazzo che ha esordito nel 1997 con “La lezione” di E. Ionesco? Continua con quella strada. Ma c'è sempre quel luogo comune che l’attore fa la fame. Ma per la mia passione del cinema, decisi – io, come molte cose nella mia vita – di andare ad una scuola di cinema. A dirla tutta non ho intenzione di scrivere qui la mia biografia, dovrei entrare nei dettagli della storia d’amore che ho avuto con Cameron Diaz, e non è il caso. Ma riflettendo ora, ho semplicemente corso i tempi che hanno colpito questo paese, dal 1994 in poi, con la volgarità, il pressapochismo, la rassegnazione, e l’abitudine al peggio quotidiano (televisivo, culturale, sportivo, politico), al quale siamo comunque rassegnati da molto prima del ’94, per quanto oggi sia così palese il furto che stanno facendo alle nostre spalle. Ho avuto la fortuna di crescere in un periodo generazionale dove l’unica ambizione era il motorino e saper correre abbastanza per fare tana libera tutti, dove il computer era un lusso per i secchioni e a mezzanotte tutti a casa. La grande cavalcata dagli anni Ottanta agli anni Novanta.mercoledì 9 maggio 2012
Ho otto anni
Ho sempre avuto l’immagine di Renato Pozzetto in Da Grande (1987), dapprima messo da parte, anche dall’edicolante, poi, cresciuto, un attimo preso in considerazione anche per i suoi apparenti 40 anni. Pozzetto rimane, per tutto il film, spaesato di questo cambiamento per quanto alcuni suoi comportamenti continuano a sconcertare (“Sto facendo la pipì. Non si può più fare la pipì?”, si chiede mentre la fa addosso ad un muro, in pieno centro commerciale) e altri entrati nella normalità, tant’è che la sua voglia di giocare con gli altri bambini sarà scambiata per una abilità a fare il baby-sitter. Io mi sono sempre identificato in quel film, da piccolino volevo avere quella come esperienza. Diventare grande, perché sentivo di dover dire un sacco di cose. Fin da piccolo, ho sempre sparato cazzate, ma tante, e spesso azzeccavo la risata pure per mia incoscienza di quello che dicevo. Ubriaco fradicio di televisione sin da bambino (telefilm, cartoni, comiche) e di film, sentivo di avere una cultura tale nell’argomento che era come se mi avessi creato un repertorio mio. Senza talento e una scuola di recitazione, però, ero limitato. Sicuramente la mia esuberanza servì alle medie, per uscire da quell’inferno e per essere accettati. Facendo il buffone, ancora oggi incontro ex compagni delle medie che ricordano due recite che feci in seconda e terza media. Che si dice ad un ragazzo che ha esordito nel 1997 con “La lezione” di E. Ionesco? Continua con quella strada. Ma c'è sempre quel luogo comune che l’attore fa la fame. Ma per la mia passione del cinema, decisi – io, come molte cose nella mia vita – di andare ad una scuola di cinema. A dirla tutta non ho intenzione di scrivere qui la mia biografia, dovrei entrare nei dettagli della storia d’amore che ho avuto con Cameron Diaz, e non è il caso. Ma riflettendo ora, ho semplicemente corso i tempi che hanno colpito questo paese, dal 1994 in poi, con la volgarità, il pressapochismo, la rassegnazione, e l’abitudine al peggio quotidiano (televisivo, culturale, sportivo, politico), al quale siamo comunque rassegnati da molto prima del ’94, per quanto oggi sia così palese il furto che stanno facendo alle nostre spalle. Ho avuto la fortuna di crescere in un periodo generazionale dove l’unica ambizione era il motorino e saper correre abbastanza per fare tana libera tutti, dove il computer era un lusso per i secchioni e a mezzanotte tutti a casa. La grande cavalcata dagli anni Ottanta agli anni Novanta.giovedì 26 aprile 2012
The Avengers, la recensione
sabato 21 aprile 2012
Venti anni senza Benny Hill, comico inglese
Il genere delle comiche lo associamo generalmente a un gruppetto di volti noti: se gli indimenticabili Stanlio e Ollio si tengono ancora solidi nei ricordi del pubblico medio, gli spettatori della mia generazione sono cresciuti con un comico che questo genere di umorismo lo esprimeva a colori, ed era inglese: Benny Hill. Tutti noi abbiamo desiderato essere, da adulti, maliziosi e arzilli come lui. Alla fine della sua carriera era ormai vecchiotto e senza molta inventiva, e nonostante fosse famoso in tutto il mondo, di Benny Hill non sapevamo niente, neanche se sono passati novanta anni dalla sua nascita o più di venti anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 20 aprile 1992, all’età di 68 anni.
Durante i miei soggiorni in Inghilterra era facile trovare materiale su di lui. Un giorno comprai un corposo libro biografico (Funny, Peculiar: The True Story of Benny Hill, 2002, scritto da Mark Lewisohn), e un paio di dvd e un paio di DVD del suo show, e scoprii un sacco di cose.
Colpevole una messa in onda frammentaria nel nostro paese nel programma Drive In negli anni ’80, e poi in varie antologie televisive agli inizi degli anni ’90, lo show di Benny Hill nella sua forma originale è sempre stato inedito in Italia. Eppure il suo era uno spettacolo tradizionale con balletti, ospiti, sketch e numero finale, e la sua formazione artistica era stata di tutto rispetto. Benny era ed è considerato uno dei comici inglesi pilastri della cultura britannica.
Con quella faccia rotonda e l’espressione furbetta, il simpatico Benny non poteva che far parte dello show business. Entra giovanissimo come membro di un gruppo musicale di Southampton, dove era nato come Alfred Hawthorne Hill il 21 gennaio 1924. Si trasferì a Londra all’età di sedici anni, fa la sua gavetta in diversi mestieri, tra cui lattaio, camionista, bridge operator (praticamente alzava un ponte), finché venne chiamato alle armi nel 1942 e addestrato come meccanico; siccome Hill era un ottimo cantante e batterista, venne velocemente trasferito nel Combined Services Entertainment, un reparto dedicato all’intrattenimento per i soldati, composto principalmente da commilitoni che preferivano divertire i compagni che impugnare un fucile. Tornato a casa, decise di intraprendere la carriera come intrattenitore: cambiò nome in “Benny“, in omaggio al suo comico preferito, Jack Benny, e trovò lavoro presso i club e locali dove l’unico pubblico erano uomini e soprattutto massoni, finché debuttò ufficialmente sul palcoscenico come spalla della futura stella tv inglese Reg Varney, che lo preferì ad un giovane e sconosciuto Peter Sellers. La sua fortuna iniziale si deve alla radio, dove fu notato e invitato ad apparire nella BBC. Gli anni Cinquanta sono, per Benny Hill, di formazione e prima grande popolarità. E’ infatti nel 1955 che viene trasmesso il primo di tre “Benny Hill Show” che la BBC produce fino al 1968.
Nel 1969, lascia la BBC per la Thames Television, dove ha maggiore controllo e libertà creativa: Benny Hill, infatti, era uno dei pochi comici televisivi a essere stati produttori di se stessi. La prima stagione del nuovo show andò in onda il 19 novembre 1969: questo era lo spettacolo destinato ad avere popolarità mondiale diversi anni più tardi, specie quando venne importato prima in America e poi negli altri paesi dove venne accolto trionfalmente. Il mondo delle comiche di Benny Hill era fatto di belle ragazze discinte e di adulti e vecchietti sessualmente scatenati – per quanto, l’equivoco che lo show fosse volgare, persiste ancora -, di gente sempre in fuga, pasticciona e un po’ scema, e quando non erano scout che inseguivano guide, o infermiere che faticavano a tener buoni i loro pazienti arrapati, il gruppo di Benny Hill si calava in parodie gustose di serie tv a loro contemporanee (memorabile il suo tenente Kojak), fatte di comicità demenziale e ben studiate. A rivederle oggi, l’umorismo sembra datato e grossolano, eppure facevano ridere perché Hill trasmetteva molta simpatia e conosceva molto bene gli strumenti della comicità e il senso del ritmo. Per questo pure se viste centinaia di volte, le sue gag fanno sempre sorridere, magari trasportando lo spettatore a fare il saluto scemo e darsi poi alla fuga.
Aveva anche tentato la fortuna nel cinema, senza grandi risultati. Nei mitici Studi Ealing si sfruttò la sua abilità trasformista in un film che avrebbe potuto fare Peter Sellers, dal titolo Who Done It? (1956), arrivato da noi come Occhio di lince. Seguì una commedia militare dal titolo Light Up the Sky! (1960), diretto da Lewis Gilbert (regista di Alfie, 1966) e con Ian Carmichael e Tommy Steele. Più memorabili le sue partecipazioni nei film Those Magnificent Men in their Flying Machines (1965), Chitty Chitty Bang Bang (1968) e The Italian Job (1969), mentre sono assolutamente da riscoprire i due cortometraggi che Hill ha scritto, diretto e interpretato, gioiellini dell’umorismo visivo: The Waiters (1969) e Eddie in August (1970, trasmesso da noi come Agosto in città, nel 1977). Un’antologia dello show diventò anche un film dal titolo The Best of Benny Hill (1974), giunto da noi con il titolo Bravo Benny, nel 1981.
Il suo show venne trasmesso in Italia su Rete 2 dal 1978, in forma antologica, per poi passare al programma di Renzo Arbore Tagli, ritagli e frattaglie (1981), e nel celebre Drive In (dal 1984), praticamente spezzettato. Alla fine degli anni Ottanta Benny Hill trova spazio nelle televisioni private, da Odeon a Telemontecarlo, finché nel 1991 sbarca su Italia 1 alle otto di sera, ottenendo un notevole successo di pubblico (noi bambini di oggi ricordiamo ancora l’orribile sigla italiana che accompagnava i titoli di coda, “Cocco di Mamma”, canzone scritta da Claudio Mattone e arrangiata da Riccardo Zara).
Nonostante avesse fan come Charlie Chaplin e Hal Roach – il produttore delle comiche di Stanlio e Ollio - critiche e una fine ingloriosa non gli sono state negate.
Fu accusato di sessismo (lui che nella vita era un gentiluomo assoluto, non si sposò mai e morì praticamente solo), misoginia, e soprattutto ripetitività delle sue trovate (ma si auto omaggiava spesso e non amava le repliche, girando così i suoi stessi remake). In più, e questo lo leggo da alcuni articoli d’epoca, a Hill vennero rinfacciati troppi stereotipi razziali nei suoi sketch (e forse questo perché il suo umorismo si allacciava al tradizionale music-hall degli anni della Guerra, dove il nero parlava come un Bongo, l’indiano sembrava scemo, e il cinese…be, faceva il cinese). Quando venne chiesto a John Howard Davies, il responsabile dell’intrattenimento della Thames Tv perché venne cancellato lo show, diede tre spiegazioni: lo show non faceva più gli ascolti di una volta, costava troppo e Benny Hill sembrava sempre più stanco. Ciò nonostante, al picco del suo successo lo show incollò, nel 1977, oltre 21 milioni di spettatori, e quando la Thames Tv mandò in onda l’ultimo episodio della serie, nel 1989, gli ascolti oscillavano sui 9 milioni e mezzo di spettatori. Ultimo, già, perché il contratto venne concluso lasciando Hill nello sconforto e nella delusione. Da lì cominciò un declino fisico che portò al grande sforzo durante un tour americano chiamato Benny Hill’s World Tour: New York!, finché, nel Febbraio del 1992, la Thames dovette fare un passo indietro. La cancellazione dello show scatenò così tante polemiche da parte degli spettatori che fu deciso di programmare numerose repliche e di ricontattare Benny Hill, ma senza sorprese lui rifiutò preferendo la Central Independent Television. Quando la bozza del suo contratto arrivò nella cassetta delle lettere della sua casa a Middlesex, quartiere di Londra, il suo cuore aveva ceduto ed era morto d’infarto, il secondo dopo quello di due mesi prima, per il quale rifiutò di mettere un by-pass, causandogli un blocco renale. Hill era morto il 20 aprile 1992. Due giorni dopo, viene trovato morto seduto davanti al televisore dalla polizia avvertita dai vicini di casa preoccupati. Ad un intervistatore che gli chiedeva come si vedeva in tv, rispose, “Vedo diversi menti e una grande pancia. Questo perché rovisto molti scaffali dei supermercati, ma non per vedere quanto costano, ma per vedere quante calorie contengono!”.A qualcuno piace Wilder
lunedì 26 marzo 2012
Realmente muti e sordi al successo di Stanlio e Ollio
Ma sì, chiamateli riempitivi, chiamateli attappabuchi, ma tutto quello che si infila nel palinsesto nella fascia oraria del preserale sta diventando molto combattivo. Intanto, su Raitre hanno cambiato rotta, troppi ascolti fanno male e hanno chiuso la serie dedicata a Stanlio e Ollio – in parte per esaurimento titoli (che non corrisponderebbe proprio al vero), in parte perché si rischiava la saturazione del pubblico, nonostante andassero ancora fortissimo e fino all’ultimo, con i rischi dei film muti alle 20 di sera, hanno catturato due milioni di spettatori. Spostati i due comici, il palinsesto ospita da lunedì scorso le repliche del mitico Corrado Augias, già infilato nella fascia oraria più sfigata, la mattina, su Rai3, con una media di età di spettatori vicina ai 100 anni, per catturare qualche spettatore nel disperato tentativo di giustificare un programma tutt’altro che noioso, ma non proprio l’ideale per continuare ad avere quello share che riuscivano a fare Laurel e Hardy (media del 6/7% di share: a La7 pagherebbero milioni per avere questi risultati, vero Serena Dandini?) e per trainare il pubblico fino alla prima serata (con la fuga su Canale 5, per Striscia, o su Rai1, per i pacchi). Forse non interessa molto vendere lo spazio pubblicitario? Perché non siamo ingenui, se dalle 20,15 alle 20,35 gli ascolti sono sui due milioni di spettatori ogni santo giorno, i soldi sono entrati e non pochi, il progetto, molto rischioso, ha funzionato e ha tenuto per ben 62 appuntamenti serali (picchi d’ascolto vicino al 13% e per ben tre volte; maggiore ascolto? La comica QUESTIONE D’ONORE, 1935, che ha catturato 2 milioni e 670 mila spettatori; e ben sei film muti, ripeto MUTI, hanno sfondato i due milioni di spettatori), potevano andare avanti ancora per 1 mese visto le comiche ancora da trasmettere (due classici sonori, tra l’altro: HOG WILD, 1930, dove per mettere l’antenna della radio Ollio si fa aiutare da Stanlio, e THE MIDNIGHT PATROL, 1933, con Stanlio e Ollio poliziotti di ronda notturna), e invece no, troppo successo, non siamo abituati. Se alla RAI entrano soldi dalla pubblicità, sono contento, giuro, così almeno non mi rompono con l’aumento del canone..se, come no.. Detto questo, le repliche di Augias stanno andando sul milione e 200 mila spettatori di media, un ascolto tiepido ma comunque maggiore di quello mattiniero, tutti contenti e il capitolo si chiude così. C’è soddisfazione che Stanlio e Ollio rimangono ancora i maggiori comici d’epoca ad avere un vasto pubblico, continuando la loro epopea grazie ad una immagine sempre verde e, a 85 anni dal primo film, modernissima e ovviamente scompisciante. Sì, conosco i loro film a memoria, eppure rivedendoli senza impegno durante la cena ho riso di gusto come non mi accadeva da tempo. State certi che qualche rompicoglioni che ha polemizzato sul come sono andati in onda c’è stato, ci sarà sempre (per quanto boys di Raitre, avete fatto casino con un paio di film, e alcuni finali sono stati sfumati troppo presto, sapevatelo), ma anche loro contribuiscono a tenere vivo il loro ricordo e l’importanza della salvaguardia delle loro opere.venerdì 9 marzo 2012
In attesa di avere un posto in paradiso
A forza di discutere della eredità artistica di Alberto Sordi, alla fine Carlo Verdone è riuscito a prendere le distanze dalle similitudini (molto forzate) fra i suoi personaggi e quelli di Albertone, ma ha centrato in pieno la sua cattiveria portando, senza addolcire niente e nessuno, una storia quasi goliardica di tre padri divorziati sconosciuti tra loro che per esigenza finiscono a vivere insieme, giocando molto sul contrasto dei caratteri e tirando fuori graffiate, gag fisiche e alcune battute davvero esilaranti. Posti in piedi in paradiso (2012) risulta essere una delle commedie più azzeccate degli ultimi anni e, senza voler essere una cosa positiva tutto sommato, una delle più divertenti di Verdone. Vuoi per l’età che avanza (ha 62 anni, ma una grande energia), vuoi perché s’è rotto le palle del romanticismo (ecco il rimando al Sordi cinico e cattivo), Verdone si mette un po’ da parte dando l’opportunità di grandi performance a Marco Giallini, Pierfrancesco Favino e all’ottima Micaela Ramazzotti (aria di rispolverata per Nicoletta Romanoff). Verdone si ritaglia una parte che nel finale ricorda un po’ troppo Il mio miglior nemico (2006), un momento del film che giustamente Paolo Mereghetti ha definito un po’ didascalico (il mio amico Mario l’ha definito frettoloso e banale; il finale eh, non Mereghetti), ma tutto sommato c’è poco da storcere il naso. Si ride e molto. E Verdone sembra ricalcare le vecchie farse in un pezzo che è da antologia assoluta (il tentato furto in casa di una cliente di Giallini, che per sopravvivere fa l’escort per le donne mature), con, mia sorpresa (e grande risata in sala), una citazione di una gag di Stanlio e Ollio. Non dico oltre, già il trailer (che dovrebbero essere vietati!) hanno tolto la sorpresa ad un paio di battute molto divertenti, e alcune recensioni dicono troppo. Regalatevi delle belle risate, un ottimo cast, e Verdone che ancora oggi, dopo 32 anni dal primo film, sa con precisione quando scatta la risata. Era capace di farlo anche Alberto Sordi, prima di rincoglionirsi completamente, forse sconfitto dal fatto che, ormai, nessuno si scandalizza più di niente ed è sempre più difficile far ridere la gente.domenica 4 marzo 2012
30 anni senza Belushi, ma l'anima blues non muore mai.
Che significa sentire un rimpianto per un artista morto troppo presto? Non è forse un sentimento forzato nei confronti di chi, in vita, non ha fatto abbastanza o ha deluso i fan? Verrebbe allora da chiedersi, cosa c’entra tutto questo con John Belushi, che la sua vita l’ha passata sulle montagne russe degli stati d’animo, della distruzione e alla ricerca di essere il numero uno, riuscendoci quasi quando, compiuti i 30 anni di vita, era alle hit parade dei dischi con i Blues Brothers e forse era il comico più famoso d’America. Belushi aveva ancora da dire ma, forse, era destino che uno spirito così ribelle, rissoso, urlato e debordante, coinvolgente quanto esilarante, non poteva andare oltre l’età di un vero mito. Morì nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1982, all’età di 33 anni, sull’onda di due mezzi fallimenti cinematografici e prossimo a realizzarne altrettanti, per quanto sulla carta il suo migliore amico, Dan Aykroyd, stava scrivendo un film da fare insieme, “Ghostbusters”, un possibile blockbuster, e il seguito del film dei Blues Brothers. Il periodo poco esaltante che stava passando era il capitolo finale di una vita molto intensa e tutto sommato divertente: quando Belushi lasciò il set del suo ultimo film, “I vicini di casa”, era il 1981, a dieci anni esatti dal suo debutto a Second City, teatro comico sperimentale con sede anche a Chicago, dove vide la luce nel 1949, da famiglia immigrata albanese. La televisione con il “Saturday Night Live”, il cinema demenziale di John Landis (“Animal House”, 1978, e il film dei Blues Brothers, del 1980), le scorribande fracassone con niente poco di meno che Steven Spielberg (“1941, Allarme a Hollywood”), e soprattutto la sua esperienza musicale nel genere blues. Belushi è riuscito a crearsi una seconda vita mitologica, da vera rockstar comica noi lo immaginiamo ancora sulla Blues Mobile con suo fratello Elwood – Dan Aykroyd, alla ricerca dei 5000 dollari necessari per salvare dallo sfratto il convento per orfanelli dove sono cresciuti. Una missione per conto di Dio. E nessuno può fermarli, neanche una morte improvvisa (per modo di dire) che si porta via uno dei maggiori comici di sempre, John Belushi, che meriterebbe uno studio maggiore sul suo lavoro come comico, sia negli sketch fulminanti del SNL, che le sue partecipazioni cinematografiche. 






